La grazia e la croce dell’Aquila

Non esistono scorciatoie, è ancora una domanda di senso la condizione di ogni ricostruzione. Anche quando la teologia balbetta. Monsignor Giuseppe Molinari spiega il lascito misterioso del terremoto

C’è un abisso vertiginoso tra i gesti concessi e raccontati da madri, padri e figli vivi col cuore straziato dal dolore per chi non c’è più e quanto è concesso a noi altri, capaci solo di quattro cose, raccontare quel dolore irrimediabile, cercare un responsabile, rimettere in fila i fatti accaduti in questi dieci anni, dalla notte del 6 aprile 2009, quando il terremoto squassò l’Aquila. Se però è vero che il miracolo è il riverbero nel frangente del tempo del mistero dell’eterno, ebbene, qui, diciamolo subito, scandalosamente, imprevedibilmente, il riverbero c’è. E non si può non raccontarlo.

«Sono vivo per miracolo», dice a tempi.it monsignor Giuseppe Molinari, arcivescovo emerito dell’Aquila, «so di essere vivo per un miracolo». E lo sanno tutti coloro che si sono riversati in Piazza Duomo quella notte, quando davanti alla vista delle macerie della Cattedrale e del perdurare implacabile delle scosse, «realmente qualcosa si è spezzato dentro di me e nel cuore di tutti gli aquilani e le aquilane». Orfani di tutto, eppure vivi, miracolati, sopravvissuti a quella furia proveniente da mostruose lontananze.

IL VESCOVO ARRABBIATO, IL SEGNO DI PACE

Durante un’omelia monsignor Molinari ha osato dire: «A volte anche io sono arrabbiato con Dio». E si capisce: crollate case, chiese, cose, non restano che umanissime domande verso l’imprevedibile. Va da sé che tutti i giornali abbiano titolato “L’arcivescovo arrabbiato con Dio”. Non scrivevano, i giornali, quello che accadeva nelle povere cappelle improvvisate nelle tendopoli quando l’uomo di Dio andava ripetendo «il terremoto ci ha insegnato che su questa terra niente è eterno, tutto può crollare da un momento all’altro. Solo l’amore a Dio e ai fratelli rimarrà per sempre e nessun terremoto potrà mai distruggere questo amore», e subito dopo invitava tutti, così com’erano, impauriti, arrabbiati, a scambiarsi il segno di pace.

LE DOMANDE DI VOLTAIRE E GOETHE

Perché il terremoto, perché Dio permette il terremoto, perché non siamo morti anche noi? Non sono domande da bigotti, non basta ai laici mettere a tacere con la parola “fatalità” urgenze che – lo ha ricordato monsignor Molinari in occasione del ritiro del clero aquilano il 19 marzo scorso – emergevano così prepotenti anche in Voltaire e Goethe davanti al terremoto di Lisbona dell’1 novembre 1755: «Che razza di triste gioco d’azzardo è la vita umana?», «Come poteva difendersi da questi dubbi l’animo di un ragazzo, se perfino i dotti e gli esperti delle Scritture non sapevano come spiegare queste atroci vicende?», scrivevano i due laicissimi intellettuali. Perché l’interrogativo teologico non è mai evitabile, anche «se la teologia balbetta di fronte al mistero del dolore umano e delle catastrofi che spesso danno origine a questo dolore».

UN TERREMOTO SPIRITUALE

Perché non sono morto anche io: ciò che è stato grazia è diventato al contempo una croce per i sopravvissuti, gli scampati, gente tenace che ha imparato sulla sua pelle che la sopravvivenza non è solo un dono, ma un compito. Una nuova responsabilità: la seconda vita dell’arcivescovo che non fu travolto dalle rovine lo è stata fin da subito. «Dopo la Pasqua – racconta monsignor Molinari – dissi alla mia gente che se avessimo continuato a parlare del terremoto e non di Cristo risorto ci saremmo condannati alla più nera disperazione e proprio nel momento in cui eravamo misteriosamente chiamati a vivere il tempo della resurrezione. Il tempo del mistero, lo stesso mistero che ha parte in ogni calamità che travolge il destino umano. Conosco una donna fin da quando era bambina, l’ho vista frequentare una parrocchia dell’Aquila, e diventare grande, sposarsi in chiesa. Un giorno venne a confessarmi che dal giorno del terremoto aveva “rotto con Gesù Cristo”. Perché se il sisma ha risparmiato delle vite, il terremoto spirituale non ha risparmiato nessuno. Subito dopo il terremoto pensavo, esortando la politica, le istituzioni a intervenire, “prima le case, poi le fabbriche e poi le chiese”. Ma durante la visita pastorale in tutte le parrocchie del territorio per verificare la situazione, la gente non mi ha parlato di case distrutte, bensì delle chiese distrutte. Chiedevano con commovente insistenza: “Quando sarà ricostruita (o riparata) la nostra Chiesa?”. E lì ho capito: in quale altro posto, se non nella Croce di Cristo avrebbero trovato un senso tutte le altre croci?».

DRAQUILA E BENEDETTO

L’altra sera monsignor Molinari ha visto il docu-film Draquila, l’Italia che trema di Sabina Guzzanti e questa volta si è arrabbiato veramente. «Narrazione distorta e faziosa a fine politico. Moltissimo resta da fare, ma moltissimo ha fatto il governo dieci anni fa, basti fare un confronto con la gestione dell’emergenza dopo il terremoto del Centro Italia. Abbiamo sperimentato tanta accoglienza, l’eroismo dei Vigili del fuoco, l’impegno dell’esercito, della Protezione civile, l’aiuto della Caritas, della Cei. Mentre andava in onda Guzzanti, all’Aquila i Vigili del fuoco festeggiavano gli 80 anni dalla fondazione: abbiamo ascoltato la loro banda suonare forte nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, ancora una volta stretti a quegli uomini che intervennero in nostro soccorso e che per un lungo periodo presidiarono la città per assistere la popolazione. Nessuno come noi sa che evadere dalla realtà è impossibile, tutti noi abbiamo un elenco lunghissimo e preciso di cosa resta da fare. Ma sappiamo anche che fermarci alla denuncia non è mai servito: politica, soldi, burocrazia, tutto va a rilento, siamo fermi alla costruzione di case, chiese, cose, ma soprattutto di percorsi condivisi».

Proprio lì, a Collemaggio, venti giorni dopo il terremoto e nonostante la basilica non fosse stata ancora messa in sicurezza, papa Benedetto XVI volle fermarsi ed entrare: attraversò la porta santa e si avvicinò all’urna di papa Celestino V, deponendo sulla sua teca il Pallio che aveva ricevuto nell’aprile del 2005 al momento di salire sul soglio di Pietro. «Quel giorno pregammo con Sua Sanità chiedendogli di aiutarci a suscitare tanta responsabilità non solo del passato, ma del presente, pregammo per il miracolo di una pronta e coraggiosa ricostruzione».

«NULLA ANDRÀ PERDUTO»

Il 6 aprile 2011, sempre a Collemaggio, commentando il vangelo della risurrezione di Lazzaro (Gesù che promette a Marta «Tuo fratello risorgerà» e Marta che risponde «So che risorgerà nell’ultimo giorno») monsignor Molinari disse chiaro e tondo: «Ma quello, Signore, è un giorno lontano, troppo lontano. Noi abbiamo bisogno subito di guardare quel volto, abbracciare quella persona cara, accarezzarla, sentire il suo respiro, sentirla viva accanto a noi. Ne abbiamo bisogno subito, Signore». Se crediamo, nessun gesto d’amore andrà perduto, nemmeno il pianto e la sofferenza, «un giorno ne scopriremo il significato». Una sillaba nel discorso dell’eternità, chiamò l’arcivescovo la vita degli uomini capaci di una fede rocciosa come le incrollabili montagne d’Abruzzo che si stringevano a Collemaggio dopo aver capito che se la terra trema, tutta la vita è immersa in un grande mistero, «il mistero può mettere paura, ma può anche scatenare in noi una grande speranza».

SCAVANDO E PIANGENDO

«Don Giuseppe, ho paura!», gli aveva detto quella catechista nel buio della sera che calava sulla tendopoli di Paganica il giorno dopo il sisma. «Anche io», le aveva risposto l’arcivescovo, e in quel momento tutto quello che potevano fare, l’unica cosa che restava da fare era una preghiera. Per trovare, scavando e piangendo tra le macerie, il germoglio di una fede più salda del terremoto («So di essere vivo per miracolo») e da questo ripartire, ricostruire, ricominciare, ogni giorno. Non esistono scorciatoie. Oltre venti secoli di cristianesimo, carità e teologia sono come legno morto se il cristiano non ricomincia sempre una fondazione eterna, d’origine eterna, una eternità di fondazione: lo chiama così Péguy, il meccanismo proprio del cristianesimo, lo sa la gente d’Abruzzo che all’indomani del terremoto si è chiesta “Perché vivere? Che cosa dà senso alla vita?”. Fuori dalla tomba dell’incredulità, delle parrocchiette politiche, i cavilli, a dieci anni dal terremoto è ancora una domanda di senso la condizione di ogni ricostruzione.

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