I miti (falsi) sulla cannabis “light” e i danni (veri) della legalizzazione

Se pensate ancora, come Saviano, che legalizzare la droga serva a sconfiggere le narcomafie e ad aiutare i giovani, leggete qui

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Se il Consiglio superiore della Sanità non fosse intervenuto nel giugno scorso per esprimere il suo parere negativo sulla vendita della cannabis light, probabilmente ora la strada sarebbe tutta in discesa per la liberalizzazione della più famosa fra le sostanze psicotrope illegali. La legge 78/2014 voluta dal governo Renzi che ha ripristinato la “modica quantità” e riportato indietro di 40 anni la lotta alle tossicodipendenze in generale, azzerando il Sistema nazionale di allerta precoce per l’individuazione delle nuove droghe, ha contribuito insieme ad altri fattori alla ripresa del consumo di cannabis in Italia.

Fra il 2008 e il 2011 i consumatori di cannabis fra i giovani italiani fra i 15 e i 34 anni di età sono scesi dal 20,3% al 15,4%, nel 2017 sono già risaliti al 20,7% (fonte Emccda). Nel 1996 (ultimo dato disponibile) i sequestri di cannabis hanno visto una flessione del 64,8% rispetto al 2015, pur a fronte di un aumento dei consumi; e nonostante quelli di cannabis rappresentino il 91,4 per cento di tutti i sequestri di droga, solo il 49,5 dei denunciati per spaccio o traffico di droga hanno a che fare col mercato della cannabis.

Per aiutare a capire meglio quello che sta succedendo, il Centro Studi Rosario Livatino ha organizzato a Milano un pomeriggio di studi sul tema con relatori di assoluto valore. Sugli aspetti medico-scientifici dell’assunzione di cannabis è intervenuto il dottor Luca Navarini dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. Navarini ha evidenziato l’importanza che la cannabis ha assunto a livello sociale citando dati come il boom degli studi scientifici sulla sostanza (oltre 10 mila negli ultimi cinque anni) e la sua diffusione fra le giovani generazioni (il 33 per cento degli studenti delle scuole medie superiori italiane è entrato in contatto almeno una volta con la cannabis). Gli effetti euforizzanti così come quelli acuti e pericolosi della sostanza, che può essere assunta in molti modi diversi, non possono essere predetti con certezza, perché molto soggettivi.

È tuttavia un dato di fatto confermato anche da articoli apparsi sull’autorevole rivista medica britannica Lancet che gli effetti psicotici non sono affatto rari, soprattutto fra chi ha cominciato ad assumere la sostanza in età di adolescente. Il rischio aumenta con l’aumentare del principio attivo Thc presente nello spinello o nella resina: uno studio su London South, area della capitale britannica dove maggiormente è diffuso l’uso di skunk, cannabis ad alta concentrazione di tetraidrocannabinolo, ha rivelato che si tratta di una delle aree urbane britanniche con la più alta incidenza di psicosi: il nesso fra consumo di cannabis e slatentizzazione di psicosi è ormai definitivamente confermato.

Altri problemi di natura medica derivanti dall’uso di questa sostanza sono la perdita della memoria prospettica, i deficit di attenzione, i deficit psico-motori. Le conseguenze sociali di ciò si esprimono in un più alto tasso di incidenti stradali e nella mancata reazione a situazioni di emergenza (il deficit di memoria prospettica riduce la prontezza a ricordare cosa va fatto in situazioni di emergenza). Inoltre contrariamente a quanto alcuni sostengono, la cannabis può dare dipendenza. La sindrome da astinenza di cannabis è classificata nelle patologie dal DSM-5, il manuale internazionale dei disturbi psichiatrici. Come si legge nell’edizione italiana del manuale: « Il disturbo da astinenza da cannabis è una condizione clinica che si manifesta in seguito a cessazione di uso di cannabis che è stato intenso e prolungato (cioè abituale uso quotidiano o quasi, almeno per un periodo di alcuni mesi) (Criterio A). Tale condizione porta allo sviluppo di 3 o più dei seguenti sintomi che si sviluppano approssimativamente entro 1 settimana dopo il criterio A: irritabilità, rabbia o aggressività; nervosismo o ansia; insonnia; diminuzione dell’appetito o perdita di peso; agitazione; umore depresso; almeno uno dei seguenti sintomi fisici causa malessere significativo: dolori addominali, instabilità/tremori, sudorazione, febbre, brividi o cefalea».

Un altro dato che rende inquietante la minimizzazione attorno agli effetti della cannabis è il dato statistico secondo cui per l’86 per cento dei tossicodipendenti la cannabis è stata la droga-cancello che ha aperto la persona al consumo di sostanze sempre più forti e dannose, comprese l’eroina e la cocaina. A Navarini è succeduto come relatore Giovanni Serpelloni, già capo dipartimento delle Politiche antidroga presso la Presidenza del Consiglio prima che salisse al governo Matteo Renzi, e oggi docente all’Università della Florida. Serpelloni si è concentrato sul fenomeno delle vecchie e nuove droghe in rete, dimostrando quanto sia stupefacentemente facile oggi procurarsi sostanze psicotrope di ogni tipo acquistandole semplicemente sul web: i siti danno indicazioni su come mantenere l’anonimato, far perdere le tracce dell’acquisto, pagare e riceverlo a casa.

«Al pusher si è sostituito lo smartphone», ha detto Ilaria Perinu, vicepresidente Anm di Milano, che lo ha presentato. Serpelloni ha spiegato che oggi s’è sviluppata una forte concorrenza fra le droghe online e le droghe di strada, poiché le prime vengono consegnate a casa da normali corrieri, che non sanno di trasportare sostanze a volte letali: probabilmente è arrivato per tale via il fentanyl che ha provocato il primo morto per eroina sintetica in Italia nell’aprile del 2017, notificata solo pochi giorni fa. Una recente indagine delle dogane italiane sui pacchi in arrivo dall’estero con un’origine sospetta ha portato alla scoperta che nell’80 per cento dei casi questi pacchi contenevano sostanze psicoattive proibite ovvero stupefacenti non ancora tabellati come tali dalle autorità; nel 13,7 per cento dei casi destinati a minorenni.

A parte il dark web, alcuni siti di vendita sono facilmente raggiungibili attraverso Google: Zamnesia e Azarius, con base in Olanda, sono specializzati nella vendita di cannabis e strumenti per assumerla (pipe e vaporizzatori). In passato la concentrazione di Thc nell’hashish e nella marijuana oscillava fra il 4 e il 10 per cento; Zamnesia vende semi che promettono una percentuale del 20-25 per cento. Rc-Chemical, che ha base in Cina, vende cannabinoidi sintetici, farmaci anfetaminici che richiederebbero ricetta medica, designer drug (cioè prodotti che aggirano le norme sugli stupefacenti) e altre droghe non ancora tabellate. Rc-Chemical avverte sul suo sito di tenersi alla larga da chi vende i loro stessi prodotti a prezzi molto inferiori, perché si tratta di merce contraffatta. Accetta anche pagamenti in contanti contattando un loro addetto; anche gli olandesi di Zamnesia, oltre ai pagamenti con carta di credito o bonifico bancario, accettano contanti, e consigliano il modo migliore per farli arrivare a destinazione: «Mettete il denaro in una busta robusta, assicuratevi di avere affrancato e spedite al nostro indirizzo di casella postale. Fate attenzione a non mettere monete nella busta. Non preoccupatevi se la cifra è più alta: vi sarà calcolata a credito per acquisti successivi. Per fare in modo che il denaro non sia visibile attraverso la busta in cui lo avete messo, avvolgetelo in due pezzetti di cartone. Tenete presente che non spediremo il vostro ordine se non riceviamo l’intera cifra della transazione, incluse le spese di spedizione».

Serpelloni ha fornito molte altre informazioni sull’argomento, a partire da quella che esistono gli strumenti per trasformare la cannabis light, che ha una concentrazione di Thc di appena lo 0,1-0,3 per cento, in una sostanza da 10 a 30 volte più forte. Secondo gli ultimi dati pubblicati dal bollettino annuale Emcdda (Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze) a farla da padrona è la cannabis, sia in Italia che in Europa, consumata da 23,5 milioni di persone (il 7% della popolazione), di cui 17,1 milioni di giovani under 34 (il 13,9% di loro). L’87% degli europei ha dichiarato di aver consumato cannabis almeno una volta nella vita. Sono tuttavia i giovani a consumarla di più: il 21% dei 15-24enni, il 16% dei 25-34enni, il 7% dei 35-44enni, il 3,6% dei 45-54enni e solo l’1% degli over 55.

La cocaina è stata assunta da 3,5 milioni di individui (l’1% del totale) di cui 2,3 milioni di giovani con meno di 34 anni (l’1,9%), l’Ecstasy (Mdma) da 2,7 milioni (lo 0,8% della popolazione), per la maggior parte giovani (2,3 milioni, cioè l’1,8% del totale); infine, le amfetamine sono state assunte negli ultimi 12 mesi da 1,8 milioni di persone (lo 0,5% della popolazione) di cui 1,3 milioni di under 34 (l’1,1% della popolazione). Infine va preso atto del fatto che i Rave Party rappresentano altrettante occasioni per i produttori di droghe di testare nuovi prodotti, che a seconda dell’apprezzamento riscosso presso il particolare pubblico di quegli eventi vengono poi immesse sul mercato.

La parola è poi passata a Nicola Gratteri, magistrato storicamente esperto nella lotta alla grande criminalità dedita al narcotraffico e procuratore della Repubblica di Catanzaro. Sollecitato da Ilaria Perinu, che ha alluso all’imminente legalizzazione della cannabis in Canada, dove sarà permesso detenere 30 grammi per uso personale, Gratteri non si è fatto pregare per esprimere il suo dissenso: «La collaborazione giudiziaria fra magistrati e polizia italiani e canadesi non è più quella di 10-15 anni fa, si fa fatica ad ottenere le rogatorie internazionali. Eppure il Canada è diventato uno dei paesi preferiti dalle narcomafie per le loro attività di riciclaggio. Ora annunciano la legalizzazione della cannabis per colpire i profitti dei narcotrafficanti. Ma un grammo di hashish sul mercato canadese costa 4 euro, uno di coca ne costa 50: quale danno mai si pensa di arrecare? Se vogliamo davvero colpire il business dei narcotrafficanti, dovremmo legalizzare la cocaina, e questo non è il mio pensiero ma quello di qualche senatore della Repubblica italiana. “C’è un problema”, ho detto commentando le sue parole, “la cocaina si produce solo in Colombia, Bolivia e Perù, quella sintetica in Colombia e in Olanda: che facciamo, contattiamo i cocaleros? Perché per le vie legali non possiamo procurarci la cocaina”».

«In Italia» guru come Roberto Saviano «continuano a parlare di legalizzazione della cannabis, e portano una serie di motivazioni. Dicono: così terremo i giovani lontani dalla grande criminalità. Ma come, se le proposte di legge prevedono che la cannabis possa essere acquistata solo in farmacia e solo da maggiorenni? Bisogna emendare la proposta e allargare il diritto alla cannabis ai minorenni, previa autorizzazione dei genitori. Non so se mi spiego. La seconda motivazione è che la polizia potrà dedicare le sue energie alle droghe “vere”, cocaina, eroina, ecstasy, ecc. una volta liberata dall’incombenza di correre dietro agli spacciatori di marijuana. Ma chi dice questo non sa che le organizzazioni criminali che gestiscono la cannabis sono le stesse che gestiscono le altre droghe: la polizia continuerebbe a combattere le stesse persone nello stesso territorio. Infine la motivazione economica: la legalizzazione, dicono, permetterebbe imposizioni fiscali su un giro di affari da 4,5 miliardi di euro. Può darsi, ma io ricordo che si facevano discorsi simili ai tempi in cui si decise di liberalizzare le slot-machine nei bar italiani. Qual è stato il risultato? Le code di persone che sin dal primo mattino andavano a bruciarsi la pensione o il sussidio di disoccupazione, e che nel tempo si davano alla piccola criminalità, o sprofondavano nell’abbrutimento. Perciò no, sono contrario alla legalizzazione della cannabis».

Il pomeriggio di studio si è concluso con la lettura dell’intervento di Alfredo Mantovano, magistrato e vice presidente del Centro studi Rosario Livatino, che non ha potuto essere presente all’evento. «La diffusione dei derivati della cannabis fra i più giovani ha assunto caratteri di pandemia, se nel 2016 il 25,9 per cento della popolazione studentesca, pari a 640.000 persone, ne ha fatto uso almeno una volta, e se nella medesima fascia di età tale cifra sale a 804.000 per l’uso almeno una volta nella vita, e coinvolge 90.000 persone quanto a uso giornaliero. Centinaia di migliaia di persone in età evolutiva subiscono una aggressione al sistema nervoso, all’apparato respiratorio, alla capacità riproduttiva, per menzionare solo alcune delle voci maggiormente interessate dai danni della sostanza, e il dato non provoca né allarme né reazione.

Si fa fatica a qualificare “droga leggera” la cannabis in circolazione, della quale costituisce un campione quella sequestrata nelle operazioni di polizia, nel momento in cui perfino la cannabis in foglie risulta avere una percentuale media di principio attivo pari a 10,8, con punte del 31. È ben noto che la cannabis più potente che si riscontra in natura ha il thc pari al massimo a1 2,5 per cento: il che vuol dire che quella che circola normalmente è stata sottoposta ad alterazione con gli strumenti oggi disponibili a chiunque, acquistabili senza problemi per internet. Si fa ancora più fatica ad adoperare l’aggettivo “leggera” per una sostanza che nel 2016 ha fatto incrementare del 65 per cento i ricoveri ospedalieri nella fascia compresa fra i 15 e i 17 anni e del 36,5 per cento al di sotto dei 15 anni. A ciò si aggiunga che il 44 per cento dei soggetti in che nel 2016 si è sottoposto a un trattamento di recupero, faceva uso esclusivo di derivanti della cannabis». Insomma, la differenza fra droghe leggere e droghe pesanti è un mito che serve interessi particolari, che non sono quelli della salute e della coesione sociale.

Foto Ansa

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