Leggere Eco, Scalfari e Saviano e scoprire che “la macchina del fango” somiglia tremendamente a Repubblica

Esce il nuovo romanzo di Eco e le tre grandi firme del gruppo Espresso si auto-intervistano simultaneamente su due giornali diversi. Il risultato è imbarazzante

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eco-scalfari-numero-zero-venerdi-repubblica«Un Paese sfortunato è dunque quello in cui, nessuno sapendo più quale sia il suo dovere, cerca disperatamente un capopolo [sic], a cui conferire carisma, e che gli ordini ciò che deve fare. Il che, se ben ricordo, era una idea espressa da Hitler in “Mein Kampf”» (Umberto Eco, l’Espresso)

Un uomo totalmente privo di carisma e di ogni altra virtù qual è il Correttore di bozze noterebbe subito come sia in fondo abbastanza simpatico che la banalità messa in esergo qui sopra sia stata scritta sull’Espresso da Umberto Eco proprio venerdì 8 gennaio, giorno in cui il medesimo Umberto Eco appariva contemporaneamente nella copertina del Venerdì di Repubblica (di profilo, in coppia con Eugenio Scalfari) e nella “controcopertina” dell’Espresso (sempre di profilo ma questa volta in coppia con Roberto Saviano).

Trattandosi però in entrambi i casi di organi di stampa afferenti a un unico gruppo editoriale libero, democratico e repubblicone, il Correttore di bozze è ben certo che l’ubiqua apparizione del citato Umberto Eco sia stata studiata con intenti assai diversi da quello di «conferire carisma» al semiologo “capopolo”. Tuttavia qualche dubbio lì per lì ti viene.

Ma veniamo al dunque, giacché le sorprese simpatiche non sono finite. Qual è infatti lo scopo di questo multiplo tripudio di auto-interviste e auto-dialoghi fra grandi firme di Repubblica? Lo scopo è la promozione del nuovo romanzo di Umberto Eco, Numero zero, libro nel quale il noto intellettuale “capopolo” di una certa sinistra italiana (quella che non ha bisogno di farsi conferire carisma da nessuno) narra ai lettori la storia della «redazione di un giornale pronto a tutto, tra macchine del fango, ricatti, falsità e misteri di un paese dalla fragile democrazia», sintetizza il Venerdì. Aggiungeteci poi che la vicenda è ambientata a Milano nel 1992 (Tangentopoli, Seconda Repubblica, Berlusconi, eccetera) e che il quotidiano immaginario è proprietà di un signore dal nome vagamente brianzolesco, il commendatore Vimercate: è chiaro dove si vuole andare a parare, no?

eco-saviano-numero-zero-espressoEcco, è qui che il Correttore di bozze vuole mettere in guardia i suoi superficiali lettori. Piano con le conclusioni affrettate. Forse questa volta vale la pena di addentrarsi nella lettura, quantunque oggettivamente lunghetta. Perché l’aspetto in assoluto più simpatico di cotanto vicendevole conferirsi carisma tra Eco, Scalfari e Saviano è senz’altro il fatto che il trio di “capopoli”, assolutamente dimentico della lezione del Mein Kampf, parla così male, ma così male del nostro paese e del suo sistema malato dell’informazione, che finiscono per insultarsi da soli.

Il romanzo Numero zero, scrive l’Espresso, «è lo svelamento dei meccanismi della macchina del fango». Una piaga tremenda – notano senza un briciolo di imbarazzo Scalfari ed Eco auto-conversando amabilmente fra loro – talmente diffusa nelle redazioni italiane che ormai ci sono addirittura dei giornali che passano il tempo a «sputtanare» i presidenti «parlando di cosa hanno fatto la sera, con chi sono andati a letto». Ma pensa te.

Ecco un florilegio di brani tratti dai carismatici dialoghi Eco-Scalfari e Eco-Saviano scelti per voi dal Correttore di bozze:

ECO: «Il mio giornale è come un quadro di Arcimboldo. Si compone con una pera, una banana, una pesca, un melograno, un pomodoro. Cioè, fuori dalla metafora ortofrutticola, tutti gli elementi che fanno parte di alcuni aspetti del giornalismo italiano. E allora che cosa si nota? Vedi spuntare varie tecniche: la tecnica del fango, del tritacarne, della smentita. Poi, naturalmente, ho messo tutti questi elementi insieme e il quadro grottesco che compare è un certo tipo di giornalismo».

IL VENERDÌ: «Ma è possibile immaginare un giornale solo con queste caratteristiche e soprattutto perché si è giunti a tanto?».

ECO: «Di solito si dice che la colpa sia del giornalismo. Credo, invece, che sia una colpa attribuibile alla società mediatica nel suo insieme. Pensa all’America. Una volta se un presidente non piaceva – fosse Lincoln o Kennedy – succedeva che gli sparavano. Già con Nixon e poi con Clinton, si è visto che si può distruggere un presidente tirando fuori le intercettazioni oppure parlando di cosa ha fatto la sera, con chi è andato a letto. Tutta la nostra politica è ormai su questo piano. Il comandamento è: bisogna distruggere, delegittimare, sputtanare. E la stampa spesso corre dietro a queste cose».

IL VENERDÌ: «Ti convince il ragionamento di Eco?».

SCALFARI: «Mi convince e lo condivido. Noi lo abbiamo battezzato “circuito mediatico”. Ma potremmo chiamarlo anche “circo” visto che tutto quello che vi accade sembra avere le caratteristiche di uno spettacolo, dove la gente è felice se l’acrobata si sfracella o il domatore viene sbranato dalle tigri».

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IL VENERDÌ: «La questione che pone Scalfari ha una sua radicalità: i media sono attratti dal male e dal gossip. Oscillano tra queste due esperienze».

ECO: «Sì, solo che c’è stata un’esagerazione soprattutto sul piano del gossip. Non c’è quasi più discrimine con la vita privata. Quanto al “male” spesso viene amplificato grazie alle tecniche allarmistiche. Basta che i miei giornalisti costruiscano una pagina di notizie diverse, ma tutte sotto il segno della tragedia, perché si crei uno stato d’ansia nel lettore. Voglio dire che non è necessario dare notizie false, basta impaginare quelle vere in un certo modo perché si provochi tensione».

SCALFARI: «Il tuo circuito mediatico ho l’impressione sia alquanto perverso. Non so pensare ai giornali solo in questa prospettiva».

ECO: «Sono d’accordo. Persino nei casi peggiori non credo che esista un giornale totalmente simile a quello del mio romanzo. Però credo che i difetti di questo giornale si distribuiscano con una certa equità e secondo certe proporzioni sui giornali esistenti. Per un verso, posso constatare che esistono giornali specializzati nella macchina del fango».

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L’ESPRESSO: «Il buon giornalista parte sempre da un punto di vista. Secondo voi, dove finisce il punto di vista e comincia invece la manipolazione?».

SAVIANO: «Io credo che la macchina del fango comincia là dove finisce l’inchiesta. L’inchiesta fornisce una serie di fatti che permettono al lettore di farsi un’idea generale, anche se sono elementi scelti dal giornalista. La macchina del fango invece ne prende uno solo di questi elementi e su questo, isolato dal contesto, costruisce una realtà. Nel suo libro Eco spiega cosa sia la macchina del fango. Ad esempio, il gossip. Il gossip è una parola che copre un meccanismo terrificante: il mondo del retroscena. La Rete ha generato da questo punto di vista dei veri mostri. (…) Il punto centrale è che la delegittimazione non parla ai tuoi nemici ma ai tuoi amici, alla tua famiglia, a chi ti ama. E poi, insisto, fare un’inchiesta costa tanti soldi, mentre per far gossip basta poco. Nelle redazioni dei giornali, dove si parla troppo dell’ultima dichiarazione del politico di turno e poco delle vere questioni nazionali e internazionali, sono ossessionati dal gossip. E i politici fanno a gara per essere presenti sui giornali senza aver niente da dire. In Rete è anche un vantaggio economico. Basta vedere quanti contatti quindi quale giro di pubblicità genera un servizio su un presentatore tv o su un’attricetta e quanti gli articoli politici, per non parlare della cultura che dovrebbe essere la spina dorsale dell’informazione».

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L’ESPRESSO: «Avete detto peste e corna dei retroscena, del gossip. Però il genere retroscena, gossip politico, il ministro fotografato con l’aspirapolvere in mano, lo ha inventato in Italia “l’Espresso”, di cui voi siete rubrichisti illustri…».

ECO: «Ma non ha insinuato, ha denunciato. Il problema è lo stato della nostra informazione. Prendi la mattina il giornale, anche il più importante, e trovi quattro o più pagine di pettegolezzi su fatti politici nostrani. Se prendi “Le Monde”, trovi invece pagine su quanto avviene in Africa o in Asia, tanto che quasi mi chiedo, ma perché mi parlano di queste cose e non dell’amante di Hollande?».

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