«La bellezza è per entusiasmare il lavoro, il lavoro è per risorgere». Il libro di Giovanni Fighera

Insegnare è una chiamata, una passione. E prima che lettura, materia della propria docenza, circostanza in cui scuola e cronaca s’incrociano con la volatilità delle notizie, l’insegnamento è vocazione, chiamata e passione per i ragazzi

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fighera-scuolaPubblichiamo la prefazione del direttore Luigi Amicone al libro Tra i banchi di scuola di Giovanni Fighera (Ares/Tempi). 

Molto tempo fa, quando ancora quasi non esistevano internet, i blog, i famosi social-network e tutto il resto della pervasiva volatilità che contraddistingue la comunicazione via web, il nostro amico Giuliano Ferrara ci confidò il suo dubbio sul futuro del mestiere di cui lui stesso è probabilmente il miglior rappresentante sulla piazza. «Serve il giornalismo? O non sarebbe meglio, vista l’eroica caducità della parola scritta distribuita nelle edicole, far sedimentare esperienze direttamente politiche, creare comunità di esperienza fondate sulla parola parlata, scuole, istituzioni?».

Ferrara non sarebbe il sommo maestro che conosciamo, se non avesse intuito che la parola è stata donata all’uomo per essere quello che è: «Io-in relazione», per dirla con il suggestivo sintagma su cui insiste il cardinale arcivescovo di Milano Angelo Scola. Che cosa c’è infatti di più espressivo di questo nostro «essere-con», qual è l’impronta originaria dell’essere-in-relazione, se non l’educazione, letteralmente un «condurre fuori», educere, «far venire fuori» l’essere umano?

E poiché l’educazione sarebbe la più tipica e fondamentale delle attività umane, poiché è la sola che sia rivolta all’umano nella sua totalità, si capisce perché c’è solo da festeggiare quando un editore si prende il rischio di pubblicare libri come questo di Giovanni Fighera, che è più importante rispetto a qualunque altro esercizio saggistico, apologetico o di stile.

Un documento di «io-in relazione», infatti, è sempre molto più di un libro. Illustra il mondo dell’esperienza e ci dettaglia certi tratti dell’essere e dell’essere insieme, fratelli, portatori gli uni degli altri, educatori (se solo accettassimo fino in fondo il nostro destino di esseri umani).

Il filo rosso di queste pagine è l’esperienza della relazione con i giovani, ovvero con quel momento dell’esperienza umana, l’adolescenza, la giovinezza, dove tutto è dichiaratamente possibile. Dove la vita si coglie nella sua essenza, come ricorda più volte l’autore, e la natura dell’essere si manifesta nel suo denso nitore  e meraviglia: l’essere come apertura, curiosità, domanda. In sintesi, direbbe papa Paolo VI, come vis appetitiva, inquietudine di infinito, desiderio di significato ultimo del vivere.

Tant’è, mette la disperazione in cuore quel passo dei Promessi sposi dove si espone l’esito tragico (nella figura di Gertrude) del possibile pervertimento del rapporto autorevole tra padre (maestro) e giovane. Ma l’esperienza di un insegnante contagiato dal mestiere più bello del mondo non può avere e non ha, come si vede in Fighera, l’obiettivo di «cogliere di volo» e «legare una volontà che non si guarda».

Piuttosto, il problema dell’insegnante, come di qualsivoglia autorità che sia tale, è quella di stimare la libertà altrui; e stimarla al punto tale – e questa sarebbe l’imitazione di Cristo rispetto al quale l’illuminismo tollerante è solo pallido calco – di dare la vita anche per la libertà di chi ti rifiutasse.

Non a caso si diceva un tempo che «insegnare è una vocazione» (poi, da buon ultimo della schiera dei materialisti dialettici, passò qui in Italia la lezione di un certo Antonio Gramsci; da allora non si è più riusciti a evadere dalla prigionia del concetto di «uomo» come «processo» e, dunque, come materia da istruire, da «far progredire» e, infine, da rendere «consapevole» dell’urgenza «rivoluzionaria», la qual cosa, pretendendo bruciare ogni passo in nome di un’utopia, rappresenta l’esatto contrario di ogni educazione). Insegnare è una vocazione, una chiamata, una passione. E prima che lettura, materia della propria docenza, circostanza in cui scuola e cronaca s’incrociano con la volatilità delle notizie, l’insegnamento è vocazione, chiamata e passione per i ragazzi.

Sono i ragazzi la ragione che rende l’insegnante l’attore più importante del mondo comune e il custode del mondo comune. Ora, dato che si dà il caso che Giovanni Fighera collabori con noi e tenga un blog nell’impresa giornalistica di cui abbiamo responsabilità di direzione (il settimanale Tempi e il quotidiano online tempi.it), mi ha colpito una volta vedere le migliaia di contatti suscitati dal semplice titolo di un suo articolo: «Ai vostri figli non chiedete: “Come è andata a scuola?”. Ma: “Cosa hai imparato di bello oggi?”». Quel testo lo ritrovate qui nel capitolo IV e non vi toglierò il gusto di leggerlo o rileggerlo. Ma è chiaro, in quel titolo c’è già in nuce la potenza evocativa di ciò che è lo scopo dell’educazione. Lo scopo è la bellezza. Come dice un verso del poeta Norwid, tanto amato da quell’educatore gigantesco che fu Wojtyla, da sacerdote, così come poi lo fu da vescovo, cardinale e, infine, da pontefice santo, «la bellezza è per entusiasmare il lavoro, il lavoro è per risorgere».

Ecco, basterebbe questa bellezza che entusiasma al lavoro e che si tocca con mano in queste pagine per comprendere l’importanza definitiva che ha la libertà di scuola e, perciò, di educazione. Tal che, viene da domandarsi, non sarà che la nostra grande e disgraziata Italia si trova in una tale crisi anche (se non soprattutto) perché continua a impedirsi questa bellezza che istiga al lavoro? Ovvero, continua a impedirsi di avere una scuola libera, liberata dall’imposizione dell’istruzione forzata, statalistica, unica, uguale per tutti?

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