La Cassazione ribadisce: la cannabis “light” è una droga (ed è illegale venderla)

Non importa quanto sia leggera, conta «l’effetto drogante». Ecco perché la Suprema corte ha dichiarato reato ogni forma di cessione di marijuana e hashish

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E ora chi torna a ripeterlo a Repubblica & co? La tanto osannata «cannabis che non sballa» è una droga, fa male e non deve essere venduta. Senza eccezioni. L’11 luglio sono state rese note le motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 30 maggio, le Sezioni Unite della Cassazione hanno messo al bando la commercializzazione a qualsiasi titolo di foglie, infiorescenze, olio e resina derivati dalla coltivazione della cosiddetta “cannabis light”: la vendita rientra nella fattispecie di reato contenuta nel Testo unico sugli stupefacenti e come tale resta illegale, illecita, vietata. «Ciò che occorre verificare non è la percentuale di principio attivo contenuta della sostanza ceduta, bensì l’idoneità della medesima sostanza a produrre in concreto un effetto drogante».

IL LIVELLO DI THC È IRRILEVANTE

In altre parole i magistrati, smontando lo storytelling della droga leggera che «al massimo può rilassare», ribadiscono che la famigerata legge n.242/2016 che disciplina la coltivazione della canapa (e che per molti aveva rappresentato il via libera alla commercializzazione) vieta qualunque tipo di cessione, anche entro il limite dello 0,6 per cento di Thc. Di più, i giudici ricordano l’intero elenco dei prodotti che possono essere ricavati dalla filiera agroindustriale della canapa, ribadendo la finalità della coltivazione, che a rigor di legge deve essere funzionale “esclusivamente” alla produzione di fibre e alla realizzazione di usi industriali “diversi” da quelli relativi alla produzione di sostanze stupefacenti: figurano alimenti, cosmetici, fibre, e carburanti, «ma non hashish e marijuana», con buona pace dei cannabis shop sbocciati a centinaia dall’entrata in vigore della legge 242 a inizio 2017.

GLI ESPERTI: «LA CANNABIS NON È UNA CURA»

Le motivazioni arrivano negli stessi giorni in cui è stato reso noto il parere richiesto dal ministro della salute Giulia Grillo al Consiglio superiore della sanità (Css): secondo gli esperti (che poco più di un anno fa già avevano emesso un verdetto tombale sulla cannabis light: è «pericolosa» e dunque «nell’interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione», bisogna prendere «misure atte a non consentire la libera vendita dei suddetti prodotti») non c’è prova scientifica dell’efficacia terapeutica dei preparati della cannabis, che non possono essere considerati medicinali. Non escludono lo possano diventare ma adeguate sperimentazioni e studi sulla composizione del prodotto, sottoposti ai controlli dell’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali o dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, non sono ancora stati condotti.

In attesa di avviare una sperimentazione seria, come suggerito dallo stesso Consiglio, gli sforzi del ministro promessi per incrementare le importazioni dall’Olanda e raddoppiare la produzione di cannabis dello Stabilimento chimico-farmaceutico militare di Firenze così da renderla disponibile in tutte le farmacie rischiano di lasciare il tempo che trovano perché ad oggi «non può essere considerata una cura». Secondo Rocco Mediati, primario della terapia del dolore all’ospedale Careggi di Firenze, intervistato appunto da Repubblica, la cannabis è ancora uno «strumento di seconda scelta»: prescritta a 800 pazienti si è rivelata utile solo per una parte di loro. Insomma non certo una bocciatura ma una doccia fredda sulla leggerezza con cui si plaude all’uso terapeutico della cannabis – spesso usato nel dibattito pubblico come cavallo di troia per attestare la natura “benefica” e dunque innocua della sostanza – sì. Il ministro ha risposto che valuterà «con le direzioni tecniche e i soggetti interessati l’opportunità di recepire quanto indicato nel parere dal Css».

LA LEGGEREZZA SULLA DROGA LEGGERA

Molto più di una bocciatura definitiva ha invece espresso la Suprema corte sulla commercializzazione di hashish e marijuana e, di fatto, sulla leggerezza con cui si è osannato l’arrivo della droga leggera. Resta salva la discrezionalità del giudice di «verificare la rilevanza penale della singola condotta, rispetto alla reale efficacia drogante delle sostanze oggetto di cessione» e quella del legislatore di «intervenire nuovamente sulla materia», compiendo «mirate scelte valoriali di politica legislativa, così da delineare una diversa regolamentazione del settore». Resta, in momento in cui perfino i quotidiani americani pro marijuana libera sono stati costretti a un clamoroso passo indietro, la necessità di ribadire l’ovvio. Per quanto la si sia voluta chiamare con un’operazione più ideologica che scientifica “light”, leggera o no la cannabis resta sempre tale: una droga.

Foto Ansa

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