Libertà religiosa batte “diritti riproduttivi” alla Corte suprema Usa

Dopo sette anni di sentenze e ricorsi, la vittoria (speriamo definitiva) delle suorine che osarono sfidare Obama su aborto e contraccezione

Una residenza delle Little Sisters of the Poor (Piccole sorelle dei poveri)

Vittoria per la libertà religiosa e per le Little Sisters of the Poor: a maggioranza schiacciante (7 giudici contro 2), la Corte suprema degli Stati Uniti ha dato (di nuovo) ragione alle “Piccole sorelle dei poveri” che ormai da anni sono costrette a battersi nei tribunali d’America contro il cosiddetto “contraceptive mandate”, ossia l’obbligo, imposto nel 2013 dall’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama, di fornire ai propri dipendenti assicurazioni sanitarie dotate di coperture per contraccettivi e farmaci abortivi.

Come abbiamo ricostruito in più occasioni (vedi per esempio questo articolo) la vicenda delle Little Sisters of the Poor è diventata quasi subito una delle battaglie simbolo della lotta in difesa della libertà religiosa in America. Famose e molto apprezzate nel paese specialmente per le loro opere a favore degli anziani bisognosi, le suorine hanno osato sfidare niente meno che il presidente degli Stati Uniti, l’uomo più potente del mondo, pur di non dover tradire la propria coscienza di religiose cattoliche.

Già nel 2016 le Piccole sorelle dei poveri pensavano di averla avuta vinta, dopo la prima sentenza favorevole della Corte suprema, e a maggior ragione dopo che, l’anno successivo, 2017, l’amministrazione Trump ha deciso di concedere l’esenzione dell’obbligo a «enti e individui che oppongono obiezione sulla base di sincere convinzioni religiose». Purtroppo per le suorine, però, il fronte progressista non si è affatto arreso: sono partiti nuovi processi e nuovi ricorsi contro la concessione di Trump a favore della libertà religiosa, fino a riportare le Little Sisters davanti al massimo organo della giustizia statunitense.

Ad alimentare l’interesse intorno alla vicenda giudiziaria delle Little Sisters of the Poor ha contribuito anche il fatto che in questi anni molti altri enti religiosi si sono uniti all’opposizione nei confronti del contraceptive mandate, comprese intere diocesi americane. Lo stesso papa Francesco nel 2015, durante la sua visita negli Stati Uniti, aveva incoraggiato le religiose a difendere la loro libertà, tema sul quale si era perfino creata qualche tensione nel rapporto con Obama.

Spiega nella sentenza di mercoledì 9 luglio il giudice Clarence Thomas, incaricato di scrivere le ragioni della maggioranza della Corte:

«Per oltre 150 anni, le Piccole sorelle si sono impegnate con fedeltà nel servizio e nel sacrificio, mosse da una vocazione religiosa a rinunciare a tutto per il bene del proprio fratello. “Esse si impegnano a vivere costantemente una testimonianza che proclami la dignità unica e inviolabile di ogni persona, in particolare di quanti sono considerati dagli altri deboli o senza valore”. Ma negli ultimi sette anni [le Piccole sorelle] – al pari di molti altri obiettori di coscienza che hanno preso parte al contenzioso e alle regolamentazioni che hanno portato alla decisione odierna – hanno dovuto combattere per la possibilità di continuare nel loro nobile lavoro senza violare le convinzioni religiose in cui credono sinceramente. Dopo due decisioni da parte di questa Corte e molti tentativi regolatori falliti, il governo federale è giunto a una soluzione che esenta le Piccole sorelle dalla fonte delle loro preoccupazioni: l’obbligo contraccettivo [contraceptive mandate, ndt] imposto per via amministrativa.

Oggi stabiliamo che i dipartimenti [del governo] possedevano l’autorità statutoria necessaria per creare tale esenzione, così come l’esenzione per motivi morali contestualmente istituita. Stabiliamo inoltre che le norme che promulgano queste esenzioni sono prive di difetto procedurale».

La dissentig opinion è invece firmata da entrambi i giudici che hanno votato contro la sentenza: a metterla nero su bianco è stata Ruth Bader Ginsburg (recentemente trasformata in una specie di icona femminista); Sonia Sotomayor, di nomina obamiana, l’ha sottoscritta. Si legge in un passaggio:

«Questa Corte lascia le lavoratrici a caversela da sole, a cercare la copertura per i contraccettivi da fonti diverse dalle assicurazioni dei loro datori di lavoro e, in assenza di altre fonti di finanziamento disponibili, a pagare per i servizi contraccettivi di tasca propria».

Si tratta, secondo la Bader Ginsburg e la Sotomayor, di un inaccettabile conflitto tra «diritti contrapposti». Una parola – “diritti” – che ovviamente ritorna anche nell’editoriale dedicato alla sentenza dal New York Times:

«Pochi giorni dopo aver sorpreso la nazione stroncando una restrittiva legge anti-aborto in Louisiana, la Corte suprema guidata dal giudice capo John Roberts ha ricordato ancora una volta agli americani che essa non è affatto amica dei diritti riproduttivi, o della grande maggioranza di donne che useranno qualche forma di controllo delle nascite almeno una volta nella loro vita».

Significativa l’insistenza sul nome di Roberts, che ritorna anche nel titolo dell’editoriale, come a sottolineare due volte l’estrema delusione (rancore?) del mondo liberal nei confronti del giudice capo. Il quale d’altra parte, come ricorda lo stesso New York Times, non è nuovo a sparigliare le carte in un consesso altrimenti equamente diviso tra giudici conservatori e progressisti.

Soprattutto, l’argomantezione di fondo del quotidiano di riferimento dei liberal americani (se contraccezione e aborto sono diritti, è ingiusto che costino cari) evidenzia come, proprio nel paese più “avanti” di tutti nella creazione di “diritti riproduttivi” e nella produzione industriale di aborti, proprio nell’America che quasi mezzo secolo fa con un’altra sentenza della Corte suprema forzò lo sdoganamento dell’aborto facendolo passare come diritto, e addirittura come diritto di privacy, il nodo del rapporto tra libertà e diritti sia in realtà tutt’altro che risolto. Non lo è nemmeno per la stessa Corte suprema, come dimostra il “sorprendente” 7 a 2 di mercoledì.

Foto Ansa