La Grande Madre mortifera. Sarebbe questo il “potere” della donna?

Dalle veneri paleolitiche alle cattive ragazze del femminismo, una mostra per stomaci forti. Con pochi bambini agonizzanti o abortiti, molte vagine e traumi autobiografici, nessuna domanda di fondo

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madre-Djurberg

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La mostra si apre con Abakan Red I un’opera degli anni Settanta della polacca Magdalena Abakanowicz (1930) che realizza un grande arazzo scultoreo dalla forma vagamente organica. Come non vederci i genitali femminili? Ma sì, certo! «Queste forme rivelano l’inconscio – si legge nel catalogo – perché trasmettono qualcosa che sfugge alla concettualizzazione». La Grande Madre è dunque per il curatore Massimiliano Gioni, fin dalle prime battute, un organo misterioso, una funzione meccanica. Varcata la vagina dalle grandi labbra, un filmato del 1896 girato da Alice Guy-Blanché mostra La fata dei cavoli: pochi secondi per scoprire che i bambini nascono sotto enormi cavoli, amorosamente raccolti da una signora in abiti belle époque! Forse la Grande Madre è una bella ortolana-biologa-ingegnere genetico?

La prima sala presenta anche una selezione di immagini di sculture azteche, minoiche e babilonesi sugli archetipi femminili e sulle dee creatrici; sono tratte dall’archivio di Olga Frobe-Kapteyn (1881-1962), spiritualista e ricercatrice che nel 1930 convinse la teosofa inglese Alice Bailey a fondare una scuola di spiritismo ad Ascona, nel Canton Ticino, frequentata anche da Carl Gustav Jung. Il curatore la prende alla lontana, dalle antiche civiltà pagane matriarcali e patriarcali. E poi? Poi la Grande Madre di Gioni che trasuda morte da tutti i pori. Visitarla è un’esperienza per stomaci forti. Già il sottotitolo della mostra “Donne, maternità e potere nell’arte e nella cultura visiva, 1900-2015” dovrebbe metterci in guardia. Tra le opere di oltre 100 artisti internazionali, infatti, i bebè si contano sulle dita di una mano e sono per lo più agonizzanti o abortiti.

Nell’acquerello Votivbild dipinto nel 1931 da una giovanissima Meret Oppenheim (1913-1985), ad esempio, un angelo strangolatore sorregge un infante sgozzato, dal cui collo gronda sangue a catinelle. Emancipata e iconoclasta, l’artista berlinese era una delle voci più autorevoli nella comunità dei surrealisti attivi a Parigi negli anni Trenta, da Man Ray a Max Ernst e, fin dall’adolescenza, aveva promesso a se stessa che non avrebbe avuto figli. Avrebbe invece abbracciato una “androginia dello spirito” necessaria – a suo avviso – a elevare gli uomini, le donne e la loro creatività a un livello superiore. «Con questo disegno votivo – ricorderà l’artista anni dopo – eseguivo una sorta di magia nera per non restare incinta in un’epoca in cui la pillola ancora non esisteva». Oggi il suo violento sortilegio per scongiurare il concepimento diventa il manifesto di una maternità sotto attacco, suggerisce Gioni.

Ma l’orrore per la procreazione si legge anche nell’incubo di Alfred Kubin intitolato La fertilità (1901) e nel Bambino mappamondo di Salvador Dalì; infilzata la testa sull’asse terrestre a mo’ di spiedino, fu realizzato poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e della partenza dell’artista per l’America. «Tutto il Novecento – afferma il curatore – vede il corpo della donna trasformarsi in un campo di battaglia per delineare nuovi confini tra ruoli e generi sessuali». Le forze in campo (e in mostra) sono le teorie psicoanalitiche di Jung e Freud, quelle esoteriche della Società Teosofica, fondata nel 1875 a New York da Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), razionalismo e nichilismo contemporanei e un sostanziale neo paganesimo di ritorno. Ma che cosa genera questa Grande Madre che – a metà del percorso – ha il volto mummificato di Norma, la madre di Norman Bates nel film Psycho di Alfred Hitchcock?

L’orrido parto al contrario
Percorrendo le 29 sale (ben pattugliate da giovani guide dello staff, preparate e solerti nel rassicurare lo sconcertato visitatore) si incontrano molte opere di donne turbate, fatali o autodistruttive; sono femministe e intellettuali, quasi tutte accomunate dal raffigurare traumi, angosce ed emozioni in modo intensamente autobiografico. Sono artiste famose come Ana Mendieta, l’esule cubana che si sentiva “cacciata fuori dal grembo materno”; come Leonora Carrington e Carol Rama, che conobbero gli orrori degli ospedali psichiatrici; come le femministe Nancy Spero e Barbara Kruger; o come le sorelle di pensiero Ketty La Rocca e Yoko Ono. Ma c’è anche la giovane svedese Nathalie Djurberg che, in un video d’animazione con personaggi in plastilina dal titolo È la madre (2008), illustra in sei minuti un orrendo parto al contrario dove cinque figli rientrano uno dopo l’altro nell’utero della madre, stuprandola ogni volta con forza.

Il curatore le ha scelte perché raccontano avventure esistenziali intrecciando la storia ufficiale all’esperienza personale; l’arte alla vita. Molte hanno esposto alla Biennale di Venezia (Rosemarie Trockel, Marlene Dumas, Maria Lassnig, Pipilotti Rist, Annette Messager), altre sono tra le più richieste e apprezzate dello star system (Cindy Sherman, Kiki Smith, Louise Bourgeois). Non mancano, a fare da coristi, artisti maschi altrettanto celebri: Jeff Koons con la sua gigantesca Venere palloncino rosso (2008-2012) e Maurizio Cattelan con la fotografia Mother: due mani di fachiro, giunte in preghiera, emergono dalla sabbia. Con un riferimento alla sua storia personale, l’artista descrisse l’opera (fotogramma di una performance di due ore presentata alla Biennale di Venezia del 1999) come una sorta di cerimonia privata di sepoltura in ricordo della madre, ai cui funerali non aveva potuto partecipare. La madre diventa la terra, in un binomio ricorrente in molte religioni e mitologie.

L’immagine materna proposta dagli artisti di Gioni è volutamente matrigna, lontana dall’esperienza dei più e immersa in un’atmosfera straniante al punto da non trovare più la vita che dovrebbe generare. Lo riprova l’ultima opera che chiude la mostra: un ceppo di legno adagiato su un cuscino bianco. Si intitola Bambino addormentato del californiano Matt Mullican (1951). Si pensa a Pinocchio e alla genesi artistica come metafora della creazione umana; tuttavia quel burattino ha soltanto il padre Geppetto: e se tutta l’arte del XX secolo fosse come lui, bugiarda e orfana di madre?

Un pullulare di quanti
La sala più poetica, quella che per davvero provoca e commuove, ospita la grande installazione ambientale Amazing Grace (Grazia meravigliosa) del giamaicano Nari Ward (1963). La presentò per la prima volta nel 1993 in una caserma dei pompieri abbandonata di Harlem: 280 passeggini vuoti e dismessi, raccolti per le strade del quartiere, giacciono accatastati l’uno sull’altro mentre, in sottofondo, si sente Mahalia Jackson intonare il gospel Amazing Grace, scritto nel 1779 da un mercante di schiavi poi ravvedutosi. Fatto sta che dalle veneri paleolitiche alle cattive ragazze del post femminismo, la mostra elude la domanda di fondo, senza stupori, né conoscenza, in un eterno ritorno nella spirale del possesso e della violenza.

Si esce toccati, questo sì, ma come dopo aver attraversato un buco nero. Se il cosmo di Gioni è un pullulare di effimeri quanti di spazio e di materia, un immenso gioco a incastri di particelle elementari, noi cosa siamo? Siamo anche noi fatti soltanto di quanti e particelle? Da dove viene, allora, quella sensazione di esistere singolarmente e in prima persona che prova ciascuno di noi?
La Grande Madre doveva essere l’evento clou per Expo in città 2015, prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi con Palazzo Reale; ma finora (chiuderà il 15 novembre) i numeri scarseggiano; non è una mostra per famiglie, tanto meno per donne in dolce attesa e, nonostante gli ottimi apparati a commento (catalogo Skira), poche sono le opere d’arte selezionate a dirci qualcosa di autentico sulla sacralità della vita e sul suo mistero.

Foto Courtesy La Grande Madre e Ansa

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