Cosa significa dirsi popolari e conservatori

Di Carlo Marsonet
14 Settembre 2026
Attualità e futuro del conservatorismo e dell’opzione cristiano-democratica. Intervista a Federico Ottavio Reho (Martens Centre)
(Foto Ansa)

Coordinatore della ricerca del Wilfried Martens Centre for European Studies, la fondazione politica del Partito popolare europeo, Federico Ottavio Reho ha curato insieme al presidente del Comitato scientifico della medesima fondazione, Klaus Welle, un volume appena pubblicato: La Democrazia Cristiana, il conservatorismo e la sfida degli estremismi (Rubbettino). Il libro raccoglie più di venti contributi di studiosi italiani e internazionali intorno alla storia e all’attualità della Democrazia cristiana e del conservatorismo, nonché le sfide che la destra populista offre al popolarismo. Ne parliamo proprio con Reho.

Il volume appare ambizioso già a partire dalle firme che sono state coinvolte nel progetto. Qual è l’obiettivo di questa riflessione a più voci?
Il volume nasce da una conferenza tenuta a Bruxelles due anni fa, e i cui primi risultati sono usciti in inglese l’anno scorso. Volevamo fare una mappatura di cosa voglia dire negli anni Venti del Ventunesimo secolo dirsi popolari e conservatori, etichette politiche dopotutto assai vetuste. Volevamo anche capire meglio se siano famiglie politiche e ideologiche naturalmente distinte oppure tendenti all’incontro e alla sintesi, come nel Partito popolare europeo. E, non ultimo, volevamo reagire a quello che ci pareva un tentativo di furto di identità politica: quello delle molte forze di destra radicale e identitaria che, per darsi una rispettabilità, hanno preso ad autodefinirsi conservatrici e talvolta persino democratico-cristiane. Volevamo fare tutto ciò dal punto di vista del Partito popolare europeo, ma restando aperti a forze che non ne fanno attualmente parte. Il problema politico pratico sullo sfondo era e resta quello delle alleanze a destra: quanto in là ci si può spingere e a quali condizioni? Non possiamo permettere che siano le sinistre – italiane o europee – a decidere il perimetro strategico del centrodestra popolare.

Nel suo contributo, Antonio Campati solleva un punto importante. Pur distinta dall’esperienza cristiano-democratica tedesca, la Democrazia cristiana italiana può ancora offrire, secondo lo studioso dell’Università Cattolica di Milano, diversi spunti utili per affrontare alcune sfide attuali: dall’illiberalismo capillare (a destra come a sinistra) al ripensamento del conservatorismo. È così secondo lei? Quali sono le principali differenze con l’esperienza tedesca?
Credo anch’io che l’esperienza della Democrazia cristiana in Italia e altrove possa offrire molti spunti attuali, se formuliamo le domande giuste. Per esempio, può aiutarci a capire come e perché resistere alla tentazione illiberale che, ben presente nel cattolicesimo politico fino alla Seconda Guerra mondiale, è ora riemersa, in forme più secolarizzate e identitarie, nel conservatorismo nazionale di Viktor Orban e J.D. Vance. E può permetterci di ripensare il conservatorismo in chiave meno nazionale e più europea, aiutando anche a completare l’evoluzione della destra italiana. La Democrazia cristiana tedesca e quella austriaca, a differenza di quella italiana, hanno sempre avuto un rapporto ben più stretto e disteso col conservatorismo. Ancora oggi l’Unione cristiano-democratica tedesca elenca tre radici ideologiche nel suo programma: popolarismo, conservatorismo e liberalismo.

In un altro interessante contributo, lo storico Giovanni Orsina invita a prendere seriamente – ma non per questo ad avallare, quantomeno nelle proposte offerte – la protesta populista in atto ormai da anni. Secondo lui, serve un conservatorismo post-populista che non deve abbondare il liberalismo tout court. Certamente, però, deve disfarsi di una visione eccessivamente astratta, com’è tipica in particolare del liberalismo progressista. Di quale conservatorismo c’è bisogno, secondo lei?
Il professor Orsina ha formulato per la prima volta nella versione inglese di questo volume le idee poi sviluppate nel suo recente saggio Controrivoluzione, pubblicato da Marsilio. Condivido il suo invito a ripensare il conservatorismo alla luce del bisogno di concretezza e di radicamento umani così negletti negli ultimi decenni, oltreché a rallentare il ritmo dei cambiamenti socioculturali in corso in tutto l’Occidente per salvare il meglio, che non è poco, delle istituzioni e dei principi liberali moderni. Gli eccessi del liberalismo progressista li minacciano non meno di quelli del populismo di destra. Forse, rispetto al suo, il mio è un conservatorismo più schiettamente ed esplicitamente sovranazionale, che sente il bisogno di scavare fino alle sue sorgenti europee.

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E veniamo al suo contributo, che apre diversi percorsi di riflessione. Partiamo da quello che chiama «europeismo culturalmente e storicamente fondato». Che cosa intende?
L’europeismo invalso negli ultimi decenni tende a concepire l’integrazione europea come una rottura radicale col passato del nostro continente, di cui si sottolineano soprattutto le sanguinose divisioni e i catastrofici conflitti. Ma questa non è l’idea che se ne facevano i padri fondatori del dopoguerra, i quali invece vedevano l’integrazione europea quasi come una Restaurazione: la ripresa, in forme più moderne e istituzionali, di una ricerca di unità nella diversità che aveva attraversato tutta la storia del continente, ed era stata interrotta soltanto dal nazionalismo sfrenato uscito dalla Rivoluzione francese. Persino Edmund Burke parlava con amore del “commonwealth d’Europa”, e il Principe di Metternich si considerava un patriota europeo. A differenza di molti sedicenti conservatori di oggi, i migliori del passato consideravano il nazionalismo una forza intrinsecamente sovversiva. Invece di coltivare un europeismo senza passato o un nazionalismo senza futuro, dovremmo ripensare sia l’europeismo che il patriottismo alla luce delle fonti storiche e culturali che li hanno resi pensabili, dalla romanità al cristianesimo.

Collegato a quanto appena detto è il tema del federalismo che serve all’impasse europea attuale. Che connotati dovrebbe avere? Potrebbero essere utili le riflessioni passate di autori come Friedrich von Hayek – di cui lei ha curato un importante articolo in tema, qualche anno fa: Le condizioni economiche del federalismo tra stati (Rubbettino, con postfazione di Flavio Felice) – e di Wilhelm Röpke in merito?
Sostengo da tempo, e non sono il solo, che il federalismo europeo di ascendenza spinelliana abbia uno spirito centralistico e statalista inadatto alle esigenze di un’unione sovranazionale. Per fortuna non è l’unico modello disponibile: esistono anche un federalismo sussidiario di marca popolare e un federalismo competitivo di marca liberale, alla cui definizione Hayek e Röpke contribuirono. Da direzioni diverse, essi sembrano convergere su un tipo di integrazione europea forte ma limitata, che protegge le specificità storico-culturali e favorisce sperimentazione e concorrenza. Insomma, l’Ue come grande protettore e coordinatore del pluralismo continentale, più che come stato federale classico. Queste diverse tendenze sono del resto tutte presenti nella storia e nell’attualità europea. Si tratta di riconoscerle incoraggiando quelle liberali e popolari a scapito di quelle spinelliane. Un federalismo pragmatico, anti-centralistico e concorrenziale mi sembra assolutamente compatibile anche col conservatorismo, anche se alcune forze conservatrici preferiscono parlare oggi di “confederalismo”.

Un’ultima domanda riguarda la prospettiva che lei definisce dell’«europeismo conservatore». Quali ne sono i tratti salienti?
In primo luogo, una riconnessione con i fondamenti storico-culturali di lunghissimo periodo dell’unità europea come del suo perpetuo pluralismo interno, un equilibrio precario ma fecondo. In secondo luogo, una struttura federale veramente sussidiaria, rivolta alla protezione delle diversità e del pluralismo a tutti i livelli, e non alla centralizzazione e all’armonizzazione tipiche degli stati nazionali moderni, gli stessi che vorrebbero restaurare i sedicenti “conservatori” di tanta destra sovranista. In terzo luogo, una costituzione economica decentralizzata e competitiva, per così dire “hayekiana”, fondata sulle libertà del mercato unico e su una moneta il più possibile spoliticizzata, perché centralizzazione economica e sussidiarietà politico-culturale mi sembrano difficilmente conciliabili. Infine, il rifiuto di sacrificare l’europeismo sull’altare del conservatorismo, magari perché si ritiene che l’Ue non stia andando nella direzione auspicata. I due vanno sempre tenuti insieme come due facce della stessa medaglia.

Klaus Welle e Federico Ottavio Reho, La Democrazia Cristiana, il conservatorismo e la sfida degli estremismi, Rubbettino, 298 pagine, 22 euro.


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