Iraq. Sotloff dopo Foley, ma Obama non sa che fare. Vaticano: comunità internazionale ha la «responsabilità della protezione»

Due diverse fazioni si contrastano nell’amministrazione Obama. Continua la persecuzione anticiristiana. Monsignor Tomasi: i responsabili «di questi crimini contro l’umanità devono essere puniti con determinazione»

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Dopo James Foley, i jihadisti dello Stato islamico (Is) hanno decapitato anche Steven Sotloff, giornalista americano, rapito l’anno scorso in Siria. Nel secondo “Messaggio all’America”, il boia (che pare essere lo stesso del precedente video), minaccia ancora il presidente Barack Obama, gli intima di ritirarsi dall’Iraq, minaccia di uccidere un altro ostaggio: il britannico Cawthorne Haines.

OBAMA TENTENNA. La Casa Bianca è oggettivamente in difficoltà. Di qualche giorno fa è la gaffe del presidente che si è lasciato sfuggire di «non avere una strategia» in Iraq. Oggi sul Corriere della Sera Guido Olimpio spiega bene il dilemma dell’amministrazione Usa. Da un lato, si teme che un intervento armato importante sia esattamente quel che voglia Abu Bakr al Baghdadi, il leader dell’Is. Dall’altro, una posizione attendista e tentennante rischia di lasciare campo libero ai jihadisti fino alle più imprevedibili e tragiche conseguenze. D’altronde, nota Olimpio, i bombardamenti usa nella zona di Mosul hanno funzionato, «perché non ampliarli?».
Attorno a Obama vi sono due opposte fazioni: da un lato il Dipartimento di Stato, parte dell’intelligence e del Pentagono che hanno «chiesto di intensificare le operazioni aeree dall’Iraq alla Siria accrescendo anche i legami con gli insorti siriani “buoni”». Dall’altro, «i consiglieri della Sicurezza nazionale, qualche generale e una “fazione” di 007. Questo partito è contrario a impelagarsi in altro conflitto, è convinto che la sola risposta militare sia controproducente e non si fida dei ribelli siriani. Scetticismo appaiato ai dubbi, espressi anche da Obama, sugli alleati regionali. Molti sono bugiardi, ambigui, con una doppia agenda che spesso finisce per fare il gioco del nemico».
Un problema non indifferente, scrive il Corriere, è che le informazioni in possesso dell’amministrazione sono precarie e contraddittorie. «In questa guerra i nemici sono lì, si mostrano in video, postano foto su Internet, ma quando vogliono diventano fantasmi».

LA CHIESA: PUNIRE I RESPONSABILI. Ieri è giunta notizia anche di un’altra uccisione da parte dei terroristi islamisti. Si tratta del cristiano Salem Matti Kourki, torturato fino alla morte perché ha rifiutato di abiurare (qui la sua storia). Sulla terribile situazione dei cristiani, ieri, monsignor Silvano Maria Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra, ha ribadito a Radio Vaticana che «si è conclusa qui a Ginevra la sessione speciale del Consiglio dei diritti umani sull’Iraq, per consenso è stata approvata una risoluzione che chiede che sia inviata una missione di investigazione in Iraq per documentare le violenze fatte, in modo da poter portare in tribunale i colpevoli e non accettare l’impunità che potrebbe poi favorire altri gruppi a commettere le stesse atrocità».
Il Foglio racconta che lunedì lo stesso Tomasi ha illustrato in otto punti la linea del Vaticano davanti al Consiglio dei diritti umani. Il diplomatico della Santa Sede ha ricordato che in Iraq «le persone vengono decapitate a causa della loro fede, le donne sono violentate senza pietà e vendute come schiave al mercato, i bambini sono costretti a combattere, i prigionieri massacrati in barba a ogni legge». Tutto ciò chiama la comunità internazionale alla «responsabilità della protezione» «nell’ambito del diritto internazionale e del diritto umanitario». I responsabili «di questi crimini contro l’umanità devono essere puniti con determinazione. Non deve essere loro concesso di agire impunemente, con il rischio che le atrocità commesse dal cosiddetto Stato islamico possano ripetersi».

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