«Giacomo Biffi incarnava la gioia e l’orgoglio dell’essere cristiano»
«Mangiare i tortellini con la prospettiva della vita eterna, rende migliori anche i tortellini, più che mangiarli con la prospettiva di finire nel nulla». Una delle frasi più celebri di Giacomo Biffi (1928-2015), di cui ricorre oggi il decennale dalla morte, fa capire subito la capacità dell’“italiano cardinale” di impastare la teologia con la quotidianità.
Dalla “parabola” di Pinocchio, che per il prelato ripercorreva le vicende di un moderno Figliol prodigo – e a cui ha dedicato anche un celebre libro –, alla “cristologia cosmica” che metteva al centro della Storia la figura del Figlio di Dio, dai dialoghi con le monache di clausura alle cariche prima rifiutate e poi accettate, compresa la guida della diocesi di Bologna (fu Giovanni Paolo II in persona a convincerlo con parole inequivocabili: «Te lo chiede il Papa»).
A Biffi interessava tutto dell’esistenza. E per questo non aveva paura di prendere posizione, anche controcorrente, senza timore di alzare un vespaio con le sue frasi nette e coraggiose, perché «l’unico che rimarrà sempre attuale è Cristo e la sua verità». Del resto non si stancava di ripetere che «i miti e le ideologie sono tutti al tramonto. Ma Cristo è vivo e il cristianesimo appare sempre più la sola alternativa all’assurdo».
Non faceva sconti a nessuno, leggere Lettere a una carmelitana scalza per credere. Il rapporto epistolare con Emanuela Ghini durò dal 1960 al 2013, crescendo anno dopo anno anche grazie alle incomprensioni e ai confronti apertissimi delle lettere del cardinale. Assiduo e attivo partecipante del Meeting di Rimini, Biffi era uno che «prima di tutto amava vivere». Lo conferma al nostro giornale monsignor Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla, che con il cardinale ha mantenuto un’amicizia decennale.
Meneghino di nascita, Biffi fu ordinato sacerdote nel 1950. Dopo alcuni anni di insegnamento e attività parrocchiale, nel 1974 fu chiamato dal cardinale di Milano Giovanni Colombo, già suo insegnante nel seminario di Venegono, a ricoprire il ruolo di vicario episcopale della cultura. Tentò di tirarsi indietro, per il timore di perdere il suo legame con il popolo, «non me la sento, sono pigro, non voglio compiti di curia e poi io non so neppure che cosa sia la cultura», disse al tempo a Colombo. Quello gli rispose: «Non preoccuparti, cos’è la cultura non lo sanno neanche gli altri». Biffi non poté che accettare l’incarico.
Nel 1984 improvvisamente viene chiamato a guidare la diocesi di Bologna. Il cuore del suo episcopato fu la fondazione dell’Istituto di cultura Veritatis Splendor, realtà che volle fortemente, resosi conto dell’estrema necessità di un laicato consapevole per aprire nuove strade di evangelizzazione. Il cardinale guidò la diocesi fino al 2004, partecipando l’anno successivo al Conclave che portò all’elezione di papa Benedetto XVI. E qualcuno sostiene che lo stesso Ratzinger avesse scelto tra i banchi della Cappella Sistina di votare proprio per Biffi. Dopo un lungo periodo di malattia il porporato morì nel 2015 in una clinica bolognese.
Monsignor Camisasca, qual è il suo ricordo personale del cardinal Giacomo Biffi?
Era un uomo che innanzitutto aveva incontrato Cristo e in Cristo aveva trovato la ragione e l’esperienza della sua vita. Per questo era amabile stare in sua compagnia, anche per la sua ironia intelligente, che gli permetteva di includere tutto ciò che sentiva lontano. Non per eliminare la differenza ma per aprire strade d’incontro. Aveva poi una capacità profonda di giudizio, data dalla sua sterminata cultura letteraria, poetica, musicale. Ma non sconfinava mai nell’esclusione di chi aveva un pensiero diverso dal suo.
Quando lo incontrò la prima volta?
All’inizio degli anni Settanta, quando da studente presso il Dipartimento di Scienze religiose mi imbattei in alcuni suoi scritti che mi impressionarono molto per la loro originalità e per la capacità di rendere comprensibili temi altrimenti lontanissimi. Proponeva una teologia catechetica, per il popolo: pur non sottraendosi alla profondità degli studi e alla ricercatezza degli autori, il suo unico scopo era illuminare la vita delle persone che lo leggevano. Il primo incontro di persona avvenne solo qualche anno più avanti.
In quale occasione?
Don Luigi Giussani, che aveva grandissima stima del cardinal Biffi, mi invitò a incontrarlo nel 1973 in occasione del convegno “Nelle università italiane per la liberazione”. Eravamo al Palalido di Milano e quello era il primo convegno pubblico organizzato da Comunione e Liberazione. Ricordo che parlammo di un suo libro di recente pubblicazione, Il quinto evangelo. Biffi immaginava che il ritrovamento di alcuni frammenti di un libro inedito del Nuovo Testamento giustificassero le stravaganze dottrinali del post-Concilio. Era naturalmente una modalità curiosa ed efficace per condannare quelle pratiche che non avevano niente a che vedere con le Sacre Scritture.
Il cardinale promosse la conoscenza di autori ed elementi culturali innovativi, “strumenti” di un’originale opera di evangelizzazione. Solo per citarne alcuni, amò profondamente gli scritti di Collodi, sant’Ambrogio, Dante, Guareschi, Chesterton, Tolkien e Solov’ëv.
A trasmettergli questa passione fu il cardinal Colombo in seminario, che del resto colpì al tempo lo stesso Giussani. L’insegnante era convinto che la letteratura permettesse di conoscere meglio l’uomo e di parlare al suo cuore. Si deve a Colombo anche la conoscenza di Claudel, in particolare dell’Annuncio a Maria, di Chesterton, Marshall, ma anche di Pirandello. Biffi nella sua vita non volle mai fare opera di critico letterario, ma piuttosto di teologo umanista, che sa inverare dentro il proprio circuito tutta quanta l’attesa e la speranza dell’uomo.
Qual era il rapporto del cardinale con don Giussani, definito nei suoi scritti «di certo un uomo di Dio», e più in generale con il movimento di Comunione e Liberazione?
Il cardinale mi raccontava che un giorno, nei pressi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, vide alcuni tazebao che riportavano dei giudizi sulla contestazione studentesca. Rimase molto colpito, in cuor suo gioì profondamente. «Finalmente i cattolici tornano a parlare, ad essere visibili, a interessarsi al presente, ma soprattutto ad esporsi senza paura». Il suo rapporto con il movimento affonda però nella stima nei confronti di Giussani. Seppure avessero cinque anni di differenza, si incrociarono nel seminario di Venegono. In quegli anni maturarono un interesse condiviso per l’Oriente, in particolare per la Russia, tanto da fondare un piccolo gruppo chiamato gli Scemi di Dio o i Folli di Dio, un termine dell’antica tradizione ortodossa che faceva sentire nello stesso tempo l’urgenza di una comunione di persone e di una visibilità nella testimonianza della fede.
«Mi auguro che persone di questa grandezza umana non manchino mai nella Chiesa di Dio», le parole che gli dedicò Joseph Ratzinger alla sua morte.
Giacomo Biffi incarnava la gioia dell’essere cristiano che lo accomunava a Benedetto XVI. Ma era anche espressione dell’orgoglio di appartenenza alla Chiesa di Giovanni Paolo II e interprete della passione per la comunicazione e del desiderio di essere sulle strade degli uomini, che è forse il portato più importante del pontificato di papa Francesco.
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Grazie Giuseppe, grazie Emanuele per averci ricordato oggi, nella ricorrenza, questo straordinario amico cardinale