La clinica degli aborti efferati di cui nessuno parla. Farlo metterebbe in discussione la legge

Prosegue in America il dibattito sulle violenze del dottor Gosnell e sui silenzi dei media. Rotti solo da una giornalista pro choice: «Non ho scritto del processo ma avrei dovuto»

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Costrette ad abortire anche dopo aver cambiato idea. Donne morte insieme ai figli. Pazienti infetti da virus sessualmente trasmissibili. Bambini nati vivi che urlavano prima di essere uccisi. Questo quanto avveniva nella clinica di Philadelphia, guidata da Kermit Gosnell. Eppure il processo da prima pagina e da apertura dei tg non è stato seguito dai media americani che lo hanno quasi totalmente censurato.

NON C’È DIFFERENZA. Ieri diciotto membri del Congresso americano sono intervenuti per affrontare un caso che in pochi ritengono degno di nota. Perché parlarne farebbe solo emergere tutta l’ipocrisia della legge abortista, mettendola in discussione: «Non c’è distinzione morale fra uccidere un bambino cinque minuti dopo il parto o porre fine alla vita umana cinque minuti – o anche cinque giorni prima – che sia partorito», ha sottolineato il deputato repubblicano Marlin Stutzman. Il deputato ha poi ricordato che ogni giorno muoiono circa tremila bambini nelle cliniche abortive e che «ognuno di questi piccoli è una vittima come lo sono quelli uccisi da Gosnell». Che differenza c’è fra la clinica degli orrori di Gosnell e quelle abortiste del resto del mondo? «Non molta. Nessuna direi», ha risposto Chris Smith, deputato repubblicano. Poi un’altra domanda: «Gli americani vengono mai informati di quanto spesso gli abortisti smembrano, decapitano e avvelenano chimicamente i bambini innocenti?».

«DOVEVO SCRIVERE MA MEGLIO TACERE». Alcuni giorni fa, altri 72 deputati avevano firmato un appello contro il silenzio dei media, indignati del disservizio di reti importanti come Abc, Nbc e Cbs o di altri giornali che non hanno voluto nemmeno accennare a un fatto di indiscussa rilevanza nazionale. L’unica a rispondere all’appello è stata Megan McArdle, giornalista del Daily Beast, che sul suo blog ha confermato indirettamente l’accusa: «Io sono pro choice – ha ribadito McArdle – ma capisco i sospetti dei pro life (…) Quello che Gosnell ha compiuto è un risultato che la legge sull’aborto non può evitare. Se questa non basta ad arrivare ai livelli orribili raggiunti a Philadelphia è però necessaria: Gosnel ha potuto nuocere a tante donne e bambini perché aveva la possibilità di farlo». Solo che parlare di questo per la giornalista sarebbe troppo rischioso, perché «la legge sull’aborto era per permettere aborti sicuri». Perché, «noi pro choice dovremmo essere preoccupati che non sia limitato l’accesso all’aborto, che ci sia un giro di vite sulle cliniche abortiste con ispezioni onerose; che il pubblico si ribelli e richieda maggiori restrizioni sugli aborti tardivi, o che le donne comincino ad avere troppa paura di crimini come quelli commessi da Gosnell per cercare di abortire». Insomma, l’aborto non deve essere associato a quanto fatto da Gosnell anche se è solo di questo che si tratta. Perciò pur ammettendo «l’indubbia rilevanza nazionale» di «un fatto atroce», la McArdle ha titolato il suo articolo così: “Perché non ho scritto del processo di Gosnell e perché avrei dovuto”.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •