La riforma che Veltroni e i suoi si “dimenticano” sempre

Di che ripresa vogliamo parlare, governi dell’alternanza, spirito d’unione, superamento del pantano, se la giustizia non vuole mollare un millimetro del suo potere sulla società e la politica?

Walter Veltroni

Probabilmente Walter Veltroni – cerchiamo di sospettarlo seriamente – non ha ancora deciso se accettare il ruolo di direttore editoriale del Corriere della Sera di cui si è vociferato sul finire del 2020. O se invece puntare decisamente le proprie fiches di fondatore del Pd e democrat clintoniano alla poltrona presidenziale che dovrà trovare il suo Toro Seduto nell’elezione a Camere riunite di primavera 2022, e che i maligni e maleducati insinuano Mattarella voglia continuate a riscaldare autorevolmente per un altro settennato.

Bene. Con la tempestività dell’uomo che conosce i tempi della politica, ieri, all’indomani del doppio voto di fiducia al governo Draghi, il primo segretario e padre nobile del Pd ha sfilettato sul Corriere una brillante analisi della situazione italiana. Riconoscendo, nell’ordine:

1) che con tutto il garbo usato da Draghi per non considerare il proprio governo come frutto del fallimento dei partiti e della politica (che è stato per altro il leit motiv giornalistico che ha accompagnato Draghi a palazzo Chigi) in effetti siamo di fatto nel contesto di “un governo tecnico”;

2) si è chiesto: «Esistono altre grandi democrazie occidentali in cui si sia mai sperimentata la formula del governo tecnico che in Italia viene scelta, ad intervalli quasi regolari, da circa trent’anni?». Bella domanda e bella risposta (sembra che il Nostro si nutra di Tempi) negativa. Perché la democrazia e il principio di “stabilità” tirato in ballo da 30 anni a questa parte per giustificate la supplenza dei partiti e della politica quasi fosse la nascita di un governo cosiddetto “tecnico” un’azione necessaria, divina, per il bene nostro e iniziativa dello spirito santo, al contrario dei “tecnici” cosiddetti impone il controllo e il consenso dei cittadini, dice Veltroni «impone, così è in Europa, ai governi di governare e di fare le riforme e li sottopone… al giudizio dei cittadini che sanno valutare, perché li vivono sulla propria pelle, meriti e torti di ciascuno»;

dopo di che, punto 3), «Da allora (2011, ultimo governo Berlusconi ribaltato e tecnicizzato con Mario Monti, ndr) gli italiani non hanno mai più avuto un governo che fosse scelto da loro»;

4) «il nostro paese non è mai entrato, checché se ne dica, nella Seconda Repubblica»;

5) «l’Italia deve diventare una democrazia dell’alternanza, con governi che durino una legislatura, che vengano giudicati per il loro operato».

Non c’è una virgola che non sia da sottoscrivere dell’analisi veltroniana. Però. Come succede spesso con Veltroni – uno che ha seduto nel comitato centrale del Partito comunista italiano e, caduto il Muro di Berlino, ha continuato a fare politica ai massimi livelli, Ulivo, sindaco di Roma, Lincoln della democrazia in Italia, sotto la spensiersta bugia del «io non sono mai stato comunista» – colpisce la parte del suo discorso rimasto completamente silenziato, al buio, dissimulato.

Al 99 per cento Veltroni sembra ragionare come Tempi. Cos’è quell’1 per cento che sballa tutto come il dettaglio del diavolo che fa la pentola ma non ci mette il coperchio? Fuori di metafora, caro tempista Walter: perché 30 anni di governi tecnici? Perché tanta instabilità? Perché il trionfo dell’antipolitica e il tonfo dal quinto posto nel mondo all’ultimo in Europa dell’economia e del complessivo sistema Italia?

Ecco, ad oggi Veltroni riesce a dire che non siamo nella Seconda Repubblica, ma non riesce ad ammettere il modo manomesso con cui è saltata la prima. E dal governo “tecnico” Ciampi in poi, come i guardiani della rivoluzione giudiziaria (complici i poteri quirinalizi capi del Csm) – analogamente ai pasdaran di Khomeini – non abbiano mollato un solo millimetro del loro potere totale sulla società (si vedano a mo’ di recente esempio le pazzesche richieste di condanna del pm sul caso Ilva; e per i quarant’anni precedenti all’arrivo dei Riva? Per i dirigenti dell’Italsider di Stato cosa dovrebbero chiedere i pm, 28 secoli di carcere?) e tanto più sulla politica (Berlusconi criminale forever).

Dunque, di che ripresa vogliamo parlare, governi dell’alternanza, spirito d’unione, superamento del pantano, quando i carri armati (metafora, ma l’effetto è quello) delle procure non vogliono saperne di rientrare nelle caserme? È di tutta evidenza che il caso Palamara rappresenta una enorme occasione per mettere mano a una riforma elementare della giustizia (Csm per sorteggio e separazione delle carriere), che rappresenta l’indispensabile premessa per tutte le altre.

Perché, a quali riforme vuoi pensare se prima di tutto non si trova il modo di ristabilire lo Stato di diritto e l’equilibrio dei poteri, come richiesto in ogni democrazia e perfino dalla Costituzione italiana? Autonomia e indipendenza dei giudici. Giusto. Ma come ha scritto con perspicace metafora quel Luciano Violante che da comunista e poi democrat è sempre stato compagno di partito di Walter Veltroni, il potere giudiziario «deve essere un leone. Ma un leone sotto il trono» della politica, non sopra.

E questo non perché la politica sia più onesta della magistratura (come si vede ogni scarraffone è figlio a mamma sua e i vizi italiani sono uguali ovunque). Ma perché alla politica spetta guidare una nazione e senza la politica una nazione se ne va a rotoli e finisce nello stomaco di tutti i poteri nazionali ma soprattutto internazionali di questo mondo. E perché al potere giudiziario spetta invece fare un’altra cosa, e cioè di rappresentare ed esercitare la legge.

Non la politica, non la “lotta” a chicchessia. Ai funzionari dello Stato non spetta fare né i partiti né i preti: non spetta loro il mestiere di moralizzare la nazione ma, appunto, il dovere di applicare con buon senso, moderazione, prudenza, la legge. Fuori di lì è il disastro trentennale italiano che ci fa ridere dietro dall’Europa che intanto ne ha approfittato, rendendoci colonia di Bruxelles e mangiandosi tutti i nostri principali asset e aziende strategiche.

Se Veltroni e i suoi non arrivano a riconoscere l’urgenza di riformare la giustizia come premessa di tutte le altre riforme, l’inganno e il disastro sistemico italiano proseguirà. E proseguirà l’autoinganno dei sempre meno leader del Pd che sta rendendo il loro partito nient’altro che un irrilevante anche se ovviamente influente partito-Stato. O, detto altrimenti, il partito sentinella del potere romano che resiste ad ogni riforma dello Stato nella misura in cui tale riforma mette in discussione un potere le cui decisioni possono bypassare qualsiasi parlamento e governo, e passare magari anche solo da un giro di abboccamenti o telefonate sotto il Quirinale.

Ma questo non è più uno Stato democratico. Sono gli ultimi giorni di Bisanzio. Da questo punto di vista capiamo benissimo la difficoltà e la ricerca di spostare le questioni sulla “giustizia civile” da parte del nuovo ministro della Giustizia. Per quanto si tratti di una persona di grande levatura morale e giuridica, è chiaro che non potrà restituire un’ unghia allo Stato di diritto e all’equilibrio dei poteri, se Mario Draghi non si inventerà un “bazooka” come quello che imbracciò alla Bce per sostenere l’economia italiana. Questa volta per costringere i carri armati a ripiegare nelle caserme dopo trent’anni di occupazione (viene da dire “ad minchiam”, perché dopo Tangentopoli non ci fu più un disegno politico ma solo protagonismo destabilizzatore) della vita politica, sociale ed economica italiana.

Foto Ansa