«Liberate Asia Bibi»: petizione all’Onu per salvare la cristiana condannata a morte in Pakistan

Asia Bibi, madre cristiana, è stata condannata nel novembre del 2009 in Pakistan per false accuse di blasfemia. Ora attende la sentenza della corte d’appello in carcere. All’Onu 50 attivisti hanno presentato una petizione per liberarla.

Cinquanta attivisti per i diritti umani e personalità politiche hanno lanciato dall’Onu una petizione al governo pakistano perché venga liberata Asia Bibi, la madre cristiana condannata a morte nel novembre 2010 per blasfemia. Chiusa in isolamento nel carcere femminile di Sheikhupura, nel Punjab, la donna aspetta la sentenza della corte d’appello. Per la sua liberazione si sono mobilitati anche il governatore del Punjab Salman Taseer e Shahbaz Bhatti, ministro per le Minoranze religiose: entrambi sono stati assassinati lo scorso anno da estremisti islamici.

A Ginevra, in Svizzera, è in corso alla sede europea della rappresentanza Onu la 19ma sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. La giornalista di France 24 Anne-Isabelle Tollet, autrice del libro “Blasfema”, in cui si racconta la storia di Asia Bibi, ha illustrato ieri la petizione. Nell’appello si ricordano anche le “colpe” di Asia Bibi, che dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua raccolta da un pozzo di un musulmano è stata accusata di avere “infettato” la fonte. Da qui è nata una discussione con altre donne che l’avrebbero chiamata infedele chiedendole poi convertirsi. Lei ha rifiutato ed è stata accusata di avere insultato il profeta Maometto.

Pochi mesi fa, era girata la voce che Asia Bibi avesse subito maltrattamenti in cella ma la stessa donna cristiana pakistana aveva respinto queste voci, chiedendo di non diffondere falsità sul suo conto, di pregare per lei e ricordando che lei pregava anche «per chi mi ha fatto del male». Intanto, secondo quanto riferisce AsiaNews, in Pakistan un’altra giovane donna cristiana è stata accusata di blasfemia. “La polizia del distretto di Bahawalnagar, a Lahore, ha incriminato la 26enne Shamim, madre di una bambina di cinque mesi, per «insulti al profeta Maometto». Il fatto è avvenuto lo scorso 28 febbraio, ma è emerso solo ieri mentre la giovane è ancora sotto la custodia delle forze dell’ordine. Secondo la famiglia, Shamim è stata «ingiustamente accusata» perché avrebbe rifiutato di convertirsi all’islam. La resistenza opposta ha spinto un gruppo di parenti – che di recente hanno abbracciato la fede di Maometto – a denunciarla in base alla «legge nera»”.