«La “supertassazione” sulla casa crea crisi di mercato: servono sconti fiscali per l’edilizia»

«Non si tratta di costruire ulteriori metri cubi, ma di riqualificare e recuperare l’esistente e l’invenduto». Intervista a Fabio Bonfà, vicepresidente del Consiglio nazionale degli ingegneri

«La casa, in Italia, è un bene primario e uno status symbol: è evidente che una “supertassazione” crea disagi notevoli e quindi crisi di mercato». A parlare della crisi che investe il mercato immobiliare, l’edilizia e tutto l’indotto è Fabio Bonfà, vicepresidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, l’organismo di rappresentanza istituzionale degli interessi di categoria. Bonfà suggerisce anche uno strumento per combattere l’assenza di liquidità nel privato e di investimenti nel pubblico: «Attraverso misure di defiscalizzazione. Il sistema usato per il comparto energetico è un sistema valido; andrebbe applicato in maniera generalizzata, non come evento saltuario». Le risorse ci sono; è solo che, «quando sono poche, vanno spese bene».

Quali sono i dati che più realisticamente fotografano le condizioni generali dell’edilizia italiana?
Il paese sta attraversando una crisi economica generalizzata e l’edilizia, siccome, insieme con tutto il suo indotto, è forse il più importante comparto produttivo in Italia, è anche quello che ne sta risentendo maggiormente: dal 2009, infatti, si sono persi almeno 250 mila posti di lavoro e sono oltre 50 mila le imprese in difficoltà. Le cause sono da ricercarsi tanto nel pubblico quanto nel privato; gli investimenti pubblici hanno subito una flessione pari al 40 per cento, mentre l’edilizia residenziale è totalmente in crisi sia per quanto riguarda la compravendita sia la produzione, che è diminuita del 30 per cento.

Come mai?
La crisi di liquidità è evidente: sia le famiglie sia le imprese hanno serie difficoltà a disporre di risorse da spendere e ad accedere al credito delle banche; le cause sono diverse e molteplici, si tratta di una concatenazione di eventi. Pensi, per esempio, a quanti pochi giovani possono ormai godere di contratti di lavoro a tempo indeterminato e conseguentemente non hanno la possibilità di accendere mutui. Ma così la vendita di immobili diminuisce per forza. La tassazione sulla casa, inoltre, è insostenibile: genera un gettito complessivo di 44 miliardi di euro, di cui 23 solo di Imu, per un totale di nove imposizioni fiscali.

Lo Stato batte cassa dove sa di poter riscuotere con certezza.
La casa, però, è un bene primario e, nel nostro modello di società, è anche uno status symbol: averne una è un indice di tranquillità economica raggiunta e averne più di una un indice di benessere; è evidente che una “supertassazione” sulla casa crea disagi notevoli e quindi crisi di mercato.

Il mercato degli immobili è un mercato saturo?
Noi ingegneri ne siamo consapevoli e siamo consapevoli che bisogna fare una politica diversa dal passato, fatta di riqualificazione e recupero degli immobili nelle città; non si tratta di costruire ulteriori metri cubi, ma di sistemare e razionalizzare l’esistente, ispirandosi a criteri di funzionalità. Oltretutto, essendoci molto invenduto in Italia, occorre riqualificarlo perché, con l’andare del tempo, l’invenduto diventa invendibile.

Se la collettività ha meno soldi in tasca come si fa?
Attraverso misure di defiscalizzazione. Il sistema usato per il comparto energetico è un sistema valido; andrebbe applicato in maniera generalizzata, non come evento saltuario. Il nostro centro studi ha dimostrato che, per ogni 100 euro che lo Stato dovesse decidere di scontare in tasse, il rientro per le casse pubbliche sarebbe del 50 per cento in termini di Irpef e di Iva; senza contare che si tratterebbe di un importante volano per l’economia. Gli studi dicono che sarebbe una soluzione sostenibile.

Resta aperto il problema della copertura finanziaria.
Quando le risorse sono poche, vanno spese bene: l’Italia spende in media ogni anno per interventi riparatori a seguito di eventi sismici e idrogeologici rispettivamente 3 e 2,5 miliardi di euro. Questo significa che potremmo impiegare, piuttosto, quei 5/6 miliardi di euro l’anno in piani di interventi quinquennali per la messa in sicurezza preventiva del paese in caso di eventi sismici e idrogeologici. Lo studio dimostra che, con quella cifra, in un anno, si potrebbero mettere tranquillamente in sicurezza tutte le zone maggiormente esposte a rischio terremoto in Italia.

Com’è lo stato di salute dell’ingegneria italiana?
L’Italia dispone di professionalità spiccate in molti ambiti dell’ingegneria, come, per esempio, nel verde e nella green economy, settori dove possiamo fare le nostra parte a livello mondiale. Investire su questi due ambiti potrebbe avere grandissimi vantaggi: abbiamo calcolato che i posti di lavoro in più che si verrebbero a creare sarebbero pari a 600/800 mila unità per diplomati e laureati in ingegneria. Un altro settore in cui siamo un’eccellenza è quello dell’ingegneria biomedica, dove le assunzioni sono in aumento.

Il modello di finanziamento tramite agevolazioni fiscali all’energetico, però, ha già subito critiche da più parti…
Bisogna insistere su questi temi modificando la normativa in quegli aspetti che non hanno funzionato. È indubbio che occorre investire per valorizzare. Il problema è che molto dell’investimento fatto finora è stato finalizzato alla realizzazione materiale delle opere, ma senza porre sufficiente attenzione alla valorizzazione della filiera che ad essa porta.

L’università italiana è ancora in grado di formare bravi e giovani ingegneri?
Quei pochi che decidono di andare all’estero sono molto apprezzati e, in percentuali elevatissime, vengono confermati e assunti. In Italia, invece, c’è un problema di precarietà che non si lega tanto al discorso sul “posto fisso” ma all’assenza di una prospettiva delineata. Credo che, tra le priorità del paese, ci sia quella di dare più opportunità ai giovani.