Natale a Erbil, dove si passa attraverso il metal detector per andare a Messa. «Io e la famiglia siamo nel cuore di Dio»
DAL NOSTRO INVIATO A ERBIL (IRAQ). «Talal, l’anno prossimo il Natale vogliamo farlo a Mosul, a casa nostra!». Talal abbassa occhi e baffi verso terra. La sua voce squillante si spegne: «A Mosul o in America, o ancora in questa baracca a Erbil, sarà quel che Dio vorrà. Io e la famiglia siamo nel cuore di Dio». Logica conclusione di un pranzo di Natale condiviso in dieci persone, compreso l’inviato di Tempi, in uno scatolone di alluminio 6 metri per 3 allo Sport Center di Ankawa, moderna struttura polisportiva trasformata in un campo per profughi cristiani della Piana di Ninive dalla metà dell’agosto, e in un villaggio di prefabbricati stile container da poco più di un mese. Duecento scatoloni per duecento famiglie, 1.200 persone circa.
Logica conclusione, dicevamo, perché Talal e parenti hanno trascorso metà del tempo del pranzo a ricordare le buone cose della vita interrotta quattro-cinque mesi fa, e l’altra metà attaccati ai telefonini a parlare coi parenti in California, in Libano e in Turchia. Il cognato ha addirittura un i-phone con skype, e vede sul piccolo schermo i parenti rifugiati ad Ankara con cui parla. Sono lì come richiedenti asilo in attesa di un visto come profughi per gli Usa. Lui ci dice che a metà dell’anno prossimo si trasferisce a Beirut, dove lo aspetta già la moglie, e poi si vedrà. Talal vorrebbe dire qualcosa, ma non può smettere di giocare con quella birba di Milad, il più piccolo della nidiata di quattro figli, due maschi e due femmine. Una cascata di ricci biondi e selvaggi che se la ride della calvizie del papà. E di quella del giornalista ospite.

Ma è un fatto che la gente è stanca, stanchissima.Inumidita, troppo inumidita oggi tanto quanto era soffocata dalla calura in agosto. Allo Sport Center ci sono un alberello e un presepe dentro la palestra che è stata trasformata in chiesa. Nessun altro simbolo natalizio: né luminarie, né festoni, né palloncini stesi fra i prefabbricati, né scritte o disegni come invece si vedono all’Ankawa Mall. Solo alcuni hanno appeso al soffitto di casa palloncini colorati, e qualcuno ha vestito il suo bambino sotto i due anni da babbo natale. Il giorno della vigilia qui la Messa è stata celebrata alle 16 e valeva come quella di mezzanotte. In tanti posti hanno fatto così: siriaci e caldei hanno celebrato in tutto una ventina di Messe in orario pomeridiano per ragioni logistiche e di sicurezza. Il pomeriggio del 24 dicembre ha visto Ankawa riempirsi di posti di blocco; auto sono state fermate e perquisite o controllate col rilevatore di esplosivi, la strada che passa davanti alla cattedrale di san Giuseppe chiusa al traffico. La Messa con Sako e col premier Barzani, che è cominciata alle 21, prevedeva una perquisizione fisica prima dell’ingresso e quella al metal detector delle borse. A quell’ora allo Sport Center la gente era già rintanata in casa o ciondolava di fronte all’edificio principale del complesso. Poi verso mezzanotte si è sentito cantare sguaiatamente: erano i giovani, tornati ubriachi dalla città o ubriacatisi sul posto con cognac e whisky dozzinale comprato in centro. «Chi vive in Iraq perde tutta la sua dignità, la sua morale, la sua religione. Questo paese prima ti porta via quello che hai fuori, poi quello che hai dentro», dice Sabieh, insegnante di inglese. Un modo enfatico per far capire che anche lui vuole partire.

Regali di Natale qua non se ne sono visti. Solo un po’ di banconote che i bambini portano da una casetta all’altra incrociandosi come regali degli zii ai nipoti. Si vive di aiuti, più le entrate dei lavori saltuari come manovali, camerieri, commessi di negozio che gli sfollati riescono a praticare. Il governo centrale ha versato 1 milione di dinari (870 dollari) a famiglia una tantum, poi più niente. Cibo confezionato, riso e pane arrivano spesso gratis. Ma la carne, le uova e le verdure fresche bisogna comprarsele. Eppure la colazione nella solita stanzetta è maestosa: quattro tipi di formaggio, marmellata deliziosa, frittata e uova al tegamino. E il pranzo non lascerà a desiderare: carne, riso, uova, verze, verdure e fagioli stufati. «Questa casa è casa tua, questo letto dove hai dormito è il tuo letto, e Milad ti ama». «Anch’io vi amo tutti».
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3 commenti
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A rodolfo Casadei
Buon Natale a Rodolfo Casadei e a tutti quelli che sono con te a Erbil.
il Natale di questi Cristiani perseguitati immagino che avrà un valore preziosissimo. Qui da noi da almeno un paio di mesi da quando i media hanno cominciato le luminarie dei festeggiamenti, si evita persino di pronunciare il nome del festeggiato, Gesù, a al suo posto hanno sostituito e imposto a tutti la figura antitetica per definizione, Babbo Natale, che è una figura di un vecchio, ovvero di una persona al tramonto della vita, mentre Gesù è la figura della vita che inizia e che porta dunque la speranza, ed è questa che non si vuole nel mondo ateo, ed è per questo che da questo mondo ateo si è attuata la barbarie dell’aborto