Kaje e le altre che hanno dichiarato guerra a Boko Haram

Hanno cercato di dimenticare il sangue, i corpi dei propri cari trucidati, gli spari. Poi hanno deciso di affrontare i terroristi: «Usano donne e ragazze come noi per gli attentati. Noi proviamo a fermarle»

Quattro anni fa, era il novembre del 2015, Kaje Komi stava fissando il corpo del fratello Akaji a terra. Era lì, in mezzo a quello di altre sette studenti uccisi, un uomo forte abbattuto da due colpi di arma da fuoco alla testa. Nelle ore seguenti a Kaje sembrò di impazzire, l’unica persona capace di darle conforto era il fidanzato Peter: dopo il rito funebre si era fermato con lei e la famiglia a pranzare, quando le sirene e il rumore degli spari precipitarono nuovamente Kaje nel terrore. Peter venne colpito in pieno petto, poi un proiettile conficcatogli dritto nel cervello lo fece cadere in un fossato. In una manciata di giorni Boko Haram aveva portato via a Kaje le due persone che amava di più.

«COME PUÒ UNA DONNA COMBATTERE BOKO HARAM?»

La storia di Kaje è quella di una donna che ha provato a dimenticare l’orrore, il sangue, le sirene, gli spari. Dapprima trasferendosi con i genitori lontano da Maiduguri, epicentro degli attacchi dei terroristi, fino a raggiungere la capitale della Nigeria, Abuja. Ma le notizie di Boko Haram che metteva a ferro e fuoco il paese l’avevano in fretta convinta che scappare non fosse la soluzione. Forse, pensò la ragazza, potrei partecipare alla sua sconfitta. La notizia all’inizio suscitò l’ilarità di famigliari e amici, «come può una donna combattere Boko Haram?» le ripetevano. Ma Kaje non era l’unica a condividere l’idea folle di avere una parte nella guerra ai terroristi.

KAJE E FATI NELLA MILIZIA CIVILE

Insieme all’amica Fati decise così di unirsi alla Civilian Joint Task Force (Cjtf), la milizia civile anti-Boko Haram nata per proteggere le comunità dagli attacchi jihadisti nel nordest della Nigeria, e appoggiare le armate del governo, in particolare ai check-point o per garantire la sicurezza dei campi di sfollati. Spesso oggetto di critiche per aver reclutato tra le sue fila minori e bambini, la milizia rappresentava tuttavia per Kaje la possibilità di fare qualcosa di concreto contro i terroristi: «Boko Haram utilizzava molte donne e ragazze per combattere la guerra: le donne erano necessarie per contrastare questa strategia», ha spiegato intervistata da Al Jazeera. Secondo il Combating Terrorism Centre tra il 2011 e il 2017 Boko Haram ha usato donne kamikaze in almeno 244 dei suoi 338 attacchi. Secondo L’Unicef, nel 2018, 38 minori dei 48 usati da Boko Haram in attentati suicidi erano femmine, poco più che bambine.

DA “INFEDELI” A KAMIKAZE

Quando Kaje e Fati si sono unite alle Cjtf hanno scoperto di non essere sole, almeno un centinaio di donne da anni, dall’alba al tramonto, oggi presidiano i posti di blocco nello stato del Borno, sulle strade che conducono a mercati, ospedali, scuole e luoghi di culto di Maiduguri, presi di mira dai terroristi. Il loro compito, di individuare e controllare donne sospette, dà frutti quotidiani: questo manipolo di coraggiose, riferiscono i media, hanno sventato numerosi attacchi da parte di donne reclutate da Boko Haram. Donne arrestate ma spesso anche convinte da altre donne a salvarsi, «le mie compagne venivano ubriacate prima di compiere missioni suicide. A tre ragazze “infedeli” vennero legate bombe attorno al corpo, furono portate via e nessuno seppe più nulla di loro» aveva raccontato Ruth, sopravvissuta a 90 giorni di vagabondaggio nella foresta della morte, nutrendosi di foglie e acqua, dopo aver visto ha visto morire di stenti otto giovani madri e i loro bambini, fuggiti come lei dalla foresta Sambisa lo scorso ottobre.

RUTH, LEAH E LE ALTRE RAPITE

Scappavano nel bosco, scappavano da Boko Haram, negli occhi le compagne rimaste prigioniere al campo come l’indomita Leah Sharibu, in braccio i bambini avuti dai terroristi che le avevano rapite e ridotte a spose schiave. Ruth è stata ritrovata dai soldati a gennaio scorso, stretta al figlioletto di tre anni ai piedi di una montagna a circa sessanta chilometri dal luogo dove per cinque anni visse sposa e prigioniera di Boko Haram. Non tutte hanno la forza di Ruth, molte donne dopo essere state rapite, torturate e violentate, vendute o costrette a sposare i loro aguzzini e crescere i loro figli, vengono ripudiate dalle famiglie e dai mariti. «Il figlio di un serpente è un serpente», «arriva la peste», sono gli epiteti indirizzate a molte superstiti come le studentesse di Chibok. E molte, disperate, decidono di fare ritorno nella maledetta foresta di Sambisa, da chi le aveva rapite.

«LO FACCIO PER I MIEI FIGLI»

A volte a Kaje e compagne basta solo raccogliere informazioni, confidenze, che passano ai miliziani per prevenire gli attentati: qualcuno le ha già ribattezzate per questo “gossipers of Boko Haram”, qualcun altro le critica fortemente per paura di essere coinvolto in rappresaglie dei terroristi a causa del loro lavoro, «Boko Haram mi ha minacciato così tante volte», ripete sempre Fati, raccontando che spesso vengono inviati degli emissari alle famiglie e ai vicini delle donne, «mi intimano di smetterla o ci saranno tanti morti, dicono che il nostro lavoro espone gli altri, ma non mi fermerò perché combatto non solo per la mia vita, ma per il futuro dei miei figli». Molte donne sono morte facendo questo “mestiere”, ma «se morirò facendo questo lavoro so che i miei saranno orgogliosi», assicura Kaje, che per un lavoro che ha inziato a fare gratuitamente e per non impazzire oggi riceve 60 dollari al mese dal governo, una cifra enorme. «Ti uccideranno, uccideranno tutti quelli che conosci» aveva raccontato Fatima Muhammed al New Yorker, una delle prime donne ad aver preso la decisione di Kaje, «questo è ciò che mi ha spinto a unirmi al Cjtf»: tre anni prima, Boko Haram aveva ammazzato un suo caro amico, un uomo che per lei era come un padre. Fatima aveva 24 anni quando si è unita alla milizia. Dice di non portare armi, entra da sola nelle case delle sospette per affrontarle, scoprire se sono affiliate ai terroristi e convincerle a fidarsi di lei.

LE GIOVANI SUICIDE

Il 16 giugno, decine e decine di giovani stavano assistendo alla proiezione di una partita di calcio a Kodunga, 38 chilometri da Maiduguri, capitale dell’insanguinato stato del Borno. È lì, mescolandosi tra la folla, che tre attentatori kamikaze si sono fatti esplodere causando trenta morti e quaranta feriti. E il bilancio sarebbe stato molto più alto se non fosse capitato un imprevisto: qualcuno parla di un ordigno inceppato, qualcuno di una caduta non prevista. L’attentatore, una ragazzina spaventata, è stata catturata e consegnata alla polizia. Era sbucata dalla foresta Sambisa seguendo quell’uomo imbottito di esplosivo e un’altra coetanea per realizzare la missione suicida.

Foto Ansa