Sono anni che l’Isis persegue l’obiettivo di far sparire i cristiani dall’Iraq

Monsignor Najim, procuratore della Chiesa caldea presso la Santa Sede: «Da anni che l’Iraq è stretto nella morsa del terrorismo: sono state bruciate chiese e sono stati uccisi in vari attentati molteplici cristiani»

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Articolo tratto da Zenit.org – Rimbalza sui giornali di tutto il mondo la crudele esperienza di persecuzione che stanno subendo decine di migliaia di cristiani iracheni (ma anche di yazidi, un’altra minoranza del Paese), costretti a fuggire dalle proprie città assediate da fondamentalisti che, sotto la sigla di Stato islamico dell’Iraq e del Levante, intendono fondare un Califfato su rigide e brutali interpretazioni religiose. Già molte persone sono state uccise, tante altre ferite o, asserragliate sul Monte Sinjar senza acqua né cibo, avvertono vicina la minaccia della morte. Si susseguono gli appelli alla pace del Papa e della Chiesa, nonché gli inviti alla preghiera e l’impegno in azioni concrete d’aiuto. Un incontro di preghiera ecumenico è previsto lunedì prossimo, 18 agosto, in Egitto. Vi parteciperà anche mons. Philip Najim, procuratore della Chiesa caldea presso la Santa Sede e visitatore apostolico per l’Europa, che in questo periodo è stato incaricato di amministrare la diocesi dedicata ai caldei in Egitto.

Eccellenza, in questi giorni si trova in Egitto. Può parlarci dell’iniziativa a cui parteciperà?
Si tratta di una risposta all’appello del Santo Padre di pregare per la pace. Ad essa aderiscono tutti i capi cristiani delle Chiese presenti in Egitto, così da far assumere all’assemblea un forte valore ecumenico. Pregheremo per tutti i cristiani perseguitati in Medio Oriente, specialmente per quelli dell’Iraq.

A proposito di Iraq, già nel 2009 Lei ebbe modo di affermare, commentando l’escalation di attentati, che fosse in atto un progetto per cacciare i cristiani dal Paese. È stato, ahinoi, profetico…
Ciò che sta accadendo oggi non stupisce. È già da anni che l’Iraq è stretto nella morsa del terrorismo: sono state bruciate un numero notevole di Chiese, e sono stati uccisi in vari attentati molteplici cristiani. Ricordo che nel 2008 è stato ucciso mons. Faraj Rahho, vescovo di Mosul, oltre al suo segretario, a diversi diaconi e ad altri sacerdoti caldei. Non dimentichiamo, inoltre, la tragedia della chiesa siro-cattolica di Saydat-al-Najat, dove un gruppo di terroristi appartenenti proprio all’Isis ha massacrato a sangue freddo 37 fedeli riuniti in preghiera. Questi episodi sono la dimostrazione che la situazione odierna risponde a un programma studiato negli anni per svuotare l’Iraq dalla presenza dei cristiani. Ci tengo anche a fare una considerazione…

Prego.
Questi terroristi interpretano la nostra fede pacifica di cristiani come un segno di debolezza. Ma sbagliano, perché essa è la testimonianza del fatto che crediamo che l’unica arma per costruire una società basata sul bene sia la preghiera e non la violenza.

Come è stato possibile che un gruppo come l’Isis, che in Occidente fino a pochi mesi fa quasi non conosceva nessuno, sia riuscito ad assumere questa forza?
In passato si parlava dell’Isis come di uno dei tanti gruppuscoli fondamentalisti presenti in Medio Oriente, composti da non molti militanti. Oggi si dice che ne facciano parte circa 20mila uomini. Questa crescita testimonia che vi è stata una strategia precisa, agevolata dal fatto che l’esercito iracheno è scappato da Mosul lasciando i magazzini pieni di armi. Un bottino di cui l’Isis si è subito appropriato accrescendo la sua potenzialità bellica.

Oltre al consistente approvvigionamento bellico, sembra però che l’Isis riesca a contare anche su un diffuso consenso popolare. Anche Lei ha la stessa impressione?
Certamente. L’Isis ha una notevole capacità di far presa sui giovani, specialmente sui più disperati, ossia coloro che hanno bisogno di soldi o coloro che sono minacciati di essere uccisi se non aderiscono all’organizzazione. Utilizzano poi la componente religiosa, convincendo i nuovi adepti che le loro azioni avvengono in nome dell’Islam. È un messaggio sbagliato, perché i veri credenti musulmani sanno che Dio ha dato la vita all’uomo ed essa non può toglierla un altro uomo. In questi giorni, qui in Egitto, mi sono incontrato con il Gran Imam dell’Università di Al-Azhar, al quale ho detto espressamente: “Eccellenza, se l’Isis non è Islam, se al-Qaeda non è Islam, se i Fratelli Musulmani non è Islam, il mondo vuole vedere i capi dell’Islam non solo condannare, ma proibire l’adesione a questi gruppi”. In questo senso, è stata molto importante la dichiarazione del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso secondo cui non si può utilizzare la religione per giustificare il terrorismo.

Crede che l’intervento statunitense riuscirà a frenare l’avanzata dell’Isis? Il Patriarca caldeo Louis Raphael I Sako ha detto che è un obbligo di Usa, Ue e Lega Araba “ripulire la piana di Ninive dagli islamisti”…
In passato gli Stati Uniti sono venuti in Iraq soltanto per proteggere i propri interessi, non per aiutare la popolazione. In nome delle democrazia sono intervenuti nel Paese, nel 2003, per liberarlo da una dittatura, ma così l’hanno cacciato in mano ai terroristi. Per questo condivido l’appello del nostro Patriarca e ritengo che gli americani abbiano oggi la responsabilità di intervenire per risolvere questa situazione.

Quanto è importante la creazione di un’unità politica a Baghdad? Confida nel nuovo primo ministro Al-Abadi?
È dovere di un politico difendere la dignità, l’unità e la vita del popolo. Quando si è incapaci di perseguire questo obiettivo, bisogna abbandonare il ruolo affidato. Spero che l’Iraq possa riacquisire un’unità politica degna di rappresentare tutto il popolo.

Come valuta la scelta del Papa di inviare il card. Filoni in Iraq?
La presenza del card. Filoni è molto importante. Credo che il Papa abbia scelto l’uomo giusto come suo Inviato personale, poiché nel periodo dell’invasione americana del Paese lui, come nunzio apostolico, ha sofferto insieme alla popolazione. È dunque una persona conosciuta e apprezzata, capace di dialogare sia con i politici sia con i capi religiosi delle varie confessioni. La scelta del Papa è dunque saggia, si tratta di un modo autentico per dimostrare vicinanza ai cristiani iracheni.

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