L’abolizione della prescrizione e quella della politica

Alla vigilia della «penalizzazione integrale della vita sociale». Panebianco indaga per il Corriere sulle ragioni dello squilibrio tra politica e giustizia in Italia. Con un caveat per Salvini

Protesta degli avvocati penalisti contro l'abolizione della prescrizione

Va segnalato oggi l’editoriale del Corriere della Sera firmato da Angelo Panebianco, che critica l’«ormai probabile» imminente abolizione della prescrizione come prova definitiva dello squilibrio tra poteri in atto nel nostro paese.

Il politologo fa innanzitutto un rapido affondo sulle conseguenze giuridiche dell’abolizione della prescrizione, con parole che confermano e aggravano il giudizio negativo dato da Tempi nei giorni scorsi sulla misura. Scrive Panebianco:

«Dopo una pluridecennale attività che, provvedimento dopo provvedimento, ha dilatato sempre più la sfera di applicazione del diritto penale, siamo ora giunti alla “penalizzazione integrale” della vita sociale, pubblica e privata, italiana. […] Quanto oggi passa – penalmente parlando – il convento, fa apparire il codice Rocco, promulgato ai tempi della Buonanima, come faro e testimonianza di civiltà giuridica».

LA DILATAZIONE DEL DIRITTO PENALE

Tuttavia la riflessione dell’editorialista del Corriere più che il significato “tecnico” del provvedimento riguarda «le cause politiche della situazione attuale», nella quale si assiste a una «dilatazione abnorme della sfera di applicazione del diritto penale».

Se oggi la giustizia rappresenta un «incombenza, opprimente e arbitraria, su ogni aspetto della vita civile», ricorda Panebianco, è perché in Italia «a un certo punto» (leggi: Mani pulite) è «avvenuto un radicale ribaltamento dei rapporti di forza fra potere politico-rappresentativo e potere giudiziario».

I TIFOSI DELLE MANETTE

Ma sarebbe un errore – si legge ancora nell’editoriale – «credere che in questa vicenda contino soltanto le élite, che tutto si risolva nel contestuale indebolimento delle élite politico-rappresentative e nel rafforzamento di quelle giudiziarie». Perché secondo Panebianco lo squilibrio tra i poteri della politica e della giustizia non è appena frutto di un colpo di mano, non è il risultato esclusivo di una guerra tra oligarchie. C’entra anche, e molto, la cosiddetta opinione pubblica.

«Perché questa trasformazione, questo ribaltamento dei rapporti di forza fra politica rappresentativa e magistratura inquirente ha goduto e gode di ampi consensi nel Paese […]. Si tratti di scudi legali a protezione dei parlamentari o di freni al regime di intercettazione selvaggia qui vigente, non c’è stato mai un tentativo della politica di riguadagnare le posizioni perdute che non incontrasse la feroce opposizione di settori ampi dell’opinione pubblica».

LA CONNIVENZA DEI GRILLINI E DEL PD

È chiaro con chi ce l’ha Panebianco: con gli estremisti della “lotta ai corrotti”. È anche con il loro sostegno e per le loro pressioni che si è potuta realizzare «la penalizzazione integrale della vita pubblica». E questo nonostante le innumerevoli dimostrazioni del fatto che la guerra alla corruzione condotta con i forconi è stata «un fallimento totale».

«È proprio grazie all’ampia riserva di consensi di cui continua a godere nel Paese che la democrazia giudiziaria è in una botte di ferro. Perché quei consensi garantiscono ai settori più militanti del potere giudiziario di poter contare sulla sicura connivenza di frazioni quantitativamente importanti della classe politica. Oggi i 5 Stelle, ieri una parte del Pd».

CRAXI, BERLUSCONI, RENZI E POI?

E qual è la conseguenza di questa connivenza tra giustizia straripante e politica forcaiola? La conseguenza, spiega sempre Panebianco, è l’impossibilità di qualunque leadership forte. Poiché «una leadership politica forte, ancorché democratica, sarebbe comunque una minaccia per lo status quo: potrebbe riuscire prima o poi a riequilibrare i rapporti di forza fra potere rappresentativo e potere giudiziario».

Di qui la peculitarità del nostro sistema politico, in crisi come tutti i sistemi occidentali ma con una grave debolezza in più. Da tenere a mente questo passaggio dell’editoriale del Corriere:

«In quasi tutte le altre democrazie occidentali leader forti emergono […] e anche quando inciampino in inchieste giudiziarie (inchieste della magistratura ordinaria intendo) non corrono per lo più grossi rischi personali. In Italia è diverso. Qui da noi quando emerge un leader che per le sue caratteristiche promette di essere un leader forte, sappiamo tutti che c’è un Piazzale Loreto che lo aspetta: Craxi, Berlusconi, Renzi. Scommetto che molto presto arriverà anche il turno di Salvini».

Foto Ansa