Lettera di una sentinella in piedi a Tempi. «Animo Veilleurs, diamo battaglia a questo totalitarismo»

Tre mesi fa, incontrando due ventenni che furono tra i primi ad avviare a Parigi la silenziosa mobilitazione, ci fu detto che migliaia di ragazzi francesi si sono fatti “sentinelle” per difendersi dal “totalitarismo”

Caro direttore, vorrei lasciare una piccola testimonianza di ciò che ha significato per me partecipare alla veglia in difesa della famiglia (quella vera) tenutasi lo scorso sabato, 13 ottobre, in piazza Cordusio a Milano. Quell’incredibile forza che scaturiva dal nostro stare in silenzio ha lasciato indifferenti alcuni, incuriosito molti, ha cambiato me. Ha stravolto in maniera del tutto imprevista ed imprevedibile la mia concezione del perché valga la pena lottare per qualcosa, non in quanto probus vir che cerca di rendere “migliore” il mondo secondo un proprio criterio di giudizio, ma per l’evidenza che quel Qualcosa per cui si lotta e che si manifesta come presenza concreta nella melodia del silenzio, quell’Ideale nel quale si confida è l’unica chiave per avere il coraggio e il desiderio di «vivere nella verità» come scrisse Havel. Può infatti bastare un attimo, un gesto, uno sguardo a destare il nostro cuore e a farci sentire, per una volta autentico come non mai, il vero profumo della libertà.
Giacomo Chierichetti, 20 anni, studente

Abbiamo ricevuto parecchie mail dello stesso tenore. C’è molto entusiasmo. E tanta sollecitudine. Che qui condividiamo in toto. In effetti, tre mesi fa, incontrando al Meeting di Rimini due ventenni che furono tra i primi ad avviare a Parigi questo esperimento di silenziosa ed edificante mobilitazione, ci fu detto che migliaia di ragazzi francesi si sono fatti “sentinelle” per la semplice necessità di difendersi dal “totalitarismo”. Parola impegnativa. Eppure in Francia, testimoniano i nostri amici Veilleurs, c’è ormai ben poca libertà di parola e di agibilità culturale per chi non la pensa come la pensano i “rieducatori” del partito di Hollande.

Qui in Italia non siamo ancora a quel punto. Anche se casi come quello di cui è stato protagonista il “rieducato” Barilla dovrebbero far squillare molti campanelli d’allarme. Impressiona, invece, che tutto passi come “normalità”. Per coloro che dovrebbero essere i baluardi dei fatti – e cioè, in primis, giornalisti, intellettuali e perfino i politici – tutto scorre come se la guerra al mondo reale decretata da lobby molto ricche e quindi molto rumorose, fosse un diritto che pacificamente tutti dovrebbero riconoscere, e come tale dovrebbe essere tradotto in leggi. Normale che una coppia di lesbiche metta per aria un asilo perché le maestre si ostinano a parlare di “padri” quando sarebbe “giusto” che, per rispetto alla “omogenitorialità” delle “nuove famiglie” si dovrebbe tacerne. Normale che una preside di liceo, esponendosi al pubblico dibattito poiché indossa una t-shirt dove due uomini si baciano, si senta “indignata” per il fatto di imbattersi in studenti che la contestano.

Diteci, per favore (e per favore segnalatelo in redazione), se al cinema o in tv avete visto un solo film, un solo talk, una sola parodia dell’amore, dedicata a famiglie che si tengono ancora insieme. Per carità, sappiamo bene in che mondo viviamo e guai a gettare la croce addosso a qualcuno. Guai fare la morale al caos in cui viviamo. Però, non poter nemmeno più ricordare il reale. Dover subire leggi che arrivano a minacciare la libertà di parola perfino nell’ambito dell’evidente (per esempio che i bambini vengono al mondo per amore o per caso tra un uomo e una donna). Dover subire il divieto di esprimere anche solo l’idea che un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà per crescere, e che il matrimonio, se proprio vuoi sposarti, ci può essere solo tra un uomo e una donna.

Bè, tutto questo non può essere giustificato dal fatto che “il progresso va avanti” e che tu “sei fermo a un mondo superato”. Tutto questo è segno di totalitarismo. Perciò, animo, «occorre dar battaglia perché Dio conceda vittoria» (Giovanna D’Arco).