«In Iraq tanti cristiani stanno recuperando la speranza. Case, scuole e lavoro danno dignità»

Padre Halemba, appena tornato da Erbil, racconta come la speranza stia riaffiorando tra i circa 120 mila cristiani spogliati di tutto dall’Isis. «Hanno bisogno di non essere dimenticati»

erbil-halemba-cristiani-acs«La gente non si sente più come se fosse sul punto di affogare. Ora hanno un salvagente, per così dire». Padre Andrzej Halemba (nella foto di Acs), che guida la sezione mediorientale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, è appena rientrato da Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, dove a giugno si sono rifugiati più di 120 mila cristiani cacciati dalle loro case dall’Isis.

«RITORNA LA SPERANZA». Per la prima volta, padre Halemba ha avuto l’impressione che le cose stiano migliorando: «Molta gente sta recuperando la speranza. Anche se la riva è ancora lontana, almeno per ora sanno di essere al sicuro. Le misure che siamo riusciti a prendere sul posto, insieme alla chiesa locale, hanno stabilizzato la situazione».

RESTARE, NON ANDARSENE. Padre Halemba spiega che fino a pochi mesi fa, i sentimenti di rabbia e disperazione prevalevano su tutto: «La gente pensava solamente ad ottenere un visto, a fare soldi in fretta e a trovare un modo per andarsene dall’Iraq il più velocemente possibile. Ora le cose si sono un po’ sistemate, molta gente è riuscita a fare i conti con questa situazione e vuole restare nel paese».

CASE, LAVORO, SCUOLA. Ad aiutare i cristiani rifugiati e spogliati di tutto a recuperare un po’ di speranza, ci hanno pensato aiuti materiali e simbolici. Innanzitutto, molti sfollati non vivono più in tende o container, come nei primi mesi dopo la tragedia, ma hanno ottenuto vere e proprie case. «Questo ha dato a tante persone un rinnovato senso di dignità e sicurezza», racconta padre Halemba. «Ha anche risvegliato in molti un senso di iniziativa, un tempo perduto». Grazie ad esso, molti cristiani hanno trovato un lavoro e, per quanto «siano spesso sfruttati dai loro principali, almeno i padri possono tornare a contribuire al sostentamento delle loro famiglie». Anche la costruzione di scuole, alcune edificate da Acs, ha aiutato molto le famiglie di cristiani perché «per i genitori è di decisiva importanza sapere che i loro figli possono continuare a istruirsi. Questo contribuisce a dare alle famiglie una sensazione di normalità».

REGALI DI NATALE. Ad alleviare un dolore che non può essere cancellato, quello di essere stati sradicati dalle proprie case e città, ha contribuito anche un gesto simbolico, come i 1.500 regali di Natale arrivati ai bambini rifugiati nel dicembre scorso. Queste azioni della Chiesa sono state importanti «perché i cristiani hanno bisogno di percepire di non essere stati dimenticati».