La natura non è un museo

Viaggio nel Parco del Delta del Po dove si scopre che sia la cupidigia umana sia l’ambientalismo sciocco fanno solo danni

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Mesola (Ferrara). A ogni azione corrisponde una reazione quasi sempre imprevista, talvolta imprevedibile. Quando l’argomento sono gli interventi umani sull’ambiente, anche i più apparentemente benintenzionati, è così che andrebbe riformulata la terza legge della dinamica, quella che recita che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Mentre andrebbe riabilitato quel vecchio proverbio che dice che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Prendi per esempio l’attuale foia per le energie rinnovabili, alimentata dalle ricche sovvenzioni che i governi nazionali riservano a enti pubblici e cittadini privati perché adottino questa o quella tecnologia, mettano in opera questo o quel progetto che dovrebbe generare energia pulita e ridurre le emissioni di C02. Càpita che la bella pensata di perseguire obiettivi ecocompatibili facendo leva sull’umana cupidigia di denaro si ritorca contro uomini e cose.

Chi voglia andare al Parco del Delta del Po venendo da sud deve passare per la strada statale 67, che nel tratto fra Forlì e Ravenna costeggia il fiume Ronco. Qui, in località San Bartolo, è stata costruita una centrale idroelettrica sul fiume Ronco, in base a un progetto avviato nel 2012 e concluso nel 2017. Nell’ottobre scorso, a causa di segni di cedimento dell’argine sinistro in prossimità della chiusa costruita sul fiume, vigili del fuoco e tecnici della protezione civile avevano bloccato la strada e avviato rilievi. A un dato momento una parte della stessa chiusa è crollata, trascinando sotto i suoi detriti uno dei presenti, un tecnico 52enne che ha perduto la vita nell’incidente. Da allora la statale, nota come Ravegnana, è bloccata e per spostarsi fra Forlì e Ravenna occorre avventurarsi su altri percorsi. Ovviamente anche la centrale idroelettrica, costata 2 milioni di euro, è ferma. Le turbine non girano più, le paratie restano immobili. La ditta che ha fatto i lavori – con tutte le autorizzazioni e i permessi di questo mondo da parte di Regione, Provincia e Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente – è la stessa che a pochi chilometri da qui ha costruito un’altra chiusa e un’altra centrale idroelettrica, sul fiume Savio a Mensa Matellica: anche lì, dopo l’entrata in funzione nell’agosto 2015, sono franate le sponde del fiume in alcuni tratti nei tre chilometri a monte del paese. Due inchieste giudiziarie, quella sulla sciagura di San Bartolo e quella aperta sul dissesto idrogeologico del Savio, potrebbero presto incrociarsi.

L’eterogenesi dei fini, i grandi progetti che vogliono sposare economia e ambiente ma che fanno i conti senza l’oste, le tortuosità burocratiche che lasciano passare errori marchiani come quelli di San Bartolo e di Mensa Matellica e poi magari ritardano per anni o fanno ostruzionismo rispetto a interventi urgenti assennati sono eventi ricorrenti in tutto il territorio del Parco del Delta del Po.

Parco a macchie di leopardo: dal bosco della Mesola subito a sud del Po di Goro fino alla pineta e alle saline di Cervia poco a nord di Cesenatico si succedono sei “stazioni” che non hanno continuità territoriale e norme di conservazione ben diverse da quelle dei territori adiacenti. La più estesa delle sei stazioni è quella delle valli di Comacchio, coi suoi 15 mila ettari che comprendono non solo le zone allagate ma le saline dove nidifica il fenicottero rosa. Alle valli, è successo quello che è capitato anche al Po: hanno cambiato forma e sostanza nei secoli sia per eventi naturali che per l’azione umana, e sulla saggezza e sulle conseguenze degli interventi umani è aperto il dibattito.

I due concetti da trattenere sono che la natura non è un museo e non è nemmeno un sistema stabile: si muove, cambia, distrugge e ricrea; e che gli interventi umani sono sempre ambigui: un atto bene intenzionato può avere conseguenze nefaste, un’azione umana che altera un ecosistema consolidato può nel tempo creare le condizioni per un altro ecosistema non meno ricco in termini naturalistici e non meno affascinante in termini umani.

Le valli non sono un ambiente ancestrale: si sono formate nel X secolo come risultato del fenomeno della subsidenza, provocato dalle alluvioni dei fiumi della zona, principalmente il Reno e il Po di Volano, che oggi esiste solo come canale. La subsidenza è lo sprofondamento del terreno per il cedimento degli strati inferiori. Gli strati inferiori cedono perché sono formati di torba. E che cos’è la torba? È il deposito composto da resti vegetali e animali sprofondati per le alluvioni e impregnati d’acqua che, a causa dell’acidità dell’ambiente, non si decompongono interamente. Formano una spugna che lentamente si mineralizza, e a un dato momento sprofonda. Di conseguenza il terreno si impaluda.

Un tempo al posto delle valli di Comacchio c’erano boschi di querce e di lecci, e negli spazi disboscati sorgevano ville romane. Ancora oggi sull’isoletta detta “dosso dei sassi” basta scavare trenta-quaranta centimetri sotto la superficie per trovare esagonette di laterizi di edifici di epoca romana. Quando alla fine dell’Ottocento sono cominciate le bonifiche che hanno sottratto terreni alle valli per trasformarli in poderi, nessuno si sentiva in colpa: si trattava di dare terra da coltivare alla gente povera della zona e di combattere la malaria (che da queste parti ha fatto vittime illustri, come Dante Alighieri e Anita Garibaldi). La superficie delle valli è scesa da 73 mila ettari a 15 mila in meno di cento anni (la prima grande bonifica è stata avviata nel 1872, l’ultima è stata fatta nel 1964), e questo ha portato via lavoro ai pescatori di anguille, cefali, branzini e acquadelle, che hanno proliferato dopo che le acque sono diventate salmastre a partire dal XVI secolo. Ma ha sistemato un numero ben maggiore di coloni e generato una produzione agricola non solo estensiva (campi di granturco e soia a perdita d’occhio): qui la terra coltivata dà il meglio di sé nel settore degli ortaggi: erbette, carote, pomodori, patate, cipolle. Quando si passa da queste parti d’inverno, saltano agli occhi le centinaia di metri di cellophane grigio steso sopra i campi a impacchettare le verdure per proteggerle dal troppo freddo. Pare di ritrovarsi fra le ciclopiche installazioni di Christo, l’artista bulgaro che impacchetta monumenti e ambienti naturali.

Chi ha fatto le bonifiche però non ha tenuto conto, almeno inizialmente, di un problema: che la subsidenza continua anche dopo che l’acqua è stata sifonata dai terreni. E insieme ai terreni si abbassano gli argini, i canali e le strade che erano stati costruiti. Il fenomeno naturale è stato poi accentuato dall’estrazione del metano, di cui il sottosuolo è ricco, avviata negli anni Trenta, che ha toccato il culmine negli anni Sessanta. Dopo di allora si sono chiusi molti pozzi metaniferi e in quelli rimanenti il prelievo non viene più fatto nei primi 300 metri, ma a mille metri di profondità; gli argini sono stati ricostruiti e rialzati di quattro metri rispetto alla linea di difesa precedente. I terreni comunque continuano ad abbassarsi, non tanto come prima ma comunque a un ritmo preoccupante per chi ci vive: un centimetro all’anno.

Oggi a coltivare le superfici bonificate non ci sono se non raramente i titolari originari delle concessioni o i loro discendenti: costoro si sono trasferiti in città o sulla costa, dove si guadagna di più come addetti dell’industria turistica della Riviera adriatica; a coltivare i campi sono i “terzisti” a cui i proprietari hanno affidato i poderi. Non è questo l’unico paradosso: le bonifiche oggi rappresentano un contributo decisivo all’ecosistema importante almeno tanto quanto quello che rappresentano dal punto di vista del valore economico, e forse di più. Se infatti il Parco del Delta del Po può vantare di essere la più grande oasi avifaunistica italiana, con 344 specie diverse di uccelli fra nidificanti e svernanti, non è solo grazie alle sei stazioni del parco dove caccia, pesca e prelievo di prodotti del suolo sono proibiti, ma anche grazie alla grande riserva di cibo (sementi, germogli, bacche, frutti) che i campi coltivati rappresentano per gli uccelli.

Nelle valli si può assistere a scene stupefacenti come il passaggio di grossi e allungati stormi di gru al tramonto diretti verso qualche isoletta fra gli acquitrini. Volano a cento e più metri da terra emettendo il loro caratteristico richiamo – Gru! Gru! Gru! – dal quale prendono il nome in latino e in italiano. Nel consueto silenzio delle valli il suono si distingue benissimo anche a grande distanza. Tanto sforzo –volare e gridare- è richiesto dalla necessità di mantenere il gruppo in formazione fino alla destinazione.

Il discorso si allarga ben al di là delle valli di Comacchio e del Parco del Delta del Po: oggi la pianura padana nel suo complesso è diventata forse l’oasi avifaunistica più grande d’Europa, per effetto dei cambiamenti climatici che hanno rialzato la temperatura nel nostro emisfero. Morette, marangoni, aironi bianchi maggiori, gabbiani di diverse specie, folaghe, moriglioni che amano i climi del Nord Europa e in inverno scendevano molto a sud, adesso sostano in val padana e soprattutto nel Parco del Delta del Po, dove trovano riserve di cibo per affrontare inverni più miti del passato. I mutamenti climatici hanno pure reso stanziali specie che prima comparivano solo nella stagione estiva: gli aironi guardabuoi, quelli che nei documentari sulla fauna africana spiccano per la loro livrea bianca in mezzo a bufali, gazzelle ed elefanti, normalmente si vedevano solo d’estate. Adesso nidificano e restano anche d’inverno: li abbiamo visti coi nostri occhi in pieno mese di gennaio nelle campagne del Ravennate. La ragione: quassù c’è tanto da mangiare, e il freddo è meno freddo di una volta. L’Italia oggi ospita molte più specie di uccelli che non in passato grazie ai cambiamenti climatici.

Se gli uccelli stanno bene, i pesci invece se la passano male. Esperimenti falliti nelle valli di Comacchio hanno prodotto danni di cui ancora non si riescono ad accertare le dimensioni. Mentre a Goro e dintorni gli esperimenti per la riproduzione dei molluschi bivalve in cattività sembrano coronati da successo e non presentano grossi impatti sull’ambiente, a Valle Campo, qualche chilometro a sud di Porto Garibaldi, il progetto (molto più ardito, ai limiti dell’incoscienza) di riprodurre l’anguilla in cattività è miseramente fallito e ha impattato negativamente sull’ambiente.

Negli anni Settanta Provincia di Ferrara, Comune di Comacchio, l’Agenzia regionale per lo sviluppo agricolo e Sopal (un’azienda del gruppo Efim) crearono una società per un progetto di riproduzione e allevamento intensivo dell’anguilla e altro pesce nelle valli di Comacchio sotto il nome Sivalco. Venne costruito solo l’impianto pilota di Valle Campo, che ha chiuso i battenti nel 1996 con un passivo di 17 miliardi di lire.

Oggi fra gli specchi d’acqua e i canneti, a poca distanza da lavorieri ancora in funzione, si stende un panorama di rovine industriali che occupano alcuni ettari, fortunatamente recintati. La ruggine e la sporcizia la fanno da padroni. Ventitré anni dopo la chiusura, ancora non è stato rimosso l’amianto presente nella struttura. E probabilmente non sono stati riassorbiti i danni inferti all’ecosistema: l’eccesso di nutrienti riversati nelle acque della valle ha favorito la proliferazione di macroalghe che hanno ridotto la disponibilità di ossigeno per pesci, molluschi e vegetali, la cui presenza è per questo motivo costantemente diminuita nell’ultimo ventennio.

Lente a riparare gli interventi umani fallimentari per ragioni finanziarie, altre volte le istituzioni dimostrano lentezza causata da approcci ideologici e sentimentali alla problematica ambientale. Valga come esempio la vicenda della fauna del bosco della Mesola, già riserva naturale e poi area protetta del parco che è quel che resta di un’antica foresta a sud del Po. A conservarla furono gli Estensi, che la usavano come loro riserva di caccia.
Racconta Federico Montanari, naturalista per molti anni al servizio dell’Arpae (l’agenzia emiliano-romagnola per la protezione dell’ambiente) operando in particolare nell’area della Mesola:

«Nel 1985 una specifica ricerca commissionata dalla Regione Emilia-Romagna studiò l’ecosistema del bosco della Mesola e le condizioni della fauna, evidenziando che i pochi cervi presenti, una trentina, erano sull’orlo dell’estinzione per la concorrenza che gli veniva dai daini, arrivati all’insostenibile numero di 800. Questi ultimi erano stati introdotti nella riserva naturale, prima che fosse dichiarata tale, per scopi venatori. I cervi, invece, risultavano essere gli abitanti originari del luogo. Erano niente meno che gli ultimi discendenti del cervo padano, l’unica specie autoctona italiana. Gli specialisti, dopo numerosi ed inutili tentativi di ridurre il carico allontanando parte della popolazione di daini, suggerirono l’unica soluzione rapida possibile: abbattere la quasi totalità dei daini per permettere alla popolazione dei cervi di riprendersi. Scoppiò l’inferno: associazioni ambientaliste e maestre elementari insorsero. “Vogliono uccidere bambi” fu la parola d’ordine che corse per tutta la provincia, in particolare nelle scuole elementari. L’allora Usl pose, con motivazioni igienico-sanitarie, una serie di paletti e di norme relative alle strutture in cui sarebbe avvenuta la macellazione degli animali che necessitarono di anni, oltre che di molto denaro, per essere realizzate. Insomma, gli abbattimenti sono potuti iniziare solo nel 2005, e sono proseguiti fino al 2015. Oggi alla Mesola i daini sono solo 30, mentre i cervi sono risaliti a quota 300 e godono di buona salute. Come pure le piante del bosco, alleviate della pressione dei troppi daini. Ma che fatica per raggiungere l’obiettivo!».

Quando non è la cupidigia, a far danni è il sentimentalismo. Trattare gli animali come stock di materia bruta per l’arricchimento degli umani è altrettanto deleterio del sentimentalismo che antropomorfizza gli animali rendendoli intoccabili. Due modi opposti eppure convergenti di impoverire l’ambiente abitato dagli uomini. Che dovrebbero restare umili e imparare dagli errori.

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