La morale della favola (sicula) sulla benedizione delle unioni gay

La Sicilia con la sua antica saggezza illumina l’aspetto weberiano del baccano odierno: storia del massaro Gioacchino e del funerale della sua amata giumenta Concettina

Cronache dalla quarantena bis / 22

Dopo l’articolo di ieri sulla rivolta dentro la Chiesa contro il no alle benedizioni delle unioni omosessuali, mi scrive un caro amico siciliano, Salvo La Porta, già sindaco di Leonforte, glorioso paese in quel di Enna che diede i natali anche all’illustrissimo giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco. Nelle campagne di Sicilia si tramanda una antica favola, mezzana tra la saggezza greca e il sarcasmo boccaccesco.

In effetti, nella mia missiva nata spontanea dopo il baccano mediatico sollevato dalle reazioni clericali (per gran parte in lingua tedesca, a parte il parroco di Bonassola), non avevo considerato l’aspetto weberiano della faccenda. Weberiano nel senso del famoso saggio sull’etica e lo spirito protestante del capitalismo. Ed ecco la favola siciliana.

* * *

Il massaro Gioacchino era morbosamente legato alla sua giumenta Concettina. Alla morte di questa, non riusciva a darsi pace, tanto che pensò bene di farne celebrare le esequie. Fece il giro di tutti i preti del paese – allora ce ne erano molti – ma nessuno volle acconsentire alla sua richiesta.

Disperato, come ultima ratio, Gioacchino andò a bussare alla porta del convento dei cappuccini, dinanzi a cui insisteva un largo piano in terra battuta. Il frate portinaio – allora vi erano anche molti frati – lo mise subito al cospetto del padre guardiano che, dopo avere ascoltato seriosamente lo sconsolato, disse che la cosa si poteva fare. Concordarono per un’offerta di venti pani e trenta tarì e furono fissati i funerali per il pomeriggio.

Gioacchino si fece aiutare a caricare la giumenta su un carro e la portò nel piano, la sistemarono a terra poco distante dalla porta della chiesa e la ricoprirono, manco a dirlo, di un drappo nero. Chiamato il padre guardiano, questi accorse immantinente, ovviamente senza cotta e senza stola, con un secchio d’acqua, che per il disperato Gioacchino doveva essere benedetta, e cominciò ad aspergere la povera bestia, proferendo solennemente ma sornionamente la seguente formula: «Pani vinti e tarì trenta su pi’ l’anima di la jmenta; li parrini senza sali nun si nni seppiru approfittari» (venti pani e trenta tarì sono per l’anima della giumenta, i preti senza giudizio non seppero trarre profitto).

Fu così che la giumenta Concettina ebbe il suo funerale, Gioacchino si consolò e frati ebbero di che mangiare per un po’.

Foto di Mateus Campos Felipe per Unsplash