La rivoluzione dello shale gas spinge la ripresa negli Stati Uniti. E li rende indipendenti dai paesi arabi

Il greggio di scisto porta l’America verso l’indipendenza energetica e spiazza la concorrenza di paesi dell’Opec come l’Arabia Saudita e il Qatar, che hanno sempre dettato i prezzi dell’oro nero

Non si ferma la rivoluzione “made in Usa” dello shale, il petrolio e il gas estratti dalle rocce di scisto. «La produzione statunitense di petrolio è cresciuta del 70 per cento negli ultimi sei anni», ha scritto il Sunday Times, e «le raffinerie americane hanno dimezzato le loro importazioni dai Paesi dell’Opec». La Nigeria, poi, «un tempo tra i primi cinque fornitori degli Stati Uniti, non esporta più un solo barile» di petrolio estratto grazie al fracking in America, che in compenso ha visto crescere le proprie esportazioni di greggio a «livelli mai visti dal 1950».

LA CADUTA DEI PREZZI. La caduta dei prezzi del petrolio conseguente alla rivoluzione dello shale sta facendo sentire i suoi benefici: anzitutto, «un greggio più economico significa minor prezzo dei carburanti», ed è come se i consumatori si fossero trovati di fronte a un «multimiliardario taglio delle tasse»; non solo: il mercato dell’auto è ripartito, compresi i Suv e tutte quelle auto di grossa cilindrata che hanno tradizionalmente assicurato i maggiori profitti ai produttori Usa. È migliorata anche la competitività di diverse aziende manifatturiere e di quelle del petrolchimico in particolare, perché lo shale gas ha ridotto sensibilmente i costi dell’energia, fino a quasi la metà di quelli della Germania. Tutto ciò con grande beneficio «per l’economia intera e la bilancia commerciale»; tanto che un importante storico e analista dell’energia come Daniel Yergin, ha osservato che «il flusso di denaro che prima lasciava gli Stati Uniti a beneficio di fondi sovrani e titoli», ora «restano in patria a creare posti di lavoro». Come dimostrano gli investimenti nei settori dell’edilizia e cantieristica.

VENTO IN POPPA. Non solo. Mentre l’«Europa è ferma al palo», come hanno spiegato sia l’allora presidente di Eni Giuseppe Recchi in un’intervista a Tempi, sia l’ad Paolo Scaroni, i benefici dello shale si fanno sentire anche nelle relazioni internazionali. La «tempesta dello shale», ha scritto l’ideologo del “soft power” Joseph Nye Jr., sta spingendo l’America come una «ventata» spinge le vele di una nave che solca gli oceani.
Da un lato, infatti, la Columbia University stima che la russa Gazprom possa perdere il 18 per cento dei suoi profitti in Europa per effetto della concorrenza del gas di scisto a stelle e strisce esportato nel vecchio continente; dall’altro, il Qatar non può più imporre ai suoi compratori di gas europei e arabi il prezzo che vuole e l’Arabia Saudita, che non intende ridurre il livello di produzione del petrolio, è stata costretta ad abbassare perlomeno i prezzi. Così, infatti, i sauditi hanno pensato di rendere la vita più difficile ai produttori di shale, ma senza fare i conti con il progressivo abbattimento dei costi della tecnologia del fracking, che potrebbero tenere in gioco gli Usa nella corsa all’oro nero, rendendoli competitivi con prezzi più vicini ai 45 dollari al barile che non i 90 cui l’Arabia Saudita è scesa.