Nemesi giustizia per il governo giallorosso

Conte in un vicolo cieco per il voto sulla relazione del guardasigilli. Nemmeno Renzi è riuscito dove è riuscito Bonafede

Giuseppe Conte salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni. È il prevedibile risultato di quanto accaduto pochi giorni fa, quando ha ottenuto un voto di fiducia “dimezzato”.

Mercoledì o giovedì si sarebbe dovuta tenere in Parlamento l’annuale relazione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e la anemica maggioranza giallorossa non avrebbe avuto abbastanza sangue nelle vene per approvarla. Qualcuno ha azzardato che la relazione non solo avrebbe ottenuto al Senato meno voti di quanti già, a fatica, aveva raggiunto con l’ultima fiducia (156, con maggioranza a 161), ma addirittura che sarebbe “andata sotto” anche alla Camera (maggioranza a 315). Per Conte, uno scenario del genere avrebbe significato una disfatta e l’impossibilità di riproporsi alla guida del paese. Morale: nemmeno Renzi è riuscito dove è riuscito Bonafede.

Alchimie politiche

È per questa ragione che alcuni suoi consiglieri lo hanno spinto a presentare subito le dimissioni, così da poter almeno tentare di governare la crisi e avere il tempo di trovare qualche altro “responsabile”. Dei loro nomi sono piene le pagine dei giornali: forzaitalioti in cerca d’autore, Bruno Tabacci («l’uomo per tutte le mezze stagioni», copyright Dagospia), Paola Binetti, ex grillini espulsi e ora ringalluzziti, gente varia. Qualcun altro ha ipotizzato un ritorno della pattuglia renziana, altri ancora un grande rassemblement “Ursula style” con dentro “Cambiamo” di Toti e Mara Carfagna. Gli scenari sono tanti e ognuno si è sbizzarrito a immaginare maggioranze varie con ingredienti diversi.

Socialisti, democristiani, azzurri

In questo grande guazzabuglio c’è un dato più significativo di altri: è la giustizia il grande scoglio su cui si è infranta la fragile maggioranza. In un certo senso, una nemesi. Di quali voti l’esecutivo guidato da Conte avrebbe avuto bisogno per approvare la relazione Bonafede? Di quello di Riccardo Nencini, socialista. Di quello di Bruno Tabacci, democristiano. Di quello di Sandra Lonardo Mastella, nota vittima di giustizia politica. Di quello di Forza Italia, da oltre vent’anni dipinta come un partito di mafiosi e rubagalline.
Il governo più forcaiolo della storia repubblicana, guidato dal ministro della Giustizia più manettaro di sempre ha bisogno degli eredi di quei partiti che i giudici hanno smantellato con Tangentopoli e di quei politici che negli ultimi anni sono stati il bersaglio preferito delle loro gazzette. Se non è una nemesi questa, cosa lo è?
Poi, ovvio, la politica è l’arte del rovesciamento di frittata ed esistono escamotage linguistici per giustificare l’impossibile (se il cattolico Tabacci ha dato una mano alla radicale Bonino, il democristiano Tabacci può dare una mano ai giustizialisti anti-partiti).

Il ricattino di Bonafede

Bonafede, giusto per confermare di essere quello che è, l’aveva già buttata lì ieri con frasi dal suono ricattatorio: se non votate la mia relazione non ci daranno i soldi del Recovery Fund. Motivazione micragnosa, gretta e fuori tempo massimo. Non basta un ricattino per cancellare trent’anni di storia. Questa, a volte, fa dei giri un po’ larghi, ma poi arriva sempre a far pagare le antiche ingiustizie.

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