Iraq, Sako agli ortodossi: «Isis ci minaccia. Se non vogliamo sparire, torniamo uniti»

Il patriarca dei cattolici caldei propone un «nuovo cammino verso l’unità» alle Chiese assira e antica d’Oriente, che non riconoscono il Papa. «È necessario fare qualcosa per fermare la gravissima emorragia di fedeli dalla nostra terra»

«In Iraq la nostra presenza come cristiani è minacciata e nessuno sa quando e se l’Isis scomparirà dal nostro territorio e come la situazione evolverà». È a partire da questa considerazione che ieri il patriarca della Chiesa cattolica caldea, Mar Louis Raphael I Sako, ha lanciato sul sito del patriarcato una proposta coraggiosa: «Un sinodo congiunto tra la Chiesa cattolica caldea, la Chiesa assira d’Oriente e la Chiesa antica d’Oriente per iniziare il nuovo cammino verso l’unità».

UN SOLO PATRIARCA. Il progetto di riunire chiese cattoliche e ortodosse, su cui anche papa Francesco insiste moltissimo, è ambizioso ma non è semplice. Prima di tutto, spiega la sua proposta Sako al sito Baghdadhope, «io dovrei dimettermi dalla mia carica» e così dovrebbe fare anche Mar Addai II, attuale patriarca della Chiesa antica d’Oriente, mentre questo posto nella Chiesa assira d’Oriente è per il momento vacante. Per Sako, si tratta di «unificare queste tre chiese, che a livello di fede sono già unite, sotto l’autorità di un nuovo patriarca che possa meglio difendere gli interessi delle nostre, o meglio dire, della nostra comunità».

«IL PAPA RIMANE A CAPO». I problemi non mancano e anche il patriarca ricorda che «la mia è una proposta da studiare insieme». Un ostacolo è il ruolo del Papa: la Chiesa caldea riconosce la sua autorità, le altre due no. Come sciogliere questo nodo? «Deve essere chiaro che si tratterebbe di una Chiesa cattolica di cui il Pontefice romano rimarrebbe a capo. Uniti, però, potremmo far valere di più anche il peso delle nostre tradizioni, liturgie e usi». Una Chiesa «legata a Roma», insomma, «ma più libera di gestire i propri affari interni». Anche perché «la comunicazione con Roma a volte è lunga e difficile. La rispettiamo, ma le urgenze delle chiese “a rischio” sono diverse da quelle in paesi dove la loro esistenza non è minacciata».

POSSIBILI CONSEGUENZE. Se si «mira all’unità che molti fedeli chiedono, si potrà realizzare» anche «il riconoscimento dell’autorità del Papa». Negli anni passati, continua il patriarca, «troppe spinte nazionalistiche ci hanno divisi». Ora però bisogna metterle da parte, perché «ben altri sono i problemi. Ad un esame obiettivo della situazione è innegabile che l’unione delle diverse comunità possa anche portare ad un maggior peso politico qui in patria. Dirò di più, una tale unione potrebbe spingere altre chiese minoritarie in Medio Oriente ad unirsi per contare di più. Chi dice che non potrebbe essere la spinta perché, ad esempio, la Chiesa Sira possa unirsi a quella Maronita?».

CHIESA D’ORIENTE. E quale dovrebbe essere il nome di questa nuova Chiesa? «Il nome proposto è quello della chiesa di origine di tutti noi, Chiesa d’Oriente, una chiesa cattolica nei fatti che però avrà una sua identità locale. D’altra parte non si dice Chiesa maronita Cattolica, ma solo chiesa Maronita, perché non Chiesa d’Oriente? In questo modo potremo testimoniare la nostra fede ed il nostro amore. Uniti e non divisi».

«UNITÀ NELLA DIVERSITÀ». Sempre tenendo fermo un punto: «Con l’aiuto di Dio ogni problema può essere superato se alla base di tutto c’è la fede in Lui. Certo, tutto dovrà essere discusso con Roma. Il processo, se avviato, non sarà breve e forse non indolore». Ma è arrivato il momento per affrontare questo problema perché «alla luce della continua e gravissima emorragia di fedeli dalla nostra terra è necessario fare qualcosa se non vogliamo che le nostre piccole chiese spariscano. Lo scopo ultimo è quello di mantenere l’unità nel rispetto delle diversità».

Foto Ansa