Abbiamo bisogno di qualcosa di diverso da un Piano Marshall

Da più parti si invoca un programma simile a quello attuato dagli Usa nel Dopoguerra. È quel che ci serve? Parla Pietro Mistura (Osservatorio Cpi)

Roma 1948. Firma del Piano Marshall a Palazzo Chigi

L’invocazione di un «Piano Marshall» è diventato un luogo comune della politica italiana. Non v’è ambito in cui, prima o poi, un programma come quello attuato dagli americani nel Dopoguerra non sia richiamato per sistemare una situazione ritenuta ormai compromessa. Oggi più che mai, visti i chiari di luna che si prospettano per la nostra economia alle prese con l’emergenza coronavirus. Ma cosa fu l’European Recovery Program annunciato dal segretario di Stato americano George Marshall all’indomani del secondo conflitto mondiale?

Lo chiediamo a Pietro Mistura che sull’Osservatorio conti pubblici ha scritto un interessante articolo per spiegare che ciò di cui il nostro paese ha oggi bisogno non è il Piano Marshall, ma qualcosa di diverso. Perché?

Il Piano Marshall è stato un programma di aiuti americano volti a favorire la ricostruzione di sedici paesi europei, tra cui Italia e Germania che erano usciti distrutti in termini economici e sociali dalla Seconda Guerra Mondiale. Tra il ’48 e il ’52 vennero stanziati 14 miliardi di dollari di aiuti sotto forma di prestiti e donazioni, di cui 1,5 miliardi (il 9,2 per cento del Pil medio annuale italiano nel periodo 1948-1952, il periodo di erogazione degli aiuti) vennero destinati al nostro paese. Per poter beneficiare degli aiuti si dovevano rispettare una serie di condizionalità economiche come la stabilità valutaria e commerciali come la promozione del commercio internazionale, in particolare intra-europeo. Oltre a queste condizioni, i paesi aderenti al piano erano fortemente incoraggiati a incrementare la produzione dei materiali di cui gli Stati Uniti avevano maggior bisogno. Oltre a questa condizionalità palese, le modalità del programma comportava che una gran parte delle risorse fornite consistessero in esportazioni americane verso l’Europa. Quello di cui abbiamo bisogno oggi non è un nuovo Piano Marshall perché la situazione attuale dell’Europa è molto diversa da quella post-bellica, dove la prima necessità era di ricostruire le capacità produttive pesantemente compromesse dal conflitto. Lo shock di offerta attuale deriva invece dalla necessità di “rimanere a casa”, non dalla distruzione di capitale produttivo. Quello di cui l’Europa ha bisogno ora sono risorse finanziarie per attenuare gli effetti delle chiusure sulle famiglie e sulle imprese (evitando crisi di liquidità) e, una volta superata l’emergenza medica, di una spinta sulla domanda aggregata. Il tipo di aiuti che veniva offerto dal Piano Marshall, che in pratica consisteva di esportazioni dall’America all’Europa, con benefici per l’occupazione americana, non sarebbe utile per affrontare la crisi attuale. All’Europa serve una domanda di prodotti europei, non l’offerta di prodotti importati. Questa domanda di prodotti europei permetterà alla imprese di poter impiegare i propri lavoratori che ad oggi sono in cassa integrazione, ma che domani, quando non vi sarà più il divieto di licenziamento, rischiano di perdere il proprio posto di lavoro nel momento in cui l’incertezza causata dalla crisi ridurrà i consumi.

Lei scrive che «le risorse rese disponibili dall’Europa (soprattutto attraverso la Bce), seppure erogate sotto forma di prestiti, sono largamente superiori a quelle previste dal Piano Marshall». Però, appunto, se nel caso del Piano Marshall si trattava soprattutto di donazioni, nel caso della Bce si tratta di prestiti. Perché, dunque, a suo parere i due interventi possono essere comparati?

La Bce ha messo in atto il Pepp (Pandemic Emergency Purchase Program) un programma di acquisto di titoli di Stato per un valore di 1350 miliardi.  Di questi, almeno il 17 per cento potrebbe andare all’Italia, sulla base della cosiddetta capital key. Grazie a questi acquisti di titoli i tassi d’interesse sono mantenuti artificialmente bassi limitando dunque la spesa per interessi ed evitando che un paese perda l’accesso al mercato, cioè che lo Stato si trovi nel mezzo di una crisi finanziaria e non abbiamo spazio di manovra. È vero che nel caso del Piano Marshall gli aiuti erano principalmente donazioni, ma è necessario ricordare che tramite l’acquisto di titolo da parte della Bce il costo degli interessi è in parte restituito all’Italia tramite i profitti della Bce (trasferiti alla Banca d’Italia e da questa allo Stato). Inoltre da parte europea, oltre all’aiuto di politica monetaria fornito dalla Bce, sono stati messi a disposizioni i prestiti per spesa sanitaria (diretta e indiretta) del Mes pari al 2 per cento del Pil del paese richiedente a un tasso d’interesse vicino allo zero, il programma di cassa integrazione Sure della Commissione Europea e ora il Recovery Fund.

Lei scrive giustamente che una “condizionalità informale” sottesa al Piano Marshall era l’adesione politica del nostro paese al blocco occidentale. Se le chiedessi qual è la “condizionalità informale” sottesa agli aiuti della Bce e dell’Europa in generale, cosa mi risponderebbe?

I piani di aiuti europei prevedono delle condizioni formali molto morbide come nel caso del prestito Mes dove viene richiesto di spendere le risorse per spese sanitarie dirette o indirette. Inoltre è importante ricordare che le regole del Patto di Stabilità e Crescita, cioè le regole di finanza pubblica, sono state temporaneamente sospese per permettere agli Stati i più ampi margini di manovra. Per quanto riguarda il Recovery Fund che stanzia risorse per 750 miliardi vi è l’obbligo che tali risorse vengano spese per politiche strutturali di riforma e che l’erogazione degli aiuti arriverà in tranche legate al raggiungimento dell’obiettivo.

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