Iraq. A un giorno dal voto, i terroristi islamici sono alle porte di Baghdad e i cristiani avvertono: «Stiamo per sparire»

Domani 20 milioni di iracheni andranno alle urne per rinnovare il Parlamento mentre lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante da Fallujah marcia sulla capitale

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Domani gli iracheni saranno chiamati a rinnovare il Parlamento con un voto che tutti vedono come un vero e proprio referendum sul premier sciita Nouri Al Maliki. La sua coalizione, lo Stato di diritto, sfiderà le formazioni sunnite in tutte le città a maggioranza sciita del paese e il nodo cruciale sarà ancora una volta quello della sicurezza.

ALLARME AL QAEDA. Quest’anno però non c’è solo l’ondata di attentati che da anni sconvolge l’Iraq a tenere banco ma soprattutto l’invasione dei terroristi dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), che da gennaio 2013 si sono insediati nella provincia di Anbar, preso Fallujah e dichiarata un emirato islamico e ora si avvicinano pericolosamente alla capitale Baghdad.

PIANURE ALLUVIONATE. Dopo aver fatto la sua comparsa in Siria nella guerra contro Assad, l’Isil ha esteso le sue operazioni all’Iraq, aiutato da milizie sunnite in rotta con il governo sciita di Al Maliki. Per impedire al governo di riprendersi la provincia di Anbar, a marzo gli islamisti hanno chiuso le bocche di una diga sul fiume Eufrate, a sud di Fallujah, allagando così le aree circostanti ed impedendo all’esercito regolare di avanzare.
La mossa ha causato carenza di acqua in tutto il sud del paese, blackout continui e soprattutto lo sfollamento di migliaia di persone che hanno perso tutto: campi coltivabili e case.

A UN PASSO DALLA CAPITALE. Nonostante Al Maliki assicuri che la situazione sia «sotto controllo», pochi giorni fa l’Isil ha sfilato con 100 veicoli armati a pochi chilometri da Baghdad e dalla Zona verde, il centro del governo iracheno, l’unico luogo sicuro in tutto il paese. I portavoce dei terroristi affermano che il gruppo si sta preparando alla “battaglia di Baghdad”, mentre le città già sotto il loro controllo «da oggi saranno governate solo dalla legge di Allah e non ci sarà più posto per i secolaristi».

CRISTIANI DECIMATI. Le rinnovate tensioni causate dai jihadisti non fanno che danneggiare la parte più vulnerabile della popolazione, cioè la comunità cristiana. Come dichiarato dal patriarca caldeo Mar Louis Raphael Sako I, «se non si farà qualcosa tra dieci anni non saranno rimasti in Iraq che poche migliaia di cristiani».
Per il patriarca, «la situazione della Chiesa è terrificante e disastrosa. I cristiani sono quelli che soffrono di più l’aumento delle violenze perché non appartengono a nessuna tribù, al contrario degli arabi musulmani, e così possono solo rifarsi al sistema legale iracheno, che è spesso criticato per la sua corruzione ed è soggetto a manipolazione politica». Nel 2003 in Iraq c’erano almeno 1,5 milioni di cristiani, 600 mila solo a Baghdad. Oggi non sono più di 400 mila.