Lezioni d’amore al tempo del consenso informato
Siamo tutti avvinti da questa nuova querelle che in parlamento oppone maggioranza e minoranza sul consenso informato. Ovverossia, così è spiegato, sul consenso che deve essere «pieno, esplicito e attuale sia prima che durante un rapporto sessuale». In altre parole, se ho capito bene, si tratterebbe del fatto che, sia prima e sia durante, lei dovrebbe esprimere un pieno, esplicito e attuale consenso alle di lui pretese.
Lodiamo l’intento. E lo diciamo senza alcuna ironia. Ma molte sono le domande che anche i più assidui frequentatori della pratica si pongono: come verrebbe espresso questo pieno e attuale consenso? Con mugolii di piacere? Chiamando a certificare un paio di testimoni? Con un atto sottoscritto e controfirmato dal notaio? Oppure bisognerà andare a lezione da molfette o scoiattoline che esprimono il consenso con strusciamenti, fremiti della coda, leccate di muso?
Mi consenta
Quel che non si capisce è che il nuovo dettato di legge, una volta perfezionato, chiederà innanzitutto un cambiamento culturale. Anzi, no, sbagliato, in realtà tutti lo sottolineano e lo invocano. Già, ma quale? A quale scuola si impara questa nuova cultura del rispetto e della valorizzazione dell’altrui sesso? Tante domande, poche risposte. Eppure sarebbe semplice, e noi un suggerimento, forse magari al momento non proprio popolare, ce l’avremmo. Si tratterebbe, di assumere su di sé, magari iscrivendosi a corsi di apprendimento appositi – diffidare di quelli online – di fare proprio e quasi rivestirsi, quasi fosse una seconda natura, dell’abito mentale del Cavaliere, sì proprio lui, il caro e vecchio Berlusconi. È notorio, è risaputo, e le cronache lo hanno raccontato per decenni, che lui, il Cavaliere, sulla materia, in vita, si è sempre esercitato parecchio.
Ma mai, fate attenzione, mai una volta che, prima di mettersi in posizione e all’opera, abbia mancato di alzare il ditino e accennare con voce suadente: “Mi consenta…”. Ecco, basterebbe che tutti noi ci trasformassimo nel Cavaliere così da restare sospesi, ogni volta calati i pantaloni, anche per un solo attimo, il tempo di pronunciare la classica famosa formula: “Mi consenta…”.
Cose complicatissime
Sì lo so, quali sarebbero le vostre obiezioni. Ma così si torna al punto di partenza: come si certifica il consenso al “mi consenta?”.
Cominciamo col dire che così facendo si è comunque già a metà strada. Vi sembra poca cosa, mettiamo, che uno non entri in un bar e invece di chiedere al barista “un caffè per favore”, si faccia largo difilato dietro il bancone per armeggiare su una macchina che non è sua? Qualcuno, sempre ostinato, opporrà: “Ok, con questo siamo a metà strada. Ma per tutto il resto che manca alla meta?”. Certo ci troviamo in tempi che non son più, tanto per dire, quelli del Manzoni e dei suoi Promessi sposi, quando al “mi consenta…” sarebbe bastato un abbassare di occhioni e un pudico fremito di ciglia della bella Lucia di turno per confermare che sì, sarebbe cosa giusta e doverosa lasciare che i pantaloni rimangano abbassati.
Oggi, al tempo dell’intelligenza artificiale credo ci si dovrebbe rivolgere ad agenzie investigative in grado di puntare microfoni direzionali, binocoli a lunga distanza, droni interceptor, analisi biochimiche per rilevare cambiamenti nell’umore epiteliale, mappe di corteccia cerebrale, diagrammi sensoriali, ecc ecc. Cose complicatissime a cui, lo confessiamo, noi non saremmo nemmeno in grado di mettere testa.
Passato il momento
Un unico consiglio ci permettiamo di avanzare alle, speriamo, non poche signore oggetto di galanti attenzioni. Nel caso che sì, nel caso che, insomma, non disdegnino la postura del pantalone abbassato, si affrettino a esprimere il consenso. Non vorremmo, in questi anni di progressiva scomparsa del mascolino e della sua attitudine a porsi all’opra, non vorremmo, dicevamo, che passato il momento gabbato lo santo, da dover poi essere costretti ad assistere allo spettacolo di pantaloni che mesti ritornano a riguadagnare l’altezza della cinta.
Anche perché, e qui la rottura di scatole sarebbe nostra, non vorremmo ritrovarci con l’ennesima battaglia in parlamento, questa volta chiamato a legiferare su come sanzionare chi, una volta steso il contratto, non ha voluto o, più facilmente, non ha potuto onorarlo.
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