La regola della vongola (o di come trovare il giusto equilibrio tra uomo e natura)

Viaggio nell’area del Delta del Po, dove tra lotte e battaglie da far west un imprenditore ha trovato il modo di conciliare rispetto per il creato e opportunità di ricchezza

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Goro (Ferrara). Alla vongola hanno fatto letteralmente un monumento. Una cosa molto naif, piuttosto imbarazzante, ma assolutamente obbligata. E un monumento dovrebbero farlo anche a lui, Francesco Paesanti, il biologo che già una volta li ha salvati, e che forse li sta salvando per la seconda volta. Se i pescatori di Goro e Gorino non sono più i poveri diavoli di cinquant’anni fa, se le loro villette a due piani hanno le persiane in alluminio anodizzato e il parco auto del paese fa pensare più a Montecarlo che a un paesino della bassa ferrarese, il merito è tutto del mollusco bivalve e anche dell’uomo che è all’origine del ripopolamento che ha colmato i vuoti lasciati trent’anni fa da uno sfruttamento dissennato. Lui però non si dà arie per niente. Come tanti, ha la sua impresa di molluschicoltura che ha conosciuto alti e bassi più di un ottovolante. Adesso sono tempi di vacche grasse, ma lui, lo scienziato imprenditore, resta umile: «Ogni mattina, appena apro gli occhi, la prima cosa che faccio è affidarmi a Lui», dice seduto dietro a un tavolo pieno di alambicchi nel laboratorio annesso al suo schiuditoio (l’incubatrice delle vongole, costituita da grandi vasche) in piazzale Leo Scarpa, a pochi metri dalle acque del porto. «Il nostro lavoro è fatto di scienza per l’1 per cento e di imponderabile e imprevisto per il 99 per cento. Le vongole filippine hanno attecchito qui quando le veraci si erano quasi estinte, ma tante volte i nostri esperimenti in giro per l’Italia e per il mondo non sono riusciti. Lui dà e Lui toglie». Per la verità Paesanti non dice “vongola filippina”, dice “Tapes philippinarum”, e non dice “vongola verace”, dice “Tapes decussatus”; ma noi diciamo “vongole” perché vogliamo farci capire da tutti, anche perché la storia tutta intera non è tanto facile da intendere, la morale della favola non è così scontata.

TUTTO È PROVVISORIO

Goro coi suoi 4 mila abitanti esemplifica in sommo grado quel che succede in tanti altri territori che fanno parte di Parchi o zone protette, e più in generale esemplifica le contorsioni labirintiche del rapporto uomo-ambiente. La storia economica e ambientale di questo brandello del Parco del Delta del Po è un groviglio di avidità e riconoscimento dei limiti, tracotanza umana e timore reverenziale di fronte alla natura, scienza e imponderabile, gestione oculata e saccheggio del territorio, precarietà e certezze. La certezza che tutti accomuna, santi, manigoldi e gente che sta nel mezzo, è che tutto è provvisorio. Non si può non pensarla così nelle terre dove il fiume Po ha cambiato corso una decina di volte negli ultimi mille anni, dove le bonifiche sono state più volte alluvionate e antiche valli salmastre trasformate in poderi, dove Goro non esisteva prima degli inizi del Seicento perché non esisteva il suolo sul quale oggi sorge, dove tante cose cambiano a seconda di quel che le acque del Po trascinano sin qui. La comune certezza è che “Di doman non c’è certezza”. Ciascuno però tira conseguenze diverse da questa convinzione. Per alcuni significa che bisogna fare man bassa delle risorse che l’oggi ci offre perché domani non si sa, per altri significa che anche in tempi di vacche grasse bisogna guardare avanti, prevenire crisi economiche e crisi ambientali. Anche perché da queste parti non si ha a che fare con filosofi o drammaturghi greci: qua la gente regola le controversie a mazzate. Lo narrano cronache che non affondano nella notte dei tempi.

LANCE CONTRO FRECCE

Di fronte all’abitato c’è la sacca di Goro: è una laguna con una superficie di 2 mila ettari, parzialmente separata dal mare da una striscia sabbiosa lunga 7 chilometri, detta scanno. La sacca cambia continuamente forma in base agli apporti di materiale del Po e all’azione delle correnti. Quando nel novembre del 1968 tre pescatori di Pellestrina (Venezia) inciampano letteralmente nel più grande banco di vongole veraci dell’Adriatico, nella zona del Po di Volano che è parte della Sacca, Goro non si è ancora ripresa dall’alluvione di dieci anni prima. Una terrificante mareggiata fece danni gravissimi. Colpa del mare e dello scirocco, dunque, e non del vicinissimo Po: sull’argine del grande fiume furono accatastati i beni che i goranti salvarono dalle case allagate. Molti emigrano, altri tornano a fare i contadini nelle zone di bonifica, altri ancora praticano la piccola pesca in laguna e la raccolta di cozze. Le vongole veraci manco le sanno riconoscere. Del valore economico del banco di Tapes decussatus si rendono invece subito conto i pescatori di Chioggia, i più organizzati dell’alto Adriatico: loro sanno che valgono 600 lire al chilo, contro le 50 del chilo di cozze. Come uno sciame di cavallette invadono i lidi e fanno man bassa di tutto quel ben di Dio. I goranti reagiscono come possono, invocano l’intervento delle autorità, costringono i chioggiotti al tavolo delle trattative, concordano quote di sfruttamento e giornate e orari di pesca: 71 per cento a noi, 29 per cento a voi; si pesca dall’alba al tramonto e solo in certe giornate; si usano attrezzature modeste per non danneggiare i banchi.

Ma quegli accordi valgono meno della carta su cui sono scritti: dal Veneto e dal Ravennate arrivano tutti i giorni centinaia di barche che fanno razzia. Sembra di assistere alla corsa all’oro nel West, con i goranti nella parte dei pellerossa spogliati delle risorse scoperte nel loro territorio da altri, e i chioggiotti e affini nella parte di cow-boys e giacche azzurre, che non rispettano i patti conclusi coi nativi e impongono la loro volontà grazie a una superiorità in uomini e mezzi; pistole e fucili contro lance e frecce, e non solo metaforicamente: c’erano pescatori che andavano in mare col fucile a portata di mano, e c’erano le incursioni dei goranti che una mattina in un centinaio sfasciarono a colpi d’ascia e diedero alle fiamme una ventina di barche di pescatori veneti, avendole scovate nei pressi di Volano. La guerra comunque durò poco, e non perché prevalessero gli istinti pacifici: il fatto è che alla fine del 1969 la capacità riproduttiva del banco era già compromessa, in un anno erano già state asportate 1.200 tonnellate di prodotto. La pesca continuò ancora, a ritmi ridotti, per qualche anno, finché fra il 1973 e il 1974 cessò definitivamente causa il mancato ripopolamento, risultato del prelievo scriteriato.

E FU SUBITO ELDORADO

Nel ’73 però la ruota della fortuna riprese a girare, e stavolta a favore di Goro. Il 1973 è l’anno dell’epidemia di colera a Napoli, attribuita a cozze infette. Il bilancio finale fu di 12 morti e mille ricoverati. Dopo di allora nulla fu più lo stesso in Italia in materia di pesca e consumo di molluschi marini. Pochi però sanno che le cozze all’origine del colera non erano napoletane, ma importate dalla Tunisia; tuttavia esami seri appurarono che una gran quantità dei mitili che approdavano sulle mense dei napoletani contenevano quantità spropositate di colibatteri; parte dei ricoveri ospedalieri erano dovuti a questo fatto. Bisognava fare qualcosa per rendere più sicuro il consumo di cozze. Vennero approvati provvedimenti che ordinavano che prima di essere immesse in commercio le cozze dovevano essere spurgate lasciandole immerse per 24-48 ore in impianti di acqua marina detti stabulari.

Attraverso il Consorzio pescatori di Goro che si era creato dopo la crisi del 1968-69, i goranti provvidero a costruire il primo impianto di depurazione dei molluschi in Italia operativo già alla fine del 1973. E fu subito Eldorado: il fatturato del Consorzio si impennò subito a un miliardo e mezzo di lire, nei primi anni Ottanta era già a 10 miliardi. I goranti impararono ad allevare i mitili e a pescare fuori dalla laguna. Poi cominciò la flessione: allevamenti e stabulari di cozze si diffusero in tutta Italia, l’Adriatico cominciò a spopolarsi di pesce come era capitato alla sacca di Goro per eccesso di prelievo e per periodici exploit di inquinamento portato dal Po. Le tasche cominciarono di nuovo a svuotarsi. E venne un uomo.

«PROVA CON LA FILIPPINA»

Francesco Paesanti aveva cominciato a lavorare per il Consorzio Pescatori di Goro nel 1979. Partecipa alle prime conferenze internazionali di acquacoltura, alla ricerca della ricetta per ripristinare il banco di vongole veraci in laguna. Incontra Paolo Breber, il massimo luminare dell’acquacoltura in Italia a quel tempo, che gli dice: «Troppo difficile far riprodurre la decussatus, prova con la Filippina». Era quello che Breber si avviava a fare a Marano, Venezia, Chioggia, Pellestrina, ecc. Ma Paesanti non riesce a convincere il Consorzio Pescatori, e dopo anni di vani tentativi prende il coraggio a due mani e insieme ad altri tredici pescatori che ha convinto acquista semi di Filippina in Spagna e li immette in laguna: è una tragedia, a causa delle condizioni sfavorevoli del mare la semina non attecchisce e vanno perse decine di milioni di lire. A quel punto il presidente del Consorzio Pescatori si impietosisce e presta la cifra necessaria a ritentare l’esperimento. Il secondo tentativo riesce, fra il tripudio generale: ai 13 pionieri si aggiungono subito 260 pescatori goranti, che diventano 600 l’anno dopo. Comincia l’«era della vongola d’oro», come la chiamano da queste parti.

LA SECONDA GUERRA DELLE VONGOLE

Artigiani, contadini e operai lasciano il loro lavoro e diventano pescatori di vongole. Per sistemare un lavandino o per mettere i vetri doppi tocca chiamare ditte da fuori.

Scrive Davide Scarpa nel libro Goro 1968-2018:

«Si moltiplicano le case di proprietà, le auto di grossa cilindrata e si andrà in vacanza più spesso e più a lungo. Purtroppo questi invidiabili guadagni legati alla vongola determineranno anche un decadimento culturale senza precedenti (…) L’impreparazione a gestire con consapevolezza un portafoglio sempre più pieno indurrà molti ragazzi, ma anche adulti con famiglia, a sperperare grosse somme di denaro in futili distrazioni ma, ancor peggio, finirà con lo spianare la strada al traffico della droga e della delinquenza comune».

E non sono questi gli unici problemi che si affacciano: l’hubrys dei goranti che grazie alla nuova vongola sprofondano nel lusso attira l’invidia degli uomini e la vendetta della natura.

Scoppia la seconda guerra delle vongole, e stavolta a dichiararla sono i descamisados di Comacchio: non veri pescatori per lo più (con questi i goranti avevano concluso un accordo che comprendeva il rilascio di 70 licenze), ma personaggi senza arte né parte che si organizzano per razziare la ricchezza che la scienza e il lavoro di Paesanti e soci hanno creato. Sbandati ma non disorganizzati: si calcola che per un certo periodo gli abusivi siano stati in grado di pescare 200 quintali di vongole al giorno. Fra maggio e settembre del 1990 si combattono vere e proprie battaglie, con assalti e feriti.

Si legge sul Resto del Carlino del 23 maggio 1990:

«Nel corso di quello che può essere definito un autentico arrembaggio da parte della flottiglia di pescatori abusivi giunta da Comacchio e Porto Garibaldi – si parla di almeno 150 imbarcazioni – sono stati esplosi anche colpi di arma da fuoco. Testimoni avrebbero dichiarato agli inquirenti di aver visto distintamente fucili puntati verso i natanti appartenenti ai pescatori di Goro. I momenti più drammatici si sono avuti quando gli assalitori sono approdati al capanno, posto su una piattaforma, riservato ai vigilanti incaricati dalle organizzazioni dei pescatori del piccolo centro del delta di impedire l’accesso nella sacca di Goro agli abusivi. I “vongolari” comacchiesi avrebbero cercato di immobilizzare le quattro guardie di servizio, ma a quell’ora nel vasto bacino per l’allevamento delle vongole erano al lavoro diverse centinaia di pescatori che sono subito intervenuti in soccorso dei guardiani. In quel frangente si sono verificati gli scontri più duri e più pericolosi. (…) secondo un primo bilancio, tra feriti e contusi , le persone finite all’ospedale dovrebbero essere almeno sei».

NUBI NERE ALL’ORIZZONTE

La vendetta della natura, invece, si sostanzia nelle crisi di anossia che colpiscono la laguna. L’anossia è la mancanza di ossigeno disciolto che provoca la morìa di specie animali e vegetali poste sotto la superficie dell’acqua. Dipende dal proliferare di macroalghe che formano una patina impermeabile che non permette gli scambi tra l’acqua e l’atmosfera. Le macroalghe proliferano grazie all’abbondanza di nutrienti presenti nelle acque lagunari, dovuta anche alla presenza di grandi colonie di molluschi, e qui il gatto si morde la coda: l’abbondanza di vongole rilascia nell’ambiente i loro metaboliti, cioè feci e urina che sciogliendosi nelle acque alimentano le alghe. La loro proliferazione di queste ultime fa morire le vongole (e i pesci).

Che fare allora? L’unica è favorire il ricambio delle acque, muoverle. A questo scopo vengono effettuati imponenti lavori che costeranno miliardi di lire: apertura di varchi nello scanno sabbioso, escavazioni di canali sublagunari e altro ancora. I risultati però sono positivi. La produzione riprende, pesci e vongole non muoiono più soffocati. E arriviamo ai giorni nostri. L’industria della vongola è tuttora la principale attività di Goro e Gorino, fra attività primaria e indotto dà da mangiare a 2 mila famiglie.

Ma nubi nere si profilano di nuovo all’orizzonte. «Da tre-quattro anni le vongole faticano a riprodursi, c’è sempre meno seme prodotto in natura, nonostante gli episodi di anossia siano cessati», spiega Paesanti. «È un fenomeno che non riguarda solo la sacca di Goro, ma anche quelle venete. Nessuno sta indagando per capire il perché: i dati vengono raccolti, ma andrebbero sistematizzati e interpretati. Ci si limita a importare seme dall’estero. Prima era gratis, adesso costa milioni di euro».

Per ovviare al problema, dal 2015 il biologo imprenditore sta ampliando l’attività del suo schiuditoio, che è l’unico centro attrezzato per la riproduzione dei molluschi lamellibranchi. Se le cose andranno bene, saranno risparmi giganteschi per i vongolari di Goro e una nuova primavera per tutti i pescatori di molluschi. Ha reclutato un giovane biologo, Leonardo, che ha tutta l’aria dell’erede. Sono stati insieme negli Usa, ad assorbire le ultime novità in fatto di acquacoltura. Poi Francesco Paesanti è andato all’abbazia di Pomposa, a un incontro dei Ricostruttori nella preghiera. «Una cosa bellissima, la consiglio anche a lei».

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