All’Italia in agonia non basteranno i soldi del Recovery Fund

Sono vent’anni che non cresciamo, peggio di noi solo la Grecia. Non saranno i quattrini europei a imprimere una svolta né lo Stato gestore di tutto

“Il gelo italiano lungo 20 anni. Perso il 18,4% rispetto al Pil dell’Eurozona” è il titolo con cui ieri Il Sole 24 Ore ha commentato una serie di dati che mostrano il «crollo italo greco». Scrive, infatti, Gianni Trovati: «Il 2020 è stato l’anno del crollo. Ma in Italia la scossa è arrivata dopo un interminabile bradisismo, che con la sua azione lenta ma profonda ha spinto l’economia del paese ai margini dell’Eurozona».

Si tratta di una serie di numeri elaborati con l’aiuto dei database della Commissione europea che mostrano come

«la lunga stagnazione italiana ha ridotto del 18,4% il peso del nostro paese sul complesso della produzione cumulata dall’Eurozona nei suoi confini attuali. Oggi il Pil italiano vale il 14,5% di quello dell’area euro, contro il 17,7% coperto nel 2001, all’interno di un quadro che negli anni a cavallo del 2000 era piuttosto stabile. Solo la Grecia ha subìto un processo di dimagrimento più rapido. Mentre la Francia, etichettata da più di un’analisi come l’altro grande malato d’Europa, mostra nelle analisi patologie decisamente più leggere: Parigi valeva il 20,9% dell’economia europea nel 2001, e vale oggi il 20,3%. La Spagna invece, il big europeo che primeggia per l’intensità della recessione da pandemia, ha viaggiato comunque in senso contrario, guadagnando in termini relativi un 5,2% in venti anni».

L’ultima volta che il nostro paese è riuscito a crescere più della media europea è stato nel biennio ’95-’96. Stiamo parlando di venticinque anni fa, poi «più nulla». Il dato, nota Trovati, «è univoco. Gli italiani diventano sempre più poveri dei loro vicini». Le cause le conosciamo, sono sempre le stesse: «Una burocrazia snervante e conservatrice, un sistema fiscale nemico di chi prova a crescere, una geografia imprenditoriale frammentata e spesso concentrata su singoli settori soggetti alle ondate della concorrenza internazionale».

La “magia” del Recovery Fund

Dunque? Dunque bisogna iniziare a mettersi bene in testa che il Covid è solo la mazzata finale su un paese già in agonia, che pian piano si impoverisce e che cerca di arrabattarsi vivendo di rendita o lucrando su una ricchezza accumulata negli anni, senza produrne di nuova (un fenomeno descritto da Luca Ricolfi nel suo libro La società signorile di massa).

Sperare che il Recovery Fund risolva tutti i nostri problemi è un’illusione. Sempre ieri, lo spiegava bene in un commento Alberto Mingardi sul Corriere della Sera:

«I 200 miliardi dei fondi Next Generation Eu, che in Italia ormai consideriamo non per quello che sono, un aiuto del resto d’Europa allo Stato membro più colpito dalla pandemia, ma come la magia che sbroglierà il nodo della bassa crescita, ben precedente al Covid-19, e ci metterà sulla strada sicura di un forte sviluppo trainato dallo Stato».

La salvezza non verrà dallo Stato

Il paragone con il Piano Marshall, proseguiva Mingardi, è fuorviante: pensare che accadrà la stessa cosa (un paese allo stremo che, quasi per magia, tornerà a crescere grazie a soldi piovuti dall’alto) è solo un auspicio. «Gli aiuti Marshall ammontarono nel complesso a 13,2 miliardi di dollari, in valori attuali circa 130. All’Italia ne arrivarono 1,5 (15). Se si immagina che esclusivamente da ciò siano dipesi i tassi di crescita di quegli anni, si tratterebbe senz’altro del programma di maggior successo della storia». In realtà, il Piano Marshall funzionò soprattutto perché legò il nostro paese all’area atlantica – fosse accaduto l’inverso, come speravano i nostri comunisti allora, avremmo fatto la fine dei paesi dell’Est – e perché gli aiuti Stati Uniti «sbloccarono le importazioni e il circuito degli scambi», ma la “ricostruzione” era già partita prima.

«Questo suggerisce che il piano Marshall ebbe a che fare, sì, con gli alti tassi di crescita degli anni Cinquanta ma non per la mole degli investimenti pubblici: bensì perché la vicinanza degli Stati Uniti sorresse i nostri “orgoglio e determinazione” e radicò “la convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti”, per citare il discorso al Senato del presidente Draghi».

Insomma, scrive Mingardi, non «abbiamo trovato la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno», i problemi che avevamo prima li abbiamo anche adesso. Né allora né oggi possiamo sperare che sia una pioggia di quattrini calata dal cielo a risolvere le nostre grane. Pensare che possa essere lo Stato, come un re taumaturgo, a curare ogni nostra malattia è solo un pio desiderio. È un’idea «davvero curiosa che in quegli ambiti nei quali siamo scontenti di ciò che lo Stato ha fatto come regolatore, il suo ingresso come produttore in prima persona di beni e servizi possa avere effetti provvidenziali».

Foto di Tomas Anton Escobar per Unsplash