La verità aiuta la pace

Di Marco Giorgio
01 Ottobre 2025
Per giudicare cosa sta accadendo tra Israele e Hamas, può essere utile provare a partire dal contesto storico, dai fattori in gioco e dai fatti recenti accaduti
Israele bombarda la Striscia di Gaza, 3 agosto 2025 (Ansa)
Israele bombarda la Striscia di Gaza, 3 agosto 2025 (Ansa)

Da millenni «in guerra la verità è la prima a morire» (Eschilo) e «i contendenti cambiano a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti» (Tucidide). La vicenda israelo-palestinese è uno dei conflitti più complessi e duraturi della storia e coinvolge aspetti politici, religiosi ed economici, oltre ad essere caratterizzata da una successione di eventi che hanno segnato profondamente il Medio Oriente e gli equilibri geopolitici mondiali. Nonostante ciò, c’è chi tenta di usare la vicenda per scopi ideologici o per alimentare le contrapposizioni, in alcuni casi distorcendo fatti o parole della realtà.

La tragedia umanitaria a Gaza

Quello che sta succedendo a Gaza, e che coinvolge tutta la regione mediorientale, è una tragedia umanitaria, politica e sociale: che uccide migliaia di vite innocenti (inclusi migliaia di bambini, la cui sofferenza non può mai essere accettata); che travolge anni di tentativi di pace e convivenza; che semina ulteriore odio e violenza in zone già umanamente provate. E tutto ciò deve finire al più presto!

Le guerre, come quella in Ucraina, o le tante che si combattono quasi silenziosamente in vari scenari del mondo, sono la più grande sconfitta per l’uomo, perché annichiliscono il senso di umanità verso il prossimo e la vocazione di costruzione del futuro. Come ha detto Leone XIV, «non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato, sulla vendetta. I popoli hanno bisogno di pace, chi li ama veramente lavora per la pace” e “la guerra non risolve i problemi, anzi li amplifica e produce ferite profonde nella storia dei popoli, che impiegano generazioni per rimarginarsi».

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Come provare a dare un giudizio sulla guerra tra Israele e Hamas

Per non rischiare di essere in balia degli atteggiamenti pregiudizievoli o poco informati (che spesso coincidono), può essere utile provare a dare un giudizio partendo dal contesto storico, dai fattori in gioco e dai fatti recenti accaduti, ovviamente senza avere alcuna pretesa di esaustività.

1. La creazione dello Stato di Israele, deliberata formalmente dall’Onu nel 1947, non è stata appena una riparazione post-bellica, ma la risposta all’evidenza che il popolo ebraico – perseguitato o mal sopportato a fasi alterne per oltre tremila anni – rischiava di non essere al sicuro in nessuna parte del mondo e quindi uno stato autonomo costituiva la possibilità di garantirne la sicurezza.

2. Il riconoscimento dello stato di Palestina è legittimo e condivisibile, infatti il popolo palestinese ha ogni giusta aspirazione ad avere uno stato autonomo, che ad oggi non si è costituito per carenze proprie della classe dirigente palestinese; per resistenze di altri stati arabi; e certamente anche per le ingiustificabili occupazioni israeliane.

3. L’attuale conflitto è iniziato per un attacco subito da Israele il 7 ottobre 2023 (così come le guerre subite nel 1948, 1967, 1973), con cui Hamas ha invaso il territorio israeliano, ucciso 1200 civili, inclusi donne e bambini, e rapito 248 ostaggi, sempre civili. L’attacco di Hamas è avvenuto nonostante Israele avesse lasciato Gaza nel 2005 e nonostante fosse imminente un accordo di pace complessivo tra Israele e paesi arabi, ora definitivamente saltato.

4. Va ribadito che l’attuale situazione è una tragedia, una delle peggiori degli ultimi decenni, ma usare la parola “genocidio” non solo non è etimologicamente corretto, ma non è nemmeno aderente ai fatti. Israele sta cercando di eliminare i terroristi e non il popolo palestinese – con cui peraltro convive normalmente all’interno dello Stato ebraico – e, come rilevano diverse fonti in loco, Hamas usa i civili come scudi, impedisce agli sfollati di lasciare le zone sotto attacco e sequestra gli aiuti alimentari. Inoltre, tra i due soggetti in conflitto, ossia Israele e il terrorismo islamico, è in molti casi il secondo, e non il primo, che progetta o tenta l’aggressione o eliminazione dell’altro.

5. La risposta di Israele è deliberatamente sproporzionata ed in nessun modo accettabile quando colpisce i civili (i cui morti sono ormai oltre 50.000), e soprattutto non è accompagnata da sforzi diplomatici per la pace o tregua e per il rilascio degli ostaggi, che comunque Hamas stessa si rifiuta ancora di liberare, nonostante si tratti di civili. Inoltre, le frange estremiste, che fanno parte anche dell’attuale governo israeliano, tentano di sfruttare la situazione per guadagnare peso politico e per continuare i loro intollerabili obiettivi di colonizzazione, che sono anch’essi ostacolo alla pace.

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Che cosa resta?

Cosa resta in tutto ciò? Che per tentare una riconciliazione, quantomeno politica, occorre riconoscere i punti di reciproca verità, e che la pace si può realizzare solo partendo dall’evidenza che non si può fare a meno l’uno dell’altro. Perciò non è tollerabile l’intento di Hamas di voler cancellare Israele e non è perseguibile una guerra a oltranza di Israele sulla pelle dei civili palestinesi, nonché la ripresa delle occupazioni illegittime della Cisgiordania. Ma lasciare la vicenda in mano alle partigianerie ideologiche è una doppia sconfitta, per le morti innocenti e per la complessità e verità celate.

È poi urgente continuare a far conoscere e testimoniare che il perdono è possibile e vive in fatti e persone concrete. Perciò è fondamentale la presenza dei cristiani in Terra Santa, perché mantengono viva la speranza della possibilità del perdono, presupposto fondamentale di qualsiasi pace vera.

Costruire “pezzi” di pace

Quello che tutti possiamo fare è costruire “pezzi” di pace, cioè appunto di verità e perdono, accompagnati dalla mitezza, non da soli ma insieme ad altri con cui poter condividere questa aspirazione; come ha detto il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, «la pace nasce da un’esperienza che ho fatto e che diventa contagiosa» e anche se tutti gli sforzi che possiamo fare non cambiassero le sorti delle guerre «io non voglio permettere al corso degli eventi di cambiare me. Voglio restare la persona che ha incontrato Cristo, e che vuole continuare a testimoniare la pace e la vuole costruire là dove si trova [..], senza permettere che il linguaggio della guerra e della violenza diventi l’unico linguaggio».

Senza questa ipotesi di verità e di perdono, presa sul serio e sperimentata, non solo non sarà possibile la pace in Medioriente, ma non sarà nemmeno possibile la pace qui in Europa e nella nostra vita di tutti i giorni.

Marco C. Giorgio
Presidente del Centro Culturale Pier Giorgio Frassati

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