Inimitabile Biffi, contestatore di mode, difensore dell’attualità di Cristo
Pubblichiamo di seguito l’intervento pronunciato da monsignor Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla, giovedì 25 settembre a Bologna in occasione del convegno “Biffi e Bologna. Il sapore dei tortellini, la sfida attuale della vita eterna”, promosso per il decimo anniversario della scomparsa del cardinale Giacomo Biffi (11 luglio 2015) dalla diocesi locale con il Centro culturale Manfredini, la Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna, il ministero dell’Istruzione.
* * *
Saluto e ringrazio coloro che hanno voluto organizzare questa doverosa giornata di studio dedicata alla poliedrica figura del cardinale Giacomo Biffi a dieci anni dalla sua scomparsa.
La lettera agli Ebrei ci ammonisce:
«Ricordatevi di coloro che vi hanno guidato e vi hanno insegnato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede» (Ebrei 13,7).
Il fatto di essere qui non è certo dovuto a particolari mie conoscenze teologiche o pastorali, ma, penso, alla mia frequentazione del cardinale che ho avuto modo di incontrare durante le diverse stagioni della sua vita.
La vocazione da catechista
Il mio primo ricordo di Giacomo Biffi non è legato alla sua persona, ma ai suoi scritti; certamente avevo sentito parlare di lui, in particolare da don Giussani, ma non l’avevo conosciuto personalmente.

Agli inizi degli anni Settanta, frequentando i corsi del dipartimento di Scienze religiose presso l’Università Cattolica di Milano, mi imbattei in alcuni suoi testi che mi interessarono profondamente. Erano articoli pubblicati parecchi anni prima, forse durante il tempo del suo insegnamento a Venegono, che si era concluso nel 1960. Uno dei due articoli era dedicato a un tema specifico e un po’ strano: si trattava di una considerazione della dimensione che i medioevali chiamavano aevum, cioè la condizione dell’uomo tra il tempo e l’eternità. L’altro affrontava il tema della «soddisfazione vicaria», espressione con cui alcuni teologi indicavano la natura della redenzione operata da Cristo. A tale espressione Biffi proponeva di sostituire quella di «espiazione solidale».
Mi ricordo che allora scrissi una lettera a don Giacomo in cui chiedevo delucidazioni sull’uno e l’altro tema ed ebbi una sua risposta, un lungo testo scritto a mano, che probabilmente è ancora sepolto nell’immenso numero di faldoni del mio archivio romano. Senza entrare nel merito di quelle notazioni teologiche, mi preme qui sottolinearne alcuni aspetti: Biffi non voleva ripercorrere le strade già segnate da altri, ma, per una esigenza che io ritengo catechetica, cercava risposte originali che potessero illuminare la ragione dell’uomo cristiano e confermarlo nella profonda ragionevolezza della fede.
Non mancavano già allora degli spunti delicatamente polemici. Nel caso della soddisfazione vicaria l’antagonista era addirittura sant’Anselmo d’Aosta e il suo rigorismo giuridico (lo stesso accadrà a Joseph Ratzinger con la sua critica radicale a sant’Anselmo che si trova in Introduzione al cristianesimo, salvo poi modificare l’asprezza delle osservazioni in opere successive).
Già da queste annotazioni si può trarre una indicazione generale che accompagnerà tutta la vasta produzione teologica del cardinale. Ritengo che egli sia stato soprattutto e innanzitutto un catechista. Rifletteva e scriveva avendo presente davanti a sé un popolo, la gente delle parrocchie di Legnano e Milano, il popolo lombardo degli anni drammatici in cui fu vicario episcopale, il popolo della sua amata Bologna con cui si coinvolse fino a sentirsi interamente bolognese, segno di un amore profondo per la Chiesa e di una immedesimazione con la storia e il genius loci di una città, cosa che non è assolutamente frequente per un vescovo.
Il nostro primo incontro e il “quinto vangelo”
Veniamo al primo incontro personale che ebbi con lui: dopo gli anni di Legnano era stato nominato parroco di Sant’Andrea, una della più prestigiose parrocchie di Milano in zona Porta Romana. Ricordo molto bene il suo sorriso, la giovialità e la capacità di mettere l’interlocutore a proprio agio. Appariva veramente come un pastore. Me lo sarei poi immaginato seduto davanti al fuoco con la pipa in bocca a parlare in modo umoristico e un po’ distaccato di persone e fatti ecclesiali. Non cedeva mai di fronte a ciò che riteneva verità. Nello stesso tempo non l’ho mai sentito parlare, negli anni successivi, in modo negativo di una persona. Riteneva, come racconta nella sua autobiografia, che
«c’è sempre anche un quid non preventivato che non sai nemmeno donde venga. Penso che venga dallo Spirito Santo che è anarchico e “spira dove vuole” (Gv 3,8)».
Piuttosto del contrapporsi preferiva suggerire il suo pensiero con una battuta spesso ironica.
Un esempio: quel giorno parlammo di un suo libro appena pubblicato, Il quinto evangelo, che aveva suscitato un certo scalpore in diocesi (allora Biffi non era conosciuto fuori dalla diocesi di Milano). Immaginava il ritrovamento di frammenti di un vangelo sconosciuto, che giustificavano le stranezze e le sperimentazioni di un post Concilio appena cominciato. Anche se altre opere ben più importanti seguiranno nella sua produzione teologica saggistica, quel testo rivelava già una caratteristica fondamentale del pensiero dell’autore: la verità del cristianesimo non è opera di conservazione né consiste in forme da custodire, in parole ammuffite, in riti o formule, ma non può essere barattata con delle novità stravaganti perché essa coincide con la stessa persona di Cristo, sempre attuale anche se visto da alcuni come un maestro orami superato. Chi ha seguito la produzione teologica di Biffi sa che egli aveva spesso il vezzo di definirsi autore di una teologia inattuale, volendo suggerire, in questo modo ironico, la strana attualità di Cristo, contestatore delle mode e dei tempi, anche delle mode teologiche.
“Defensor civitatis” con il cardinal Colombo
Dopo le due fortunate esperienze di parroco Biffi fu chiamato dal cardinal Giovanni Colombo a essere suo vicario episcopale. Lo nominò vicario per la cultura. Penso si trattasse di un escamotage per averlo accanto a sé come coadiutore per la redazione del nuovo messale ambrosiano, per l’edizione dell’opera omnia di sant’Ambrogio e per la scrittura dei discorsi alla città che costituiscono uno dei capitoli più importanti dell’episcopato di Giovanni Colombo.
L’incarico di vicario per la cultura, dal 1974 al 1984, concretamente significava creare punti di riferimento per i centri culturali diocesani. Ma, come ho detto, non fu questo il suo compito principale. Rivelatrici sono le parole di Giovanni Colombo al momento della nomina, più volte ricordate da Biffi. Esse risuonano più o meno così: «Dissi insistentemente, anche per ragioni di pigrizia, che non volevo quella nomina. Per appoggiare la mia renitenza aggiunsi: non so nemmeno cos’è la cultura. Al che Colombo mi rispose: non preoccuparti, non lo sanno neanche gli altri».
L’umorismo accomunava dunque l’arcivescovo e il suo vicario. Per Colombo si trattava di un disincanto di fronte alla vita che gli veniva forse dalle sue frequentazioni letterarie e da una coscienza di sovranità esistenziale in ragione dell’altissimo compito a cui era stato chiamato. Per Biffi invece l’ironia era una strada per indagare le pieghe della realtà, per avvicinare le persone alla verità, per includere il maggior numero possibile di uomini nella battaglia dell’umanesimo cristiano.
Cristocentrismo e amore per la Chiesa
Erano gli anni del terrorismo, delle Brigate rosse, gli anni in cui Giovanni Colombo fu defensor civitatis e Giacomo Biffi con lui.
I temi trattati nei discorsi alla città rappresentavano un aggiornamento della dottrina sociale della Chiesa ed erano incentrati sulla libertà come contributo fondamentale di sant’Ambrogio alla vita della Chiesa e della società. Gli scritti di Biffi cominciano a essere rilevanti proprio in questi anni e diventeranno più fitti nel periodo bolognese, approfittando anche della memoria dei lunghi anni di insegnamento e delle sue lezioni di quel tempo.
Due mi sembrano essere i fuochi attorno a cui si è addensata la sua produzione e di cui abbiamo sovente parlato nei nostri incontri. Innanzitutto il cristocentrismo. Era questo un portato della cosiddetta scuola di Venegono, rappresentato soprattutto da Carlo Figini e dal suo più importante allievo Carlo Colombo. Si voleva togliere l’insegnamento teologico dalle secche della seconda Scolastica ancorandolo al dato biblico e alla riflessione patristica, anche attraverso una rilettura originale di san Tommaso. Il cristocentrismo apriva una visione cosmologica della teologia in cui non erano assenti gli influssi di Teilhard de Chardin e una sapienza patristica riportata in luce da Jean Daniélou, Henri de Lubac, Hugo Rahner. Considerando Cristo come il primogenito di ogni creatura e capo del corpo che è la Chiesa, Biffi rivelava una finalità intrinseca a tutto l’ordine creato senza sottrarre la salvezza all’ordine della grazia.
Il cardinale Biffi è stato un grande cantore della Chiesa: ha amato la Chiesa ambrosiana celebrando nei suoi scritti l’originalità spirituale e storica della sua diocesi. Allo stesso modo amò la Chiesa di Bologna immedesimandosi con la sua storia e le figure più importanti della sua vicenda recente: da Lercaro a Dossetti, da Poma a Manfredini. Per tutte queste ragioni ha cercato di descrivere, in una teologia sponsale, la bellezza della Chiesa dandone l’interpretazione esatta della famosa espressione di sant’Ambrogio “casta meretrix”.
«Rahab nel tipo (ossia nel simbolo e nella profezia) era prostituta, ma nel mistero (in quello che significava) è la Chiesa, vergine immacolata, senza ruga, incontaminata nel pudore, amante pubblica, meretrice casta, vedova sterile, vergine feconda: meretrice casta, perché molti amanti la frequentano per l’attrattiva dell’affetto ma senza la sconcezza del peccato; vedova sterile, perché non è suo uso partorire quando il marito è assente; vergine feconda, perché ha partorito questa moltitudine, vendendo i frutti del suo amore e senza esperienza di libidine» (Expositio evangelii secundum Lucam, III, 23).
Quella di Biffi è una lettura dell’evento ecclesiale alla luce del capitolo quinto della Lettera di san Paolo agli Efesini che parla della Chiesa come di una sposa tutta bella per l’incontro con il suo sposo.
La teologia di Pinocchio e gli anni di Bologna
Giovanni Colombo aveva instillato nei suoi studenti un amore profondo per la parola e per la letteratura. Lo sappiamo dalle raccolte delle sue omelie e dalla testimonianza dei suoi scolari. Fece accostare poi tanti preti a opere letterarie di credenti e non credenti come strada privilegiata per la conoscenza di se stessi e degli uomini. Non stupisce perciò che Giacomo Biffi abbia dedicato a Pinocchio una attenzione particolare, decidendosi a scrivere un libro che forse rimane uno dei più conosciuti dell’arcivescovo di Bologna. Come ricorda egli stesso nella autobiografia, la pubblicazione suscitò polemiche infinite perché molti vedevano una usurpazione da parte di un prete di una vicenda che non poteva «incolonnare dietro i santi stendardi uno spirito libero e miscredente come il Collodi»; le critiche non tenevano conto di ciò che Biffi aveva scritto, cioè un commento teologico che mostrava nella narrazione di Collodi una concezione cristiana della vita. Non sta infatti ai critici letterari entrare nel campo della teologia.
Gli anni di Bologna furono i più fecondi dal punto di vista della produzione teologica. Evidentemente sollecitato dalle attese del popolo a cui aveva deciso di dedicare interamente le sue energie, percepì di essere come un fiume che stava arrivando al mare. Fuori di metafora, sentiva di avere dentro di sé quella sintesi che gli permetteva di collocare ogni verità del cristianesimo al suo giusto posto. La creazione dell’istituto Veritatis Splendor gli offriva la possibilità di parlare e di ascoltare, di esprimere in forme di giudizi teologici e culturali quella sapienza che era in lui ormai giunta a maturazione.
Trattengo la frequentazione che ho potuto avere con Giacomo Biffi come una delle esperienze più significative e arricchenti della mia vita. Molti grandi uomini possono essere paragonati l’uno all’altro. Giacomo Biffi ha avuto la caratteristica della inimitabilità.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!