L’invasione turca in Siria e l’Europa che sparisce proprio quando serve

Così l’Unione Europea si è trovata tagliata fuori dai giochi in Siria. Bisognerebbe ringraziare Erdogan per aver smascherato la grande finzione della forza di Bruxelles

Blindato turco diretto in Siria

La reazione isterica dell’Unione Europea di fronte all’invasione della Siria settentrionale da parte delle truppe di Ankara e di ribelli siriani islamisti filo-turchi mostra quanto sia futile la politica di cooperazione in materia di sicurezza e difesa della Ue e quanta ipocrisia ci sia dietro alla retorica dell’integrazione europea a cui ricorrono instancabilmente le forze politiche europeiste per biasimare il sovranismo che condannerebbe l’Europa all’impotenza di fronte allo strapotere delle grandi potenze e alle sfide delle potenze emergenti.

Bisognerebbe ringraziare Erdogan per aver smascherato la grande finzione: l’Europa impotente non è quella dei sovranisti, ma quella dei sedicenti europeisti di Parigi, Berlino, Roma e Bruxelles, che alle Nazioni Unite propongono una mozione di condanna della Turchia che non sarà mai approvata, e che minacciano sanzioni contro Ankara che non saranno mai varate se non in forma simbolica e di placebo.

IL VERO SIGNIFICATO DI “INTEGRAZIONE”

Dal trattato di Maastricht ad oggi integrazione europea ha voluto dire regole macroeconomiche, finanziarie e commerciali favorevoli alla Germania e alle economie nazionali ad essa più strettamente collegate, ma nessuna seria integrazione della politica estera e della difesa per due fondamentali ragioni: che all’ordine internazionale, compresa la sicurezza dell’Europa, ci pensava il Gendarme del mondo (cioè gli Stati Uniti), e che gli interessi di politica estera dei paesi della Ue sono fra loro divergenti, e in qualche caso fortemente divergenti.

Lo sappiamo bene noi italiani, che abbiamo visto i nostri accordi con la Libia di Gheddafi sabotati dalla gelosia di Francia e Regno Unito e che ci troviamo porte sbarrate in certe capitali africane alle quali Parigi ordina di tenere l’Italia fuori dalla sua sfera di influenza sul continente nero.

IMPROVVISAMENTE SENZA DIFESE

Adesso che il Gendarme del mondo, già con Barack Obama e molto più accentuatamente ora con Donald Trump, ha deciso di ridimensionare di molto il suo raggio d’azione, improvvisamente la Ue scopre di non avere nessuna seria carta da giocare per fermare la Turchia che mette a repentaglio la sicurezza dell’Europa con un’operazione militare che rischia di rianimare l’Isis, di creare rancore anti-occidentale fra i curdi e di provocare una crisi umanitaria con vittime civili e ondate di profughi.

Risultano così vendicate le ragioni dei demonizzati neoconservatori americani, che ironizzavano sul fatto che gli europei potevano permettersi di abitare su Venere, il pianeta dell’amore, perché gli americani abitavano su Marte, il pianeta della guerra.

I BUONI E I CATTIVI

Ovviamente gli americani non hanno mai fatto i gendarmi del mondo per buon cuore o per idealismo – la promozione della democrazia in tutto il mondo come garanzia di ordine e pace a livello internazionale è sempre stata una semplice copertura ideologica – ma per affermare o proteggere i propri interessi su scala globale. Resta vero che gli europei ne hanno approfittato per allestire lo spettacolo del migliore dei mondi possibili: la Ue ha potuto presentarsi come l’embrione di un benigno governo mondiale nell’ottica della pace perpetua di Kant e aderire a tutte le iniziative progressiste della cooperazione internazionale mentre gli americani erano destinati a recitare il ruolo del cattivo; gli europei non solo firmavano ma effettivamente ratificavano il trattato istitutivo della Corte penale internazionale e guardavano con sussiego l’America che si rifiutava di farlo (come pure Cina, India, Russia, Iran, Turchia, Arabia Saudita, eccetera); gli europei vantavano il proprio welfare state e in particolare i propri sistemi sanitari universalistici e guardavano con compatimento gli Stati Uniti che si accapigliavano sull’Obamacare.

QUANDO GLI ALTRI HANNO ALTRI INTERESSI

Con la crisi siriana le cambiali europee sembrano essere arrivate a scadenza. All’improvvida decisione di appoggiare i ribelli anti-Assad senza se e senza ma la Ue ha abbinato l’apparentemente saggia decisione di appaltare la lotta militare contro l’Isis ai curdi siriani dell’Ypg, agli americani (più contractors che militari) e alla Turchia, tardivo alleato nella lotta al jihadismo dopo essere stata per lungo tempo complice dei terroristi. Ma appaltare la propria sicurezza ad altri funziona solo fino a quando gli interessi altrui coincidono coi nostri.

Oggi la Turchia ha interesse a creare una fascia di sicurezza fra il proprio confine e altri territori siriani sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (coalizione curdo-araba) e a trasferirvi una parte dei profughi siriani attualmente insediati in territorio turco per fare in modo che il cosiddetto territorio autonomo di Rojava controllato dalle milizie curde siriane non sia più confinante con le regioni turche meridionali a maggioranza curda; Donald Trump ha interesse a presentarsi agli elettori delle presidenziali del 2020 come il primo presidente dopo gli attacchi del settembre 2001 che non cede alla tentazione di impegnare truppe americane all’estero in guerre che non possono essere vinte; i curdi non sono più in grado di combattere i jihadisti che rappresentano una minaccia anche per l’Europa perché troppo impegnati a difendersi dall’offensiva armata turca.

LE CONSEGUENZE PRINCIPALI

È possibile che la situazione si stabilizzi molto presto, se le forze armate turche e i loro alleati guerriglieri siriani si limiteranno a occupare una fascia di 10-20 chilometri lungo la frontiera turco-siriana con l’eccezione del territorio attorno alla città di Qamishli che resterebbe sotto il controllo delle Fds e di alcuni reparti governativi siriani. I curdi nelle settimane scorse avevano ritirato le armi pesanti dalla frontiera sulla base di un accordo mediato dagli Usa per evitare l’intervento turco; più realisticamente, i curdi erano certi che l’intervento turco ci sarebbe stato e hanno messo al sicuro le loro armi migliori.

Le due principali conseguenze politiche degli attuali avvenimenti sono il riavvicinamento dei curdi al governo di Damasco, che si è detto disponibile a intervenire militarmente se le forze turche dovessero avanzare troppo in profondità, e il rafforzamento del controllo turco sui ribelli siriani anti-Assad, che tornano a occupare aree territoriali in Siria ma solo come ascari dell’esercito turco.

EUROPA TAGLIATA FUORI

L’Unione Europea si trova completamente tagliata fuori dai giochi: non è in grado di fornire un sostegno militare all’Ypg, oggetto di amore esclusivamente platonico da parte europea per avere pagato un alto tributo di sangue nella lotta contro l’Isis; non ha più influenza sui ribelli del Libero esercito siriano a lungo finanziato e appoggiato politicamente, divenuto ormai una forza mercenaria al servizio della Turchia; non ha rapporti col governo di Damasco col quale ha rotto i ponti già nel 2011 e che ha afflitto con vari round di sanzioni economiche, man mano che Assad e i suoi alleati russi e iraniani recuperavano territori per anni controllati dai ribelli islamisti.

Quel che succede nel nord della Siria sembra dar ragione a chi dice che l’Unione Europea non esiste quando ce ne sarebbe bisogno (difesa, sicurezza, migranti) mentre esiste là dove se ne farebbe volentieri a meno (regolamenti bancari, vincoli di bilancio, accordi commerciali internazionali che penalizzano produzioni nazionali).

Foto Ansa