L’insopportabile leggerezza della Consulta. Un comunicato, tre refusi

Il comunicato della Corte costituzionale che depenalizza l’eutanasia è pieno di strafalcioni. Come se non fosse una questione di vita o di morte

Il magistrato e accademico Vladimiro Zagrebelsky firma oggi un editoriale sulla Stampa per convincerci che la sentenza della Corte costituzionale che depenalizza l’eutanasia in Italia «non istiga al suicidio». Al di là dell’evidente contraddittorietà di questa affermazione, il giurista sottolinea in tutte le salse quanto i giudici supremi sono stati «cauti» e quanto fossero «consapevoli della gravità e delicatezza del tema».

TRE REFUSI NEL COMUNICATO

Se è vero che nessun tema al pari del suicidio assistito è una questione di vita o di morte, è altrettanto evidente la superficialità e leggerezza con cui la Consulta ha affrontato il tema. Erano così «consapevoli» i guardiani della nostra Costituzione che hanno sbagliato e rettificato per ben tre volte il comunicato (in attesa della sentenza vera e propria) nel quale davano disposizioni su chi e quando può accedere al suicidio di Stato.

Il primo errore, il più grave, riguarda proprio la definizione dei requisiti per accedere all’eutanasia. Nel comunicato originale si leggeva che «non è punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale (…) chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio (…) di un paziente (…) affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche».

L’ENORME DIFFERENZA TRA “E” ED “O”

Ieri è arrivata la correzione: «Per un refuso alla riga 8 compare, invece della disgiuntiva “o”, la congiunzione “e”. Quindi, l’espressione corretta (peraltro tratta dall’ordinanza n. 2017 del 2018) è la seguente: “… fonte di sofferenze fisiche o psicologiche”». Una differenza enorme: nel primo caso era richiesta la concomitanza di problemi fisici e psicologici insieme. Nel secondo, solo uno dei due. La disgiuntiva “o” infatti aumenta a dismisura la platea di chi potrà avere accesso all’eutanasia.

In Olanda, ad esempio, dove la legge sull’eutanasia è stata approvata nel 2002, ci sono voluti ben otto anni prima di dare il via libera alla soppressione di malati con problemi esclusivamente psicologi e psichiatrici. Se tra il 2003 e il 2010 ci sono stati al massimo due o tre casi ufficiali all’anno, il numero è poi cresciuto a dismisura: 13 nel 2011, 14 nel 2012, 42 nel 2013, 41 nel 2014, 56 nel 2015, 60 nel 2016, 83 nel 2017 e 67 nel 2018. A questi vanno poi aggiunti i malati affetti da demenza uccisi con l’eutanasia, ben 859 tra il 2010 e il 2018. È questa la differenza che, in Olanda, passa tra una “e” e una “o”.

IL RIMANDO ALL’ORDINANZA SULLA CACCIA

Ma nella correzione c’è un secondo errore: l’ordinanza citata n. 2017 del 2018, infatti, non esiste. È stato fatto dunque un nuovo comunicato dove si citava l’ordinanza n. 217 del 2018. Questa riguarda un contenzioso tra la Regione Abruzzo e l’Enpa (Ente nazionale protezione animali) a riguardo di una legge sull’attività venatoria e la protezione della fauna selvatica. Forse la Corte costituzionale pensava che qualcuno avrebbe preso a schioppettate i malati. Si è trattato invece di un nuovo errore, un’altra leggerezza. A questo punto, è stato redatto un ultimo comunicato dove si cita l’ordinanza giusta: la 207 del 2018.

TANTO CI PENSANO I MEDICI

Non si è mai visto che su un tema così delicato e dalle conseguenze così gravi per la vita dei malati e dell’intera società, dei giudici si permettessero di infilare uno dietro l’altro così tanti strafalcioni. Come se fosse un argomento da poco, come se non fosse una questione di vita o di morte. Alla faccia della «cautela» e della «consapevolezza della gravità e delicatezza del tema». Tanto saranno i medici (nel comunicato non si cita neanche l’obiezione di coscienza) a occuparsi dell’uccisione dei pazienti. Saranno loro che dovranno sporcarsi le mani. I giudici della Corte costituzionale, del resto, se le sono già sporcate abbastanza.

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