La Libia non è più un paese per cristiani. Un altro copto assassinato a Bengasi: è l’11esimo in un mese

Il 29 marzo Jad Abdulmasahi Abdulmalik, cristiano copto arrivato in Libia dall’Egitto per lavoro, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco

La Libia non è più un paese per cristiani. Il 29 marzo Jad Abdulmasahi Abdulmalik, cristiano copto arrivato in Libia dall’Egitto per lavoro, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nel distretto di Gwarsha, a Bengasi, la roccaforte dei ribelli che ha guidato la rivoluzione contro Muammar Gheddafi nel 2011.

CRISTIANI UCCISI. A Bengasi, città più importante della Cirenaica nell’est del paese, lo Stato centrale non ha più autorità, le milizie islamiste fanno quello che vogliono e cercano di eliminare ogni traccia della presenza cristiana. Lo scorso 2 marzo un altro cristiano copto è stato trovato ucciso nel distretto di Jarutha. Il giorno successivo ancora un cristiano egiziano è stato assassinato a Bengasi. Il 18 marzo Adison Karkha, cristiano iracheno di Kirkuk emigrato in Libia, è stato ucciso mentre si recava al lavoro in auto. Professore 54enne, preside della facoltà di medicina dell’Università di Sirte, è stato crivellato di colpi probabilmente da uomini della brigata islamista Ansar Al Shariah.

TAGLIA SUI CRISTIANI. Il caso più grave del 2014 si è verificato la notte del 23 febbraio, quando sette copti sono stati giustiziati in un sobborgo della città, a Garoutha. L’esecuzione è stata portata a termine da milizie islamiste che hanno anche fissato una taglia sui cristiani, promettendo 10 mila dinari libici (quasi seimila euro) per ogni cristiano consegnato nelle mani dei guerriglieri.

«SOFFERENZA TERRIBILE». Lo Stato libico, da anni allo sbando, non ha alcun controllo delle milizie e non ha intenzione di proteggere i cristiani che vivono nel paese. Per questo ha chiesto alla maggior parte delle comunità religiose cattoliche di andarsene, non essendo in grado di garantire la loro sicurezza.
Il Vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli, aveva commentato così la richiesta: «Non pensavo che un giorno in Libia avremmo dovuto affrontare questa situazione. Ci hanno chiesto di andarcene ed è una sofferenza terribile. Anche se non comprendo il disegno di Dio, coi fratelli e sorelle che resteranno qui, cercheremo di mantenere viva la speranza».

PAESE SMEMBRATO. La cosiddetta Primavera araba in Libia, sostenuta dall’intervento occidentale della Nato, non ha solo causato la persecuzione insistita dei cristiani. È sempre più probabile, infatti, uno smembramento del paese con le milizie ribelli che hanno conquistato tre porti petroliferi e chiedono che lo Stato si divida in tre parti.