Lambrusco e chitarra

Una strana coppia di cantautori. Francesco Guccini
e Claudio Chieffo dopo 20 anni di amicizia si raccontano in
un concerto di beneficenza a Carpi. Cronaca di una serata in terra romagnola e di un dialogo riuscito a metà

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La vita, si sa, a volte s’addipana secondo percorsi che mai ci aspetteremmo. Devono aver seguito uno di questi fili sotterranei e imprevedibili, Francesco Guccini e Claudio Chieffo, che lunedì 10 maggio hanno cantato insieme nella cornice del settecentesco teatro comunale di Carpi, per una serata di beneficenza dal titolo “Due storie raccontate in musica”, organizzata dall’Amo (Associazione malati oncologici).

Per la verità la strana coppia, che ricorda un po’ – a detta dello stesso Guccini – il diavoletto (“un buon diavolo, per carità”, assicura Chieffo) e l’angioletto sulla spalla sinistra e destra di ognuno di noi, si era già trovata a cantare insieme – quasi per caso -21 anni fa, nella tarda primavera bolognese del 1978, davanti a giovani universitari.

Dunque un incontro rinnovato quello del 10 maggio, per teacher di Vera Ferrarini, compagna di corso quando Guccini usava portare ancora il vecchio eskimo comprato a Trieste, e “già urlava che Dio era morto”. In quegli anni, insieme a Vera, Guccini aveva salutato la partenza dell’amica Monica Della Volpe (figlia del noto filosofo marxista Galvano) per la trappa di Vitorchiano. Un saluto da par suo, a tarda sera davanti un caminetto crepitante, propiziato da abbondanti libagioni e, naturalmente, accompagnato da una chitarra. Anche pensando a Monica dunque, oggi abbadessa a Valsarola in procinto di fondare un monastero in Angola, l’istrionico cantautore di Pàvana ha accettato di cantare a Carpi. Sul palco la stessa Vera Ferrarini, a condurre una serata nelle intenzioni senza alcun programma predefinito: tutto all’insegna della totale libertà dei protagonisti e dell’imprevedibilità di quanto può accadere tra due persone che raccontano in forma di canzoni spicchi della propria storia. Accompagnato dal suo chitarrista Fabrizio, comincia Claudio Chieffo, il cantautore cattolico forse più cantato nel mondo (il cardinal Biffi recentemente ha definito la sua “Stella del mattino” la “Salve o Regina” del 2000) con due classici del suo repertorio, Il fiume e il cavaliere e La ballata dell’uomo vecchio, “che esprimono lo stesso desiderio di vita e pace che traspare nelle canzoni di Francesco”.

Ma Francesco non risponde. Nonostante la conduttrice lo incalzi ripetutamente sul “libeccio della domanda” che attraversa i suoi testi, sui temi della vita e della morte, Francesco preferisce l’understatement (“Perché comincio i concerti con ‘Canzone per un’amica’? È un puro fatto tecnico: semplice da suonare, non impegna molto la voce…”), prosegue diritto per la sua strada e non si lascia acciuffare. Così, ammiccando furbesco al chitarrista “Flaco” Biondini, tra aneddoti pittoreschi, arguti motti bolognesi e divertenti invettive, riesce a creare il clima che più gli è congeniale, una serata all’osteria “tra commozione e teatralità”. Ma la levità dell’ironia che impedisce di prendere le cose troppo sul serio, non evita al colto Guccini di citare nientemeno che il Deuteroisaia, in ebraico antico: “Shomer ma mhi lai la”, “Sentinella, quanto è lunga la notte?”. Il versetto del profeta segnerebbe la reale condizione dell’uomo: un uomo nelle tenebre che si domanda quando potrà giungere per lui un’alba che sembra sempre incombente, ma non arriva mai. “Le risposte non le avremo mai, ma non bisogna mai smettere di chiedere”, sono le ultime parole di Guccini. Davanti a tale stoica fortezza, fa tenerezza – per contrasto – la semplicità quasi ingena dell’ultima canzone di Claudio Chieffo, Lui m’ha dato i cieli, che il forlivese esegue perché “la domanda è importantissima, ma nella mia storia c’è una risposta ancora più affascinante della stessa domanda, che ti fa nascere il desiderio di partecipare alla gioia e al dolore degli altri”.

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