L’Italia in recessione blocca le grandi opere «e regala soldi che non ha»

L’Istat ha confermato la recessione tecnica del paese. I grillini hanno già bloccato investimenti per 31 miliardi di euro. L’allarme degli imprenditori: «Sembriamo il Venezuela»

Tutti i giornali oggi scrivono che l’Italia è in recessione. Ieri l’Istat ha certificato che nel quarto trimestre del 2018 il Pil è diminuito dello 0,2%, secondo calo congiunturale consecutivo dopo il -0,1% segnato nel terzo trimestre del 2018. Imprenditori e presidenti di categoria indicano tutti la stessa soluzione avanzata da Matteo Zoppas, alla guida di Confindustria Veneto: «Bisogna far ripartire subito l’economia con misure propulsive. Misure che, per ogni euro investito, ne producano più di uno. Le grandi opere e le infrastrutture», ha dichiarato al Corriere della Sera.

TUTTE LE OPERE BLOCCATE DAI GRILLINI

Entrambe sono ferme al palo, dal momento che dopo l’insediamento del governo gialloverde il ministro delle Infrastrutture, il grillino Danilo Toninelli, ha bloccato tutte le grandi opere già in corso o programmate per sottoporle all’ormai leggendaria analisi costi/benefici. Nel dettaglio sono stati bloccati i finanziamenti per un totale di oltre 31 miliardi di euro a: Tunnel del Brennero (appalti per un valore di 5,9 miliardi), Pedemontana veneta (2,3 miliardi), Alta velocità Brescia-Padova (7,7 miliardi), Tangenziali venete (2,2 miliardi), Gronda di Genova (5 miliardi), Autostrada regionale Cispadana (1,3 miliardi), Autostrada Cremona-Mantova (1 miliardo), Terza corsia A11 (3 miliardi), Autostrada Tirrenica (1,8 miliardi), Megalotto 3 della SS106 (1,3 miliardi). Per non parlare della diatriba sulla Tav: il Movimento 5 stelle è disposto a spendere 4 miliardi per bloccarla subito, ma secondo un dossier nelle mani della Lega, che vorrebbe portare avanti l’opera, i danni a lungo termine ammonterebbero a 20,3 miliardi.

Secondo il Corriere, il risultato è che « le grosse imprese del settore costruzioni stanno andando fuori mercato: 418 mila potenziali posti di lavoro sono saltati, mentre 120 mila aziende sono fallite».

530 MILIARDI DI “COSTI DEL NON FARE”

Alla fine dell’anno scorso è uscito il rapporto annuale di Agici sui “Costi del non fare”, secondo il quale non realizzare le infrastrutture che servono al paese verrà a costare addirittura 530,2 miliardi di euro nel periodo 2019-2035. Il costo del non fare annuo in questo intervallo di tempo sarebbe di 31 miliardi di euro.

I fondi in realtà non mancano. Come sottolineato ancora dal Corriere, «il governo ha trovato in cassa 150 miliardi disponibili già stanziati, di cui è stato speso meno del 4%. Ci sono 60 miliardi destinati al Fondo Investimenti e sviluppo infrastrutturale; 27 miliardi del Fondo sviluppo e coesione; 15 miliardi di fondi strutturali europei; 9,3 miliardi di investimenti a carico di Ferrovie dello Stato; 8 miliardi di misure per il rilancio degli enti territoriali; 8 miliardi per il terremoto; 6,6 miliardi nel contratto di programma dell’Anas. Ma il governo ha preferito fermare tutto, e attingere da lì i fondi per la riforma delle pensioni, il reddito di cittadinanza e la flat tax per le partite Iva».

«SIAMO COME IL VENEZUELA»

Per tutti questi motivi Corrado Alberto, presidente dell’associazione delle Piccole e medie imprese di Torino, ha lanciato l’allarme all’Adnkronos:

«Temo che ora la clausola di salvaguardia sull’Iva non ce la toglierà nessuno. Ci sarà da divertirsi – ha aggiunto con amara ironia – siamo in recessione e stiamo facendo politiche come il reddito di cittadinanza e quota cento a debito. È come se un imprenditore si indebitasse non per comprare un nuovo impianto ma per andare in crociera. Sempre più spesso mi viene da fare il paragone con il Venezuela: ha fatto politiche di sostegno al reddito utilizzando come fonte di finanziamento i proventi del petrolio, poi il mercato è cambiato, il petrolio è calato, e il Paese si è trovato in recessione. L’Italia ha scelto di dare soldi che non ha, temo quindi che ci troveremo in una situazione molto simile da cui sarà difficile uscire. Basti pensare cosa accade sul fronte infrastrutturale: c’è un’opera iniziata e finanziata, la Torino-Lione, in grado di creare un volano produttivo di uno a tre e si decide di non procedere».

Foto Ansa