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Gloria nell’alto di Facebook

marzo 27, 2017 Mattia Ferraresi

Non solo una «infrastruttura» per «costruire una comunità globale». A plasmare i progetti di Zuckerberg & co. è una precisa idea di umanità. O meglio, di transumanità

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Ray Kurzweil è l’uomo più potente di cui non avete mai sentito parlare. Capo degli ingegneri di Google, Kurzweil è inventore, futurologo e profeta transumanista che ingurgita 150 pillole al giorno (e un bicchiere di vino rosso) per allungarsi la vita e ha conservato un campione del Dna del padre morto, nella convinzione che un giorno la scienza potrà resuscitarlo scaricando il suo patrimonio genetico su un supporto non biologico. Potrà abbracciare un avatar paterno perfino migliore dell’originale. Secondo Kurzweil, tutto questo avverrà nel 2045, anno fatidico della singolarità tecnologica, unione fra l’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale che moltiplicherà di miliardi di volte il nostro potere creativo, cancellando il confine fra l’umano e il post umano. Sarà un indistinguibile continuum.

In che modo questo avverrà al momento non è chiaro, e non potrebbe essere altrimenti: le tecnologie specifiche che permetteranno il passaggio a una nuova età non sono ancora state messe a punto, e non si sa se la barriera sarà sfondata grazie alle nanotecnologie, alla scienza computazionale, al perfezionamento del cloud, con altri mezzi ancora inimmaginabili oppure con una combinazione di tecnologie già concepite ma ancora non sviluppate a sufficienza. Una delle ipotesi è che tutto il sapere di ogni tempo venga condensato in una nuvola informativa a cui gli individui potranno in qualche modo collegarsi, una specie di intelletto agente di Averroè aggiornato ai tempi della Silicon Valley. Ma anche questa non è che una fra le infinite ipotesi.

Questa specie di velo d’ignoranza che impedisce di vedere con chiarezza il domani è una delle caratteristiche essenziali della “legge dei ritorni accelerati” messa a punto da Kurzweil, la quale dice che l’evoluzione tecnologica procede in modo esponenziale. Difficile per le menti normali che procedono in modo aritmetico afferrare l’inimmaginabile. Tocca affidarsi a chi, come il superingegnere di Google, ha intuito le leggi della grande corsa tecnologica verso il post umano e fa previsioni su quel che sarà avvalendosi di elaborati esperimenti mentali.

Stravaganza o astuzia?
Nel libro How to Create a Mind, ad esempio, Kurzweil propone una descrizione del funzionamento del cervello umano attraverso una serie di ipotesi interpretative che non sono al momento verificabili per via sperimentale. Lui è certo che un giorno lo saranno, è soltanto questione di tempo. Al SXSW, il festival della tecnologia e delle arti di Austin, in Texas, dove succede molto di ciò che c’è da sapere sulle tendenze di domani, Kurzweil ha aggiornato una precedente profezia: le macchine passeranno il test di Turing, ovvero riusciranno a convincere gli uomini di non essere macchine, nel 2029, fra dodici anni, uno sviluppo che potrebbe avere l’effetto di accelerare ulteriormente l’approdo alla singolarità.

Alle volte il futuro galoppa anche più velocemente delle capacità predittive dell’istrionico Kurzweil, che si vanta di avere formulato dagli anni Novanta a oggi 147 profezie, con una percentuale di successo dell’86 per cento. Che il futurologo azzecchi o meno anche questa previsione non è così importante, se non per meri fini statistici. Quello che importa è che la mentalità di Kurzweil, la filosofia implicita che soggiace alla sua visione, è già il perno della logica della grande industria tecnologica che sta cambiando il nostro modo di conoscere, di vivere, di ragionare e di riflettere sull’esperienza stessa. Questa visione ha il suo fondamento nel transumanesimo, termine coniato alla fine degli anni Cinquanta dal biologo inglese Julian Huxley. A Mountain View, Cupertino, Menlo Park e nelle altre enclavi della Repubblica Digitale sparse per l’America e il mondo, il metodo di Kurzweil è abbracciato e praticato anche da chi declassa il contenuto specifico delle sue idee sul domani a insipido polpettone di stramberie tratte dai libri di Urania.

Si potrebbe addirittura pensare che le stravaganze kurzweiliane non siano altro che una hegeliana “astuzia della ragione” per inculcare sottopelle una certa mentalità mentre offrono esiti della medesima mentalità che appaiono esotici o addirittura folli, dunque difficili da accettare per un osservatore comune. L’inganno è che rigettare gli esiti – in questo caso le profezie sul destino post-umano e la singolarità – non implica automaticamente il rifiuto della visione del mondo che li produce. Lo aveva capito bene Francis Fukuyama quando, nei primi anni Zero, la rivista Foreign Policy ha domandato a lui e ad altri intellettuali quale fosse l’idea più pericolosa in circolazione nel nuovo millennio. Fukuyama ha risposto il transumanesimo, uno «strano movimento di liberazione» il cui tratto più insidioso era proprio la difficoltà di distinguere fra i risultati concreti e le implicazioni filosofiche e culturali che si annidavano nelle pieghe del discorso.

Schiavi felici di una felicità schiava
In altre parole, si può ragionare secondo un’ottica transumanista anche senza proclamarsi transumanisti, buttando con una risata Kurzweil e tutte le sue profezie nel cestino della fantascienza di serie B. Fukuyama notava ad esempio che «il transumanesimo di un qualche tipo è implicito nel metodo di ricerca della biomedicina contemporanea. Le nuove procedure e le tecnologie che emergono dai laboratori e dagli ospedali – che si tratti di farmaci che alterano l’umore, sostanze che sviluppano i muscoli o cancellano selettivamente la memoria, screening prenatali o terapie genetiche – possono essere facilmente usate per potenziare la specie o per curare una malattia». Ramez Naam, esperto di tecnologia e scrittore di fantascienza, sintetizza così l’essenza del credo transumanista: «La perdita della distinzione fra la cura e il potenziamento». L’uomo che vede il mondo attraverso la lente transumanista considera la propria condizione limitata alla stregua di una malattia da curare. Non c’è certo bisogno di ingurgitare pillole per alterare il proprio stato biochimico, di far criogenizzare il proprio corpo in un istituto dell’Arizona o di prevedere un’apocalittica unione fra l’uomo e la macchina nell’orizzonte del dominio biotecnologico per sottoscrivere questi precetti.

Per Fukuyama una componente fondamentale del pericolo transumanista è «l’apparente ragionevolezza del progetto, specialmente se si considera la visione incrementale». «È decisamente possibile – scriveva il politologo americano – che ci troviamo ad accettare le offerte tentatrici della biotecnologia senza renderci conto che comportano costi morali spaventosi». Commentando la perniciosa utopia che pervade Il mondo nuovo di Aldous Huxley, Leon Kass, che insieme a Fukuyama sedeva nella commissione sulla bioetica istituita da George W. Bush, notava: «Contrariamente agli uomini controllati con le malattie o la schiavitù, gli uomini deumanizzati di Il mondo nuovo non stanno male, non sanno di essere deumanizzati e, quel che è peggio, non se ne curerebbero se lo sapessero. Sono schiavi felici di una felicità schiava».

Il trucco supremo dell’ideologia transumanista è di non presentarsi come tale se non, al massimo, nei veri credenti come Kurzweil. Ma quali sono i princìpi del transumanesimo? Qual è l’idea che anima questa persuasione ad altissima capacità di influenza? Una sintesi si trova nei “princìpi dell’estropia” elaborati dal filosofo inglese Max More negli anni Ottanta. Estropia è un neologismo che indica l’opposto di entropia, e l’ideologo di questo movimento transumanista lo definisce «una cornice in evoluzione di valori e standard per migliorare continuamente la condizione umana». «I princìpi dell’estropia non specificano particolari convinzioni, tecnologie o politiche. I princìpi non pretendono di essere una completa filosofia di vita. Il mondo non ha bisogno di un altro dogma totalizzante. I princìpi dell’estropia consistono in una manciata di princìpi (o valori, prospettive) che codificano ideali proattivi che affermano e promuovono la vita», scrive More.

Una neutralità ingombrante
Alcuni di questi princìpi sono il «progresso perpetuo» (l’uomo progredisce sempre, occorre lavorare per «rimuovere ogni limite politico, culturale, biologico e psicologico»), l’«ottimismo pratico» («alimentare l’azione con aspettative positive»), la «tecnologia intelligente», la «società aperta» («estropia significa sostenere ordini sociali che promuovono libertà di comunicazione, di azione, di sperimentazione, di innovazione, di discussione e di apprendimento»), l’«autodirezione» (l’atteggiamento transumanista «valorizza il pensiero indipendente, la libertà individuale, la responsabilità personale, l’autodirezione, il rispetto di sé e degli altri») e il «pensiero razionale» («la ragione primeggia sulla fede cieca, la discussione sul dogma»).

More sottolinea fino allo sfinimento il carattere mobile, cangiante, fluido di quello che viene chiamato soltanto un “framework”, una cornice o struttura di pensiero, per sottolineare che non siamo di fronte a un contenuto, a una filosofia prescrittiva, ma soltanto a un insieme di regole di fondo che permettono all’individuo di essere davvero libero, ovvero padrone di sé. Chi aderisce alla visione del mondo transumanista si prepara già oggi a partorire ciò che verrà dopo l’uomo. A dispetto delle professioni di neutralità, questa visione sottende una certa idea dell’uomo, essere limitato ma perfettibile, eternamente in corsa verso il miglioramento di sé, un ottimista con una inesorabile fede nella ragione e nella comunicazione fra esseri razionali, e che dunque non può ammettere un ordine morale superiore a quello umano, una metafisica o un apparato religioso (può tollerare adesioni fideistiche, naturalmente, purché non diventino princìpi di azione). Il destino transumano ingombra l’orizzonte del suo pensiero.

Se tutte queste cose sembrano già viste e già sentite è perché sono il background non soltanto di Kurzweil e dei suoi alleati, che potrebbero apparire come membri di una setta di sciroccati hi-tech, ma anche di Mark Zuckerberg, di Sergey Brin, di Tim Cook e degli altri amministratori che dominano la Silicon Valley. Il manifesto del ceo di Facebook per «costruire una comunità globale» tocca tutti i punti programmatici dell’estropia, dal progresso perpetuo all’ottimismo pratico passando, naturalmente, per la devozione verso la società aperta. Da anni Facebook insiste nel definirsi una “infrastruttura”, parola chiave del social network che oltre a evocare un superamento della dialettica marxista fra struttura e sovrastruttura, sciorina lo stesso senso di neutralità che il termine “cornice” aveva per More: «In tempi come questi, la cosa più importante che possiamo fare qui a Facebook è sviluppare una infrastruttura sociale che dia alle persone il potere di costruire una comunità globale che funziona per tutti noi».

Quando ci saremo superati
Al centro dell’universo della Silicon Valley non c’è l’uomo come essere razionale, né l’homo oeconomicus, ma l’Uomo Connesso, essere anfibio, liquido che trae il suo potere dal collegamento con l’infrastruttura globale. Questo gli offre la possibilità di coltivare già oggi il superamento di se stesso, l’avvento di un transuomo post-biologico immortale e solitario che collegherà i device che ha al posto del cervello e del cuore alla nube del sapere perfetto e illimitato, a completa disposizione della società aperta.

Sembra tutto futurizzante e fantascientifico, e lo è se si considera il problema in termini strettamente tecnologici, ma filosoficamente è un ritorno alle origini della modernità. Il transumanesimo è il figlio legittimo dell’umanesimo, Kurzweil e Zuckerberg paiono esemplari di Pico della Mirandola con la fibra ottica. Nell’Oratio de hominis dignitate, l’umanista immaginava un dialogo fra Dio e il primo uomo sulla terra: «Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quei posti, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi: la natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai».

Foto Ansa

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