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Io, cyborg

maggio 1, 2017 Riccardo Paradisi

I dipendenti di un’azienda si fanno impiantare sottopelle un microchip multifunzione e nessuno batte ciglio. Ci siamo già abituati al transumano che sarà? Rispondono i filosofi Severino, Possenti e Allegra

cyborg

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) –  Sono già 150 i dipendenti dell’azienda svedese Epicenter che hanno impiantato sottopelle il microchip Rfid e sono un’altra decina, per ora, i decisi a fare domanda per averlo incorporato. Chi è già dotato del dispositivo assicura che l’intervento è indolore: il chip è grande quanto un chicco di riso e una volta iniettato con una siringa a microago tra il pollice e l’indice ti scordi di averlo. A chi lo possiede dà il potere di muovere certe funzioni della realtà senza azione fisica: i dipendenti dotati del chip sono in grado di timbrare il cartellino, lavorare a distanza con le macchine dell’azienda, fare acquisti imponendo una mano. «Il maggiore beneficio offerto dal chip è convenienza e praticità – dice serafico Patrick Mesterton, cofondatore e amministratore delegato di Epicenter – perché ti offre funzioni multiple senza ricorrere a carte di credito, documenti d’identità o chiavi».

Certo, dove sei, cosa fai, cosa acquisti e a che ora del giorno non è più solo affare tuo; ci sarebbe almeno la questione della privacy a gettare dunque un cono d’ombra sulla rivoluzione del microchip. E tuttavia i dipendenti di Epicenter – polo di aziende di information technology e startup – non sembrano preoccuparsene troppo: si fidano del sistema di tutele legali svedesi che in materia è severo. Sono anzi entusiasti: per chi entra nel circolo degli iniettati si fanno addirittura dei party; avere il microchip dà status o almeno ti fa sentir parte d’una avanguardia. Resta da determinare di quale avanguardia si tratti: la pattuglia svedese dell’Epicenter, con la rottura della barriera cutanea per l’innesto tecnologico, potrebbe costituire la testa di un corpo che sta entrando nella dimensione trasformativa della forma umana da parte della tecnica. La rivoluzione dei cyborg è già cominciata?

Ray Kurzweil direttore ingegneristico di Google e pioniere delle tecnologie del riconoscimento ottico dei caratteri, ha previsto che entro il 2040 – una manciata d’anni, non un secolo – l’intelligenza artificiale supererà quella umana e s’aprirà una partita tra uomini e cyborg. Considerando che Blade Runner era ambientato nella Los Angeles del 2019, se ne deduce che ancora una volta aveva ragione il vecchio Borges: la realtà appartiene al genere fantastico. Si dimenticava: nel 2016 il Darpa, l’agenzia di ricerche avanzate della difesa americana, ha presentato ufficialmente un programma chiamato Neural Engineering System Design, Nesd, che mira a sviluppare un’interfaccia neurale impiantabile su soldati scelti per missioni particolari. Ricerche ancora sperimentali che indicano tuttavia una linea vettoriale chiara e che conferiscono all’immagine di Kurzweil, “la partita tra uomini e cyborg”, un alone meno sportivo e più inquietante.

Noi siamo il nostro esperimento
Il filosofo Emanuele Severino non è affatto stupito dell’aggregarsi di questi segnali: l’ideologia sottesa alle società avanzate mira ad accrescere la potenza dei propri strumenti riducendo a strumento anche l’umano. Semplicemente questo fenomeno poggia sull’idea espressa con sintesi efficace già sedici anni fa da Marc Jongen, sul settimanale Die Zeit, secondo la quale «l’uomo è in definitiva il suo proprio esperimento». L’umano per come lo abbiamo conosciuto insomma, anche nella versione dell’homo faber, diventa un’idea datata, un prodotto storico di fatto già superato dalle biotecnologie. È così che la difesa dell’idea di un soggetto personale irriducibile a ogni forma di decostruzione o artificio viene registrata tra i sussulti terminali del vecchio umanesimo.

L’estensione del dominio della tecnica, l’avvento dell’antropotecnica – il “parco umano” concepito come supporto entro cui possono essere iscritte informazioni e apportate modifiche ed estensioni funzionali – viene ormai percepito come una fatalità necessaria non più solo da avanguardie intellettuali ma dal corrente senso comune. Necessità rispetto alla quale opporre una resistenza in nome dello specifico umano oltre che inutile risulta essere illogico. Senonché ora la partita comincia a segnare la qualità del vivere quotidiano, a impegnare scelte, posizioni etiche, a determinare condizioni di vita: la tecnica ha cominciato a modificare il corpo, la genetica, le funzioni umane, la politica, il conflitto umano.

Tuttavia l’avvento del microchip sottocutaneo – di fatto una segnatura profonda della persona da parte d’un potere esterno capace di agire sui soggetti a lui legati anche a distanza – è stata accolta con una certa generale indifferenza con buona pace rispetto agli allarmi lanciati da mezzo secolo di letteratura distopica. Il caso svedese non ha suscitato nessun particolare allarme, nessuna significativa riflessione. «È proprio questa anestesia morale il nostro problema» secondo Vittorio Possenti, ordinario di Filosofia politica all’università di Venezia. «Se la situazione sta evolvendo a una condizione generale che comporta una riduzione sempre più drastica dei rapporti umani diretti, all’interazione sempre più passiva con i mezzi dell’apparato tecnico, è perché si è dimenticata la differenza tra l’agire propriamente tecnico e l’agire umano».

Possenti, che ha i suoi riferimenti nel discorso aristotelico e tomistico, riconosce a Severino la cogenza dell’analisi sulla pervasività della tecnica, ma rispetto al filosofo bresciano diverge sulla riduzione parallela dell’agire tecnico e di quello umano al movente della volontà di potenza. «Non ogni azione umana deve essere considerata secondo il principio di efficacia, questo è l’agire propriamente tecnico, non propriamente umano. Non ogni agire umano infatti può essere ridotto alla ricerca dei mezzi per raggiungere uno scopo, si deve distinguere la razionalità strumentale dalla razionalità rispetto al valore. Ci sono princìpi che non possono essere calpestati. La tecnica è una forza senza etica, già Aristotele diceva che la tecnica è aperta anche sui contrari», ricorda Possenti.

Abolirsi per superarsi
La questione dunque deve essere spostata nella sfera della morale dove entrano in campo variabili quali la cupidigia di guadagno o di potere ma anche l’etica. Entro questa sfera, secondo Possenti, una resistenza e una rivolta umanistica sono ancora possibili. «La storia è piena di esempi di scienziati che hanno resistito e si sono arrestati di fronte a scelte che mettevano in campo la coscienza». Anche se la coscienza individuale da sola non basta: «Solo delle autorità politiche a livello coordinato potrebbero vincolare a un comportamento diretto a frenare gli appetiti dei titani della tecnica e dell’economia. Così come quelli della scienza, la cui frontiera estrema e più pericolosa oggi è la manipolazione dell’embrione».

Visioni transumane. Tecnica, salvezza, ideologia (Orthotes edizioni) di Antonio Allegra, docente di Storia della filosofia all’Università per stranieri di Perugia, è un saggio appena uscito sui temi di cui stiamo discorrendo. «La nostra epoca – dice a Tempi Allegra – è quella di un’ulteriorità davvero effettuale rispetto all’uomo. Intendiamoci, esiste una tradizione culturale di superamento dell’umano: in fondo l’asceta mirava proprio a conseguire stati ulteriori di coscienza e di visione rispetto a quelli comuni. Ma l’epoca attuale e la filosofia transumanista che la informa mirano a una svolta, a una transizione collettiva dell’umanità come tale».

Il postumano, o il transumano che dir si voglia, viene così a configurarsi, nel discorso di Allegra, nella versione desacralizzata e democratizzata dell’asceta. Ne costituisce, se si vuole, la parodia. «La tecnica diventa un’escatologia, un’ideologia potente di tipo salvifico che sostituisce sia l’antica religione sia le religioni politiche del Novecento. Da questo punto di vista la tecnica e le sue promesse incanalano le speranze fondamentali dell’umano: la salvezza, l’immortalità, la liberazione, rimuovendo tuttavia il limite dell’umano a cominciare dal suo tratto specifico: il pensiero della morte e l’angoscia rispetto al senso del proprio essere nel mondo». Le condizioni che Heidegger poneva per una vita autentica.

Una nuova religione
L’ideologia transumanista fornisce così una soluzione ingenua e perciò potentissima all’aspirazione di liberazione coltivata dall’umano: la sua sofferenza, dettata dal limite, dovrebbe essere superata abolendo di fatto l’uomo. «Siamo di fronte a una nuova mitologia di redenzione priva di una prospettiva trascendentale – ragiona ancora Allegra – una mitologia tutta proiettata sul piano orizzontale e immanente dove la vita ha come scopo il potenziamento indefinito di se stessa». Una nuova religione. E in effetti la cerimonia iniziatica di accoglimento che gli iniettati di microchip svedesi riservano ai nuovi venuti rimanda alle forme di una cerimonia battesimale.

Resta da capire chi siano questi nuovi nati e in quali forme e quantità si moltiplicheranno nel prossimo futuro, cosa implicherà il loro avvento. Di fronte a questo scenario in via d’incarnazione, l’archetipo umano dispone ancora tra gli uomini di questo tempo di un pensare capace di difenderne le prerogative? Capace di una risposta alla rivoluzione dei cyborg già in corso? Ripetere a queste temperature, con Gustav Mahler, che «la tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri» non è più sufficiente. Bisognerà essere quel fuoco per non essere spazzati via come cenere. 

Foto Ansa

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