La diga sul Nilo che fa litigare Etiopia e Egitto

Ormai da una decina d’anni i due paesi bisticciano per lo sfruttamento delle acque. E ora la tensione è aumentata

Alta tensione lungo tutti i 6.600 chilometri del Nilo: l’Etiopia ha cominciato a riempire la sua grande diga sul Nilo Azzurro senza aver concluso alcun accordo sul regime delle acque del fiume più lungo del mondo con l’Egitto, il paese che per millenni ne ha sfruttato il flusso e attorno ad esso ha costruito le sue civiltà; per sanzionare tale comportamento gli Stati Uniti hanno sospeso aiuti per 100 milioni di dollari ad Addis Abeba. Nove anni di negoziati non sono bastati per mettere tutti d’accordo sulla tempistica del riempimento della diga, la più potente dell’Africa dal punto di vista idroelettrico, sulla realizzazione di studi indipendenti per valutare il suo impatto sui territori a valle della stessa, sulle quote prefissate di prelievo delle acque da parte dei paesi rivieraschi. Riprendono i toni minacciosi fra i due paesi, già tante volti uditi negli ultimi anni, con l’Egitto che non esclude il ricorso alla forza delle armi per impedire l’entrata in funzione della diga, e l’Etiopia che non deflette e annuncia che la diga entrerà in funzione il prima possibile.

Questione esistenziale

I due paesi da anni insistono che quella internazionalmente nota come Gerd, Grande diga del Rinascimento etiopico, è una “questione esistenziale”: esistenziale per l’Etiopia perché le permetterebbe di produrre 6 gigawatt di energia coi quali fornirebbe l’elettricità a 60 dei suoi 115 milioni di abitanti e guadagnerebbe valuta pregiata esportandone una parte ai paesi vicini; esistenziale per l’Egitto che dal Nilo preleva il 95 per cento di tutta l’acqua dolce consumata per usi agricoli e domestici dai suoi 102 milioni di abitanti, e che teme che a causa della nuova diga il livello del fiume si abbasserà e il paese, che già ora dispone di meno acqua per abitante di quanto sarebbe necessario secondo gli standard internazionali (550 metri cubi all’anno anziché i 1.000 che la Banca Mondiale considera il minimo sotto il quale si parla di scarsità di acqua), soffrirà la siccità. Bisogna infatti considerare che il Nilo si contende sì il titolo di fiume più lungo del mondo col Rio delle Amazzoni, ma è solo 30° nella classifica basata sulla portata media: quella del Nilo è di appena 5.100 metri cubi al secondo contro i 31.900 del Fiume Azzurro, i 41.800 del fiume Congo, i 7.130 del Danubio (29° fiume al mondo per lunghezza); per non parlare dei 219 mila metri cubi al secondo del Rio delle Amazzoni.

Quali “danni significativi”

L’utilizzo delle acque del Nilo è stato regolato nel tempo da successivi trattati, l’ultimo dei quali risale al 1959 e fu concluso fra il Sudan e l’Egitto, che si spartirono l’utilizzo delle acque riservandone 18,5 miliardi di metri cubi al primo e 55,5 miliardi al secondo. L’unico accordo che vede coinvolta l’Etiopia risale al 1902, quando il negus Menelik II firmò con l’Inghilterra un trattato nel quale si impegnava a non costruire dighe sul Nilo Azzurro senza l’autorizzazione dei britannici. Addis Abeba non si considera vincolata da tale trattato, che in linea di principio è stato superato dalla dichiarazione di princìpi sottoscritta da Egitto, Etiopia e Sudan il 23 marzo 2015. Con essa l’Egitto rinunciava ad opporsi a qualsiasi progetto di sfruttamento delle acque del Nilo fuori dal suo territorio, e l’Etiopia si impegnava ad evitare “danni significativi” ai paesi a valle della diga che aveva già cominciato a costruire. I problemi sono nati quando Egitto e Sudan hanno chiesto all’Etiopia di assumersi in forma legalmente vincolante l’impegno a non causare “danni significativi”, e fra questi impegni ci sarebbe dovuto essere quello relativo alla tempistica per il riempimento della diga: per l’Egitto l’operazione dovrebbe essere compiuta nel corso di 10-15 anni, ma l’Etiopia intende realizzarla in 3 anni. Per Il Cairo si tratta di una tempistica sciagurata, perché secondo un ex ministro dell’irrigazione una flessione del 2 per cento nella portata delle acque del Nilo causerebbe la perdita di 81 mila ettari di terreno coltivabile e di 1 milione di posti di lavoro (l’Egitto dispone in totale di 3 milioni di ettari di terreno agricolo). In realtà non esistono stime e proiezioni affidabili sugli effetti della Gerd sull’agricoltura dei paesi confinanti (su quella del Sudan dovrebbero essere positivi, perché ci saranno meno esondazioni distruttive per l’agricoltura locale) perché tutti gli studi indipendenti su cui i tre paesi si erano accordati sono stati interrotti.

Una bomba a orologeria

Che la diga etiopica sul Nilo Azzurro rappresenti una bomba a orologeria dal punto di vista geopolitico si evince anche dal fatto che nessuna grande banca del sistema multilaterale ha finanziato l’opera: la Banca Mondiale e le sue emanazioni si sono tenute alla larga, e l’opera risulta essere autofinanziata attraverso la fiscalità nazionale (per l’80 per cento) e obbligazioni che sono state in buona parte acquistate da risparmiatori etiopici dell’interno e della diaspora (20 per cento). La diga è stata materialmente costruita dall’italiana Salini – Impregilo sulla base di un contratto da 4,8 miliardi di dollari, mentre le opere di completamento di natura più propriamente idroelettrica saranno realizzate da ditte cinesi per cifre molto più contenute (40,1 milioni e 112 milioni di dollari al China Gezhouba Group e a Voith Hydro Shanghai rispettivamente).

Forza militare

Gli Stati Uniti, che fino a pochi mesi fa erano in ottimi rapporti con entrambi i governi di Egitto ed Etiopia, sono entrati in gioco nel novembre dell’anno scorso quando il presidente egiziano Al-Sisi ha chiesto a Donald Trump che gli Usa si assumessero un ruolo di mediazione fra le parti, che da otto anni si incontravano senza fare progressi. Il presidente ha incaricato il ministero del Tesoro di prendere la guida dei negoziati, ma il 26 febbraio di quest’anno l’Etiopia ha cessato di partecipare alle riunioni, ritenendo che gli Usa avevano preso le parti dell’Egitto e stavano per sottoporre un accordo che avvantaggiava troppo Il Cairo. Dopo di allora la responsabilità del negoziato è stata trasferita all’Unione Africana, ma senza nessun risultato apprezzabile. Nei prossimi giorni si vedrà se il ricatto di Washington – che considera l’instabilità dell’Egitto molto più pericolosa del mancato sviluppo economico dell’Etiopia – sortirà qualche effetto o provocherà un’ondata di orgoglio nazionalista etiopico che porterà a un ulteriore irrigidimento, che avrà come contropartita un ritorno di retorica bellicista egiziana. Etiopia ed Egitto sono il secondo e il terzo gigante demografico dell’Africa dopo la Nigeria (206 milioni di abitanti), ma l’Egitto è il 9° paese al mondo per potenza militare, mentre l’Etiopia è solo il 60°.

Foto Ansa