Tutte le assurdità della legge anti-vivisezione che «paralizza la ricerca e non fa bene neanche agli animali»

«Per prelevare il sangue a un topo dovremo fargli l’anestesia». Dario Padovan di Pro-Test Italia spiega a tempi.it gli eccessi di una norma ultra-animalista dettata dalla disinformazione

Prosegue la trattativa tra scienziati e governo italiano per ridimensionare la legge cosiddetta “restringi-vivisezione”. Venerdì scorso 20 settembre centinaia di ricercatori sono scesi in piazza per la libertà di ricerca, e ora attendono con fiducia le decisioni della Commissione sanità del Senato. «Confidiamo nel governo: le obiezioni a questa legge sono chiare e hanno trovato ormai condivisione da parte di tutti i centri di ricerca più importanti d’Italia», spiega a tempi.it Dario Padovan, biologo e coordinatore del comitato scientifico di Pro-Test Italia, associazione tra le più attive nel denunciare la disinformazione che accompagna il dibattito sul tema “vivisezione” in Italia.

Dottor Padovan, soddisfatti della manifestazione di venerdì?
Sì, in piazza con noi c’erano tante associazioni, anche europee e americane: penso all’American Physiological Society, o alla Faseb, sigla di biologia sperimentale che raccoglie più di 100 mila ricercatori. La modifica che in Italia si sta cercando di applicare alla direttiva europea in realtà complica solo la vita ai ricercatori, danneggia la vita dei malati e non porta ad alcun beneficio per gli animali.

Nessun beneficio per gli animali?
È il controsenso più grande. Facciamo un esempio: uno dei punti è l’obbligo di anestesia sempre e comunque. Anche per esperimenti che provocano un dolore più che sopportabile: pensiamo a un prelievo di sangue, che provoca un dolore lieve. La direttiva europea specifica che se il dolore è lieve non serve anestesia, la norma italiana invece dice il contrario. È assurdo dover praticare un’anestesia per un prelievo di sangue, una misura che tra l’altro non va neanche a beneficio dell’animale, visto che ogni anestesia ha un coefficiente di rischio, per quanto basso, oltre a causare un certo fastidio nel recupero.

Quali sono le restrizioni più preoccupanti previste dalla “restringi vivisezione”?
Il danno più grande lo fa l’emendamento sugli xenotrapianti, che è una pratica poco conosciuta. Se stiamo alla propaganda animalista, “xenotrapianto” significa prendere il cuore da un babbuino e trapiantarlo in un uomo. Ma non è una definizione che non corrisponde alla realtà. La pratica viene usata per esempio nelle ricerche sul cancro, che servono sia per fare ricerca pura, sia per trovare terapie personalizzate: davanti a un paziente con un tumore, invece di andare avanti per tentativi chemioterapici, io prendo una biopsia del tumore, la impianto in un topo e poi tratto lui. Così riesco a capire a cosa risponde il tumore e la terapia migliore per il malato. E poi ci sono gli xenotrapianti d’organo.

Di che si tratta?
È una pratica che si sta sviluppando. Un organo animale viene “decellularizzato” lasciando solo l’impalcatura di tessuto connettivo. Qui si impiantano le cellule staminali per ricostruire l’organo di partenza. Al momento questo è riuscito con successo sui topi, sembra una cosa di piccolo conto, invece in futuro potrebbe risolvere molti problemi legati ai trapianti. Pensiamo per esempio a un animale con un cuore simile al nostro in quanto a dimensioni, il maiale: potremmo usare l’impalcatura del suo cuore per svilupparne uno da trapiantare nell’uomo. In questo modo si eliminerebbe il problema della scarsa disponibilità di organi e quello del possibile rigetto, dato che il cuore sarebbe ricostruito da cellule staminali del paziente stesso.

E per quanto riguarda i metodi alternativi alla sperimentazione animale? La nuova legge intende incentivarne l’impiego, ma ne esistono di efficaci?
Siamo molto indietro. Già oggi la legge vigente prevede che l’utilizzo di animali per la sperimentazione sia ammesso solo quando non ci sono alternative. Il problema è che i metodi alternativi non consentono una sostituzione da animale a vitro, ma una riduzione. L’idea è quella di seguire le tre “R”: riduzione, raffinamento e rimpiazzo. Ma quest’ultimo è la cosa più difficile da ottenere. Testare i cosmetici sugli animali, per esempio, in Europa è vietato, però la conseguenza è che su alcuni prodotti non si possono applicare tutti i test che servirebbero con il risultato pratico che questi cosmetici non saranno messi in commercio. Certo, non è un dramma finché parliamo di cosmetici, però fa riflettere: il blocco della sperimentazione animale ha bloccato in toto l’innovazione in quel campo.

Per altro la legge in questione supera le stesse direttive dell’Unione Europea, cosa che Bruxelles ha espressamente vietato. Perché alla Camera invece si è scelta questa strada?
Già le norme Ue erano molto stringenti. La direttiva è frutto di 15 anni di mediazione e discussione tra i ricercatori e la principale lobby animalista europea, l’“Eurogroup for animals”. In Italia siamo andati oltre anche per colpa degli scienziati, che non si sono troppo preoccupati di vigilare sulla cosa. Noi dal canto nostro abbiamo segnalato ai parlamentari tutti i nostri dubbi: pensi che in origine l’emendamento vietava addirittura l’utilizzo di animali nella didattica per veterinari. Un’assurdità che siamo riusciti a impedire, sebbene lo stesso divieto sia rimasto per biologi e zootecnologi. Ma il punto è che in Italia le associazioni animaliste sono molto attive, e più di una fa disinformazione pura.

Ci faccia un esempio.
L’utilizzo dei cani e dei gatti randagi. Se si leggono alcuni commenti firmati da animalisti, sembra che la direttiva ammetta l’utilizzo di questi animali per la ricerca. Ma in realtà la normativa dice chiaramente che non si può sperimentare su animali randagi. Si aggiunge poi che la sperimentazione su di loro è ammessa solo in caso di gravissimo rischio per l’ambiente, per l’uomo o per gli stessi animali, o se si deve fare qualcosa per la sopravvivenza di quella specie e non ci sono alternative. Se volessi studiare, ad esempio, il Fiv, il corrispettivo dell’Hiv per i gatti, ho due alternative: prendo un gatto da laboratorio, lo infetto con il virus e lo studio; oppure cerco un gatto già infettato e lo studio. Per il benessere dei gatti, è molto meglio seguire la seconda strada, ma alcune associazioni animaliste l’hanno fatta passare come un via libera alla sperimentazione su tutti i randagi. Inoltre la normativa prevede chiaramente il divieto di sperimentare sulle cosiddette “specie d’affezione”, cani e gatti, a meno che non ci siano motivi specifici per farlo. Va richiesta una deroga, che deve essere approvata dal ministero. Eppure siamo costretti a leggere appelli scandalizzati che denunciano presunti esperimenti sui cani senza anestesia, quando magari ciò che viene testato è un antipulci.

Venerdì è intervenuto il senatore Carlo Giovanardi, che ha spiegato come la battaglia non sia solo politica e scientifica, ma anche culturale: bisognerebbe avere cura dell’uomo, prima che dell’animale. È d’accordo?
Sì. Bisogna offrire una corretta informazione alla gente, quindi è un problema culturale. La parola vivisezione è un termine molto forte, e pure scorretto: lo dice lo stesso Umberto Veronesi, che pure è un vegetariano convinto. Se chiediamo a una persona qualsiasi di scegliere tra sacrificare dieci bambini o dieci animali, è chiaro che tutti sceglieremmo la seconda ipotesi. La gente però non riesce a capire perché debbano essere usati gli animali, proprio perché prevale una disinformazione di fondo. Io sono dell’idea che gli animali vadano tutelati, però le loro esigenze stanno un gradino sotto a quelle degli uomini e dei bambini. Prendiamo la leucemia infantile: quarant’anni fa il 99 per cento dei casi portava alla morte del paziente entro 6 mesi; oggi si riesce a trattare il 90-95 per cento dei casi. Questo progresso è costato il sacrificio di qualche animale? Sicuramente sì, però adesso possiamo salvare tutti quei bambini.