Intervista a Ettore Bernabei, un ragazzo del Novecento

La Rai, la giustizia, la Dc, la fede e i fenomeni destabilizzatori di ieri (Tangentopoli)
e di oggi (il dipietrismo). L’eminenza grigia della televisione italiana parla a tutto campo

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In occasione del novantesimo compleanno di Ettore Bernabei, ripubblichiamo un’intervista del 31 luglio 2008 realizzata dal direttore di Tempi Luigi Amicone.

È un ragazzo del Novecento, nato nel 1921. Ha vissuto l’intero arco della cosiddetta Prima Repubblica. La grande Dc, l’apogeo dei partiti. E ne va fiero. «Allora la politica era un confronto a viso aperto e, soprattutto, avveniva nelle sezioni, tra il popolo. Ora sono quasi tutti “cooptati”». Uno dei suoi pochi coscritti sopravvissuti a quell’epoca è il senatore Giulio Andreotti. «Abbiamo sempre saputo che la pensavamo in maniera diversa, però ci siamo sempre confrontati lealmente. Come Fanfani, io resto convinto che le situazioni e le persone si possono sempre migliorare. Andreotti su questo è più sfiduciato, più scettico, più guardingo». Ha conosciuto personalmente cinque Papi. Ricordi particolari? «Tanti. Soprattutto la filiale dimestichezza che ebbi con Giovanni XXIII… Paolo VI lo conobbi per la prima volta nel ’47, quando era ancora in segreteria di Stato come monsignor Montini… Con Giovanni Paolo II ho avuto un rapporto di devozione filtrato attraverso don Stanislao… Benedetto XVI lo ho conosciuto quando era al Sant’Uffizio… E poi ho sempre frequentato la segreteria di Stato. Dove vado tuttora».

Insomma, non immagineresti mai che l’Henry Kissinger della repubblica televisiva italiana non abiti ai Parioli o in una villa sull’Appia antica. E invece Ettore Bernabei, fiorentino di nascita e romano d’adozione, ci accoglie nel suo appartamento in via Flaminia, un palazzo di metà Novecento, tutto sommato popolare. Solo due premurose cameriere segnalano il rango del residente. Accomodarsi in salotto e attendere. Neppure un minuto e il numero uno della storia Rai-Radiotelevisione italiana (Bernabei ne è stato direttore generale, ininterrottamente, dal 1961 al 1974) si sistema sulla poltrona davanti a noi. E parte una conversazione così piacevole che passano due ore e nemmeno te ne accorgi. È dura condensare più di sessant’anni vissuti sulla cresta dell’onda. Da redattore della Nazione del Popolo, il primo quotidiano fiorentino nell’Italia liberata, a fondatore e presidente della Lux Vide, casa di produzione tv che macina successi in Italia e all’estero. Per Ettore Bernabei non esiste sequenza della vita da cristallizzare, rimpiangere o proiettare in “un domani migliore”.

Passato, presente e futuro sono una cosa sola, dove tutto si tiene nell’orizzonte della fede cristiana. Non c’è neanche da discutere a Chi appartenga l’ultima parola. Uomo sano di cuore e di mente, il prode Ettore non si sottrae a nessuna domanda. Siamo in un altro mondo rispetto a quello che lo vide protagonista da granitico democristiano, braccio destro di Fanfani, anima della Rai modernizzante, uomo di immenso potere pubblico. Adesso che la vita gli ha già dato tanto, ti aspetteresti di registrare qualche succoso aneddoto. O le memorie di un saggio all’ombra di un devoto Te Deum. E invece guizza nell’iride grigio-azzurra il lampo di un Dies Irae, il sorriso sornione che pregusta la fine di un’epoca.

Felice Casson, Libero Mancuso, Luciano Violante. Se li ricorda?
Bè, è difficile dimenticare una certa sinistra e certi corifei della magistratura politicizzata…

Adesso però anche “certi corifei” convengono sulla necessità di riformare una giustizia che processa le persone sui media e piega la norma costituzionale dall’obbligatorietà alla discrezionalità dell’azione penale.
Vede, succede questo. Le grandi manovre per destabilizzare l’Italia cominciano negli anni Settanta. Ma è solo agli inizi dei Novanta che l’obiettivo viene raggiunto.

Quello di far fuori la Dc?
No, quello di smontare il sistema economico e sociale dell’Italia. La Dc non c’era già più a quell’epoca…

Non c’era già più all’epoca di Tangentopoli?
Sì, sì, ma l’obiettivo primario non era l’involucro di un partito che aveva detenuto il potere. Tant’è che fecero in fretta a eliminare la Dc dalla scena politica. L’obiettivo era un modello di economia basato su un mix di aziende pubbliche che fornivano semilavorati, servizi ed energia a basso costo alle aziende private. Un sistema, competitivo in Europa e nel mondo che è stato completamente distrutto con le cosiddette privatizzazioni, di cui nessuna ha funzionato. Le privatizzazioni erano state avviate per mettere nelle mani di gestori privati grandi aziende produttrici di manufatti e servizi di proprietà dello Stato, per drenare denaro fresco che potesse entrare nelle casse dello Stato. E poi perché quelle aziende gestite da privati producessero nuova ricchezza, non solo nel loro settore tradizionale, ma anche in altri settori, reinvestendo i margini di utili. Il risultato è stato che le aziende pubbliche sono state tutte comprate col denaro delle banche. Ma i debiti restano tutti e ad oggi sembra che nessun privato sia in grado di ripianarli. Insomma, le cosiddette privatizzazioni non hanno prodotto ricchezza ulteriore, se non quella di cui si sono appropriati alcuni nuovi gestori.

La scorsa settimana il Parlamento ha varato il lodo Alfano, che prevede l’immunità per le più alte cariche dello Stato, e il pacchetto sicurezza, che contiene il discusso emendamento blocca-processi. Come giudica questi provvedimenti?
Non ne conosco i particolari, ma mi risulta che il Parlamento sia sovrano e che l’immunità parlamentare sia un principio espressamente previsto dalla nostra Costituzione. Tra l’altro mi sembra abbastanza logico che le prerogative del potere legislativo e quelle dell’esecutivo siano tutelate rispetto alle possibili invasioni di campo da parte del potere giudiziario. Come si fa a governare un paese se gli eletti dal popolo vengono messi in condizione di stare sotto la spada di Damocle di un qualsiasi magistrato?

Violante ha ammesso che andrebbe trovato un rimedio agli eccessi dei magistrati, ma che in buona sostanza non occorre alcuna riforma della giustizia. «La magistratura italiana è la più libera del mondo, ed è bene che sia così». È bene che sia così?
Direi di no. Purtroppo fummo noi democristiani a sbagliare molti anni fa. Ricordo una riunione dei vertici del partito nell’immediato Dopoguerra. Si discuteva sulle forme da dare alla neonata democrazia italiana e di che tipo di autonomia dovesse godere la magistratura. Alcuni sostennero che era prudente adottare il massimo sistema di autonomia, perché nella ipotesi che nelle elezioni politiche – quelle che poi si tennero nel 1948 – i comunisti avessero preso la maggioranza, ci sarebbe stato almeno un contrappeso al potere politico di un partito di cui la Dc non condivideva i presupposti ideologici e i metodi operativi. Ecco perché fu scelto questo sistema che nessun altro paese ha adottato. Noi non abbiamo l’elezione popolare dei giudici. Mentre abbiamo un organismo a sé stante, il Consiglio superiore della magistratura, che si autoregolamenta, si autodisciplina e si autocontrolla. L’esperimento non è stato positivo.

Nei primi anni Novanta i procuratori protagonisti delle inchieste sulla cosiddetta Tangentopoli paventarono una (a detta loro) inevitabile “supplenza” della magistratura nei confronti della politica. Quindici anni dopo, pare che la supplenza si sia estesa all’intera società. Pensi al caso Englaro…
È innegabile. Oggi la magistratura non solo è un organismo a sé stante. È anche un organismo che dimentica spesso la concezione di Montesquieu dei tre poteri autonomi che si bilanciano a vicenda. La magistratura talvolta diventa un superpotere che decide su tutto. E non mi parli del caso Englaro. È dai tempi di Ippocrate che i protocolli sono regolamentati in modo che il medico debba assicurare la vita nel modo migliore possibile alle persone che si rivolgono a lui. Mai e poi mai, a nessuno è venuto in mente che la medicina somministri la morte. L’eutanasia è una forma surrettizia di affermazione e imposizione al popolo dell’ateismo, cioè della negazione dell’esistenza di Dio, Signore della vita.

Tutta colpa della cosiddetta “spettacolarizzazione” dei casi di cronaca?
Proprio in questi giorni sui giornali c’è il resoconto del presidente dell’Authority per le Comunicazioni che fa una giustissima critica all’abuso che fanno i tg della cronaca nera e giudiziaria, stabilendo di fatto un altro foro giudiziario parallelo a quello della magistratura dove sta scritto: “La legge è uguale per tutti”. Nell’informazione giornalistica e soprattutto in quella televisiva la legge non è mai uguale per tutti, perché basta presentare colui che si ritiene innocente in maniera simpatica e gradevole, oppure in modo silenzioso ma repellente, colui che si ritiene colpevole, che già è stato espresso un giudizio non basato su prove, ma solo su impressioni. Veramente ha fatto bene il dottor Calabrò a richiamare i “comunicatori” dell’informazione, perché non è la tv il luogo dove si possono fare i processi in piazza. Un ex direttore di tg ha risposto: «Ma questo è quello che vuole la gente». No. Non è quello che vuole la gente. La gente subisce ciò che le viene propinato.

Immagino che lei preferisca programmi come Otto e mezzo.
È stata una interessante palestra televisiva dove si dicevano le cose come stanno, con uno scambio di vedute, di argomentazioni di riprove. Purtroppo non c’è più, speriamo che torni.

Pare che Giuliano Ferrara voglia starsene alla larga dalla tv almeno per un paio d’anni.
E sbaglia. Nessuna altra forma di comunicazione, di socializzazione, di informazione e di acculturamento è così quotidiana, prolungata ed efficace come quella televisiva. È inutile che si sbraccino questi che hanno investito in internet e che fanno sapere che ora la gente andrà tutta in rete. Stupidaggini. Staremo davanti a uno schermo domestico ancora per molto tempo, perché la tv è il mezzo più comodo e di più facile accesso.

Il 97 per cento degli italiani vede mediamente tre ore di televisione al giorno. Dicono che gli ingredienti che tengono “agganciati” i telespettatori siano il sesso e la violenza. È davvero così?
Di fatto la tv è diventata una comunicazione pubblicitaria inframmezzata da intrattenimenti informativi e spettacolari. È come uno stadio dove si svolgono gare sportive e negli intervalli ci sono bande militari e sfilate di ragazze pon pon. L’intrattenimento e l’informazione televisivi sono come quelle bande e quelle ragazze lì, tra un tempo e un altro della partita. Sì, oggi i programmi hanno solo il compito di tenere agganciato lo spettatore in attesa dello spot. Devono mantenerlo incollato al televisore senza far funzionare il cervello, agganciandolo dalla cintola in giù.

Faccio l’avvocato del diavolo: è sicuro che non sia il pubblico a volere questo tipo di tv?
Non è affatto vero che la gente vuole violenza e pornografia. Quando Benigni nel 2007 fece il suo show in Rai Uno, fino alle dieci e venti fece le sue battute, poi cominciò a leggere il trentatreesimo canto del Paradiso facendolo seguire da una spiegazione molto divulgativa, comprensibile, popolare: lo rimasero a sentire fino alle undici e venti ben 12 milioni e mezzo di persone! Ecco come tutto è distorto, insufflato dai grandi determinatori della comunicazione tv, che sono gli stessi della finanziarizzazione speculativa dell’economia globalizzata. Sono i grandi misteriosi guru che hanno sbagliato tutto con la finanza speculativa che ha prodotto solo ricchezza virtuale e truffaldina, che hanno continuato a sbagliare la comunicazione televisiva.

E allora, visto che non sono dei buoni samaritani, perché non cambiano registro?
Il mercato sta cambiando. Prenda ad esempio il recente festival della fiction, dove sono state presentate le nuove serie internazionali. C’è una serie americana che, invece di raccontare i trecento diversi tipi di adulterio di Beautiful, racconta, attraverso l’attività di alcuni agenti della Cia, le vicende della vita internazionale degli ultimi quarant’anni. Oppure la nuova serie inglese dei Tudor, che, invece di dare a intendere che Enrico VIII era un nuovo Virgilio, un benefattore dell’umanità, fa vedere che era uno squilibrato e che Tommaso Moro era una onesta persona. Addirittura. Insomma, sembrerebbe che qualcuno cominci ad accorgersi che hanno sbagliato con la tv “deficiente”, come ebbe a definirla la signora Ciampi. Ora si presenta il nuovo problema di trovare il personale capace di fare questa tv. Nella nuova serie dei Tudor  gli attori sono quasi tutti giovani sconosciuti, bravi interpreti, non ci sono le grandi star della vecchia tv. Comunque sia, sono convinto che, paradossalmente, la crisi finanziaria porterà buone nuove, almeno per quanto riguarda l’offerta televisiva.

In effetti c’è almeno una riprova di quanto sta dicendo: al tempo del referendum sull’embrione non c’era rete tv che non fosse schierata per l’abrogazione della legge 40. Il risultato sembrava scontato. E invece il popolo andò da tutt’altra parte.
È così. Da tempo il popolo è da tutt’altra parte. Ora qualche guru della finanza si deve essere accorto che questa tv che si pensava fosse narcotizzante, stupefacente e che affievolisse le capacità mentali e le capacità critiche e quindi assopisse, invece lascia insoddisfatti e pertanto inquieti. La vecchia Dc aveva tanti difetti, però aveva l’accortezza di essere tollerante, garantiva le stesse libertà personali e di gruppo ai suoi elettori, e quelli comunisti e quelli fascisti; mandava la sera a dormire la gente alle dieci e mezzo, soddisfatta. Comunque almeno tranquilla. Questa tv manda a letto la gente inquieta e incazzata. E così la gente vota contro il governo.

Questa non l’ho capita. La gente vota contro il governo a causa di una cattiva tv?
Nel 1992 Tangentopoli era cominciata appena da due mesi e aveva colpito solo quel “mariuolo” di Mario Chiesa: l’elettorato tolse sei punti alla Dc imputandole la tv negativa che da sette-otto anni imperversava anche in Rai (la quale per sopravvivere faceva le stesse cose di Mediaset). Poi la Dc fu spazzata via dai giudici e venne il nuovo, la cosiddetta Seconda Repubblica. E la gente stette a guardare. Vennero alla Rai i professori della sinistra. Diedero a intendere che la Rai non era in grado di pagare la tredicesima mensilità. Almeno mille dei milleduecento licenziati in Rai dal presidente Claudio Demattè per “ridurre le spese” erano professionisti che non avevano difetti. Tranne quello di essere cattolici. Una vera e propria pulizia etnica; per la quale nessuno protestò. Nemmeno il mondo cattolico, che si lasciò epurare. Eppure era stato fatto solo per motivi di contrapposizione ideologica. Tra i licenziati c’erano Gian Paolo Cresci, Giovanni Salvi, Emanuele Milano. Anche per questo le sinistre persero il potere nel 2001, quando arrivò il centrodestra. Berlusconi nel 2006 perse la leadership per la medesima ragione. La gente ragiona così: chi sta al governo controlla la televisione. Ma se la televisione non è tollerante e non manda la gente a dormire serena, quando poi va alle urne la gente penalizza sempre chi sta al potere.

Invece lei, pur essendo cattolico, ha oltrepassato il Muro di Berlino e quindici anni di bagarre giudiziaria stando sempre sulla cresta dell’onda. Come si fa a rimanere sul mercato del medium televisivo, che non un teologo qualsiasi ma il grande teorico della comunicazione Marshall McLuhan ha definito «il miglior strumento dell’Anticristo»?
Ho avuto la grazia di avere dei buoni maestri. Sono stato cresimato dal vescovo di Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa, un uomo di Dio. Fu colui che quando arrivarono a Firenze Mussolini e Hitler non concesse che sulle pareti del palazzo vescovile fossero messi stendardi fascisti e nazisti. Fu l’unico palazzo spoglio durante la loro marcia in città con le persiane e il portone chiusi. Questo per dire che uomo era. E non è questione di politica. Ho avuto per parroco Raffaele Benzi, che ha convertito dall’ebraismo al cattolicesimo Lorenzo Milani e poi lo ha preparato al sacerdozio, dopo avergli negato per un anno e mezzo il battesimo, perché voleva vedere se il giovane neofita fosse convinto davvero. Per non parlare di Giorgio La Pira, con il quale ho avuto un rapporto quotidiano per anni. Finché ero a Firenze. Quando venni a lavorare a Roma La Pira mi mandava la copia di tutte le lettere che scriveva ai capi di Stato o ai papi. Queste (Bernabei recupera una borsa zeppa di missive, ndr) sono le lettere a Paolo VI, questa è del 25/9/65 sul discorso di Kennedy per il disarmo. Fanfani era segretario della Dc quando fui chiamato a dirigere Il Popolo. Ogni giorno, prima di rientrare a casa, io passavo da lui e facevamo una chiacchierata in cui ci scambiavamo i pareri su ciò che avevamo visto e sentito. Con lui avevo un rapporto privilegiato. Però ho avuto anche la fortuna di stare vicino a De Gasperi e a Moro. Ho lavorato al fianco di grandi giornalisti. Pensi che ho cominciato a fare il praticante nel 1945. Stavo in un quotidiano che si chiamava La Nazione del Popolo ed era edito dai cinque partiti del Comitato di Liberazione Nazionale: comunista, socialista, democristiano, liberale e Partito d’Azione. Aveva cinque direttori, e la redazione politica e di cronaca era divisa in cinque spicchi. Io, naturalmente, ero in quota Dc. Mi sono dovuto misurare con le diversità culturali, perché il mio caporedattore era il comunista scrittore Romano Bilenchi, i miei colleghi erano gli azionisti Carlo Cassola, il socialista Pieraccini, il liberale Sergio Lepri. Poi sono andato in Rai e ho trovato che i comunisti e i socialisti nell’informazione erano esiliati da Roma. Divenne la Rai di Bernabei, ma anche la loro. Bisogna essere rispettosi e avvalersi delle intelligenze altrui, anche quando sono superiori alla tua. Perciò io non ho avuto solo la grazia di avere grandi maestri. Ho avuto la fortuna di avere collaboratori più bravi di me.

La Rai è la madre di tutte le lottizzazioni. Cosa pensa delle raccomandazioni a Saccà piuttosto che dell’indignazione di Cappon?
Ai miei tempi ricevevo 18 mila raccomandazioni l’anno, si immagini lei.

Non l’hanno mai intercettata?
Penso di sì, ma con sistemi più rudimentali di quelli attuali. Oggi pochi ricordano che tutte le conversazioni telefoniche in ogni parte del mondo sono ascoltate e registrate dal sistema Echelon. Negli anni Sessanta alla Rai avevo istituito un ufficio con sei persone che rispondeva a ogni raccomandazione. Delle 18 mila annuali me ne segnalavano 700-800, valutando che fossero degne di attenzione sia per il raccomandante sia per il raccomandato. Tra questi un 30/40 per cento finiva a lavorare in Rai, ed era tutta gente che poi è stata sulla scena dando grandi apporti. Niente nomi. Dico solo che anche la raccomandazione è un metodo come un altro per selezionare il personale.

Per la Lux Vide lei si è dedicato alla programmazione di grandi sceneggiati, anche per i mercati internazionali: è questo il futuro della tv di prima serata?
Per lo meno me lo auguro. Sì, penso a una tv che affronti i grandi temi della vita senza presunzione e senza volere mescolare periodi e grandezze diversi. La tv può fare quello che ha fatto il teatro tragico greco, quello che hanno fatto Shakespeare e il teatro spagnolo di Calderón de la Barca e di Lope de Vega. Affrontare, anche attraverso l’intrattenimento e la sceneggiatura, i temi della vita di tutti gli uomini di tutti i tempi. Cosa che non possono certo fare i reality show. I quali per altro nulla hanno a che vedere con la realtà: sono solo una mediocre finzione scritta da piccoli sceneggiatori e recitata da modestissimi filodrammatici

A proposito di grande teatro: Berlusconi.
Avrà visto che in questi anni non ho mai fatto dichiarazioni di politica pura. Berlusconi interpreta le stesse aspirazioni popolari che interpretava nella seconda metà del secolo ventesimo la Dc. C’è in lui una concezione mediana (che non vuol dire “moderata” centrista, senza estremismi).

E di personaggi come Di Pietro che pensa?
In Italia da qualche tempo ci sono anche politiche di destabilizzazione. Perseguirono politiche destabilizzanti eterodiretti la contestazione, il terrorismo, la grande mafia. E non mi faccia dire altro.

Lei non è un economista, ma ha un’esperienza del mercato che non è certo di seconda mano. Si è fatto un’idea della presente crisi economica internazionale?
Fenomeni come quello di Nicolas Sarkozy non si inventano di punto in bianco. Sarkozy nel dicembre dell’anno scorso è venuto a Roma a prendere l’investitura di canonico in San Giovanni in Laterano. Investitura che spetta di diritto a tutti i capi di Stato francesi dai tempi di Carlo Magno. Ma non so se, oltre a Sarkozy, in milleduecento anni sono venuti a Roma a ricevere quell’investitura altri nove leader transalpini…

Scusi, che c’entra Sarkozy?
Le pare normale che il leader della Francia laicista rilasci interviste all’Osservatore Romano in cui dice che il laicismo ha sbagliato tutto nella sua polemica antireligiosa e che è venuto il momento che cambi atteggiamento nei confronti delle religioni e delle chiese? È normale che i grandi della finanza e della comunicazione permettano a Bush ciò che non ha potuto nemmeno Roosevelt, cioè coprire il deficit delle banche con i soldi dello Stato? Anche in Italia Giulio Tremonti, gran liberista, ha scritto un libro di keynesismo puro. L’avrebbe potuto scrivere La Pira. Questo cosa significa, secondo lei?

Non so, forse che siamo alla frutta?
No, che siamo alla fine di un’epoca. La grande destabilizzazione è cominciata nel 1968. Volevano mettere in difficoltà la Chiesa. Adesso, dopo quarant’anni, capiscono che hanno sbagliato. E ricorrono alla Chiesa per salvare il salvabile.

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