In quale ripresa può sperare una società che non si sposa, non fa figli e appassisce sempre di più?

In Italia come in tutta Europa le famiglie sono ridotte al lumicino e i bambini sono ormai una quota marginale della popolazione. Credete che questo trend possa continuare impunemente? Caro Renzi, attento alla variabile demografica

europa-demografia-tempi-copertinaCaro Renzi, mi vien da dire al nostro nuovo, giovane e determinato presidente del Consiglio, manca la variabile demografica. Da tutti i punti e le considerazioni programmatiche che stanno al centro della sospirata azione di governo – niente da eccepire, per carità, solo da sperare che si traducano in azioni, in fatti – ogni valutazione della demografia dell’Italia è esclusa, e la cosa, se mi si permette un’obiezione, non è buona.

Va bene che le tendenze demografiche sono di lunga lena e difficili da contrastare perché, una volta innestate, possiedono una forza d’inerzia che le porta a scivolare per proprio conto per anni. E dunque si può pure pensare di lavarsene le mani. Ma il fatto è che rappresentano pur sempre lo scenario sul quale le vicende del nostro paese potranno, svolgendosi, risollevarsi dal punto in cui stanno o continuare a illanguidire nella crisi. E quello scenario non è precisamente neutrale. Alla lunga, al contrario, risulterà condizionante. I tempi della politica, è risaputo, non si curano troppo della notazione “alla lunga”, ma se lo scenario continua, spinto dalla sua inerzia, a intristire e appassire, come sta facendo, finirà per rivolgersi contro gli stessi tempi medio-brevi e i pur innovatori interventi della politica. Perché senza vitalità demografica anche i frutti di questi interventi non sono destinati a durare.

Lo scenario italiano presenta dunque questo rischio? Beh, i dati dicono esattamente questo, dicono che non si può continuare a far finta di niente. Ma vediamoli assieme, per rendercene conto.

Primo dato: continua il lungo tracollo dei matrimoni – segnatamente di quelli religiosi, in crisi nerissima – verso cifre di pratica inconsistenza. Siamo precipitati da tassi annui di otto matrimoni per 1.000 abitanti della metà degli anni Sessanta a quello attuale di 3,4; da oltre 400 mila matrimoni annui agli attuali poco più di 200 mila, oltretutto con una popolazione di 7 milioni di abitanti più di allora.

Secondo dato: l’età media delle donne al primo matrimonio (è la loro età che conta, in queste questioni, non quella degli uomini) è ormai di 31 anni, sette anni più alta di quella ch’era ancora a metà degli anni Settanta.

Terzo dato: continua da cinque anni consecutivi la contrazione del numero dei nati annui. Nel 2008 avevamo fatto segnare, con 569 mila nascite, una qualche ripresa rispetto al minimo storico di appena 509 mila nascite toccato in Italia nel 2002 (da annotare: sempre a metà degli anni Sessanta le nascite annue avevano superato il milione). Dopo di allora è stato un continuo ritorno all’indietro e nel 2013, anno del quale mancano ancora i dati definitivi, le nascite potrebbero scendere perfino al di sotto di quella cifra – e se pure non ci riusciranno certamente la sfioreranno.

Quarto dato: il tasso di fecondità, ovvero il numero medio di figli per donna nel corso della sua vita riproduttiva, superava i 2,5 figli ancora agli inizi degli anni Settanta, si era dimezzato vent’anni dopo, per registrare una leggera ripresa che l’aveva portato alcuni anni fa sopra 1,4. Oggi è tornato abbondantemente sotto quella peraltro striminzita soglia, mentre le donne con cittadinanza italiana non arrivano a 1,3 figli in media (vale la pena ricordare che, con un saldo migratorio in equilibrio, occorrerebbero 2,1 figli in media per donna per avere una popolazione numericamente stabile).

Quinto dato: il tasso di fecondità è sceso ai livelli minimi di sempre negli anni che vanno dai 18 ai 29 della donna, che sono proprio quelli delle maggiori potenzialità riproduttive – ma che non sono più gli anni in cui ci si sposa.

Sesto dato: secondo il bilancio demografico dell’ultimo anno con disponibilità dei dati (il 2012) la famiglia italiana è scesa a una dimensione media di 2,3 componenti. Negli anni Cinquanta aveva ancora un’ampiezza media di 4 componenti, e di poco inferiore negli anni Sessanta. Precipitata a 3 componenti in media nel corso degli anni Ottanta, continua a scendere oltre livelli che sembravano non raggiungibili, trattandosi di famiglia. Siamo dunque arrivati a un dimezzamento secco delle dimensioni della discendenza e altresì, se si tiene conto che l’universo delle famiglie è in certo qual senso obbligatoriamente formato da almeno due persone, degli stessi nuclei familiari.

Risultato di tutto questo. I bambini e i ragazzi di 0-14 anni rappresentano in Italia appena il 14 per cento della popolazione. Nell’Europa dei 15 rappresentano qualcosa più del 17 per cento. Detto in altre parole: per avere una proporzione di bambini e ragazzi uguale a quella dell’Europa occidentale, peraltro l’area del mondo a più bassa presenza d’infanzia e adolescenza, all’Italia mancano qualcosa come due milioni di abitanti di 0-14 anni. Sono 8,3 milioni, dovrebbero essere ben più di dieci. Altro risultato: abbiamo in Italia un indice di invecchiamento pari a 150 (centocinquanta anziani di 65 e più anni ogni 100 bambini e ragazzi di 0-14 anni), secondo di poco solo a quello tedesco e di 30 punti superiore alla media europea.

Risultato conclusivo: non sembrano esserci le condizioni per risalire la china. Intanto perché – e questo è un dato oggettivo dal quale non si può prescindere – in conseguenza della grave crisi delle nascite protrattasi per trent’anni, dalla metà degli anni Settanta ai primi anni Duemila, entreranno sulla scena riproduttiva sempre meno donne. Queste donne dovrebbero dunque avere, a maggior ragione, un tasso di fecondità decisamente più alto rispetto a quello di oggi. Cosa tutt’altro che facile visto che la tendenza è (a) a sposarsi sempre meno, (b) a età sempre più alte, (c) a fare sempre meno bambini, sposate o meno che si sia, tra la maggiore età e i trent’anni, ovvero proprio nella fascia d’età di maggiore fecondità.
A ciò si aggiunga che le donne non sono certo incoraggiate, e con esse i loro i partner maschi, a cambiare idee verso la famiglia e i figli da una crisi economico-sociale che perdura oltre ogni previsione e da politiche della famiglia che o non ci sono o, per quel che ci sono, vale a dire poco, non mostrano di mordere nella nostra realtà.

Prima il lavoro? Siamo sicuri?
Di fronte al quadro tratteggiato, dicevo, si può far finta di niente. In fondo c’è chi sta peggio di noi – per la verità la sola Germania. Ma se proprio la locomotiva d’Europa può consentirsi di consumarsi demograficamente, illanguidendosi nel nulla come una qualsiasi ammalata di tisi di fine Ottocento, non possiamo far lo stesso noi che stiamo piuttosto alla retroguardia che all’avanguardia del treno Europa? Logica vorrebbe, in verità, che proprio per stare dietro e non davanti ci mettessimo un po’ più d’impegno, anche su questi temi.

Pensiamo davvero che una società dove non ci si sposa e non si fanno figli non sia, anche sul piano dell’immediatezza della situazione economica, della crisi e delle sue prospettive, una società più debole e incerta, peggio attrezzata per venirne fuori? Rilanciare famiglia, matrimoni e figli è una via d’uscita, anche se sembra astrusa, anche se subito ci si dirà che senza soldi, lavoro e prospettive non c’è da sperare di avere niente di tutto ciò. Ragionamento che sembrerebbe non fare una grinza, non fosse che le cose sono un poco meno lineari di così.

A dimostrarlo non c’è soltanto la Germania, che pure è un esempio di quelli, come dire?, che tagliano la testa al toro. La Germania non è soltanto la prima della fila, in Europa. È anche attrezzata, eccome, nelle politiche per la famiglia. Ha una rete di servizi per l’infanzia, a cominciare dai nidi, che quasi non teme confronti. Ma ciò non impedisce alla sua popolazione di declinare.

C’è anche l’Emilia degli anni Ottanta, quella degli asili nido, del pieno impiego, del benessere, che mezzo mondo veniva a studiare per cogliere i segreti del welfare cooperativistico emiliano. Quell’Emilia fece segnare il record del mondo negativo della fecondità, che sprofondò a 0,9 figli per donna, stracciando tutti i luoghi comuni sul fatto che i figli non si fanno perché non ci sono servizi, lavoro, risorse per mantenerli. In Emilia c’erano tutte le condizioni per il boom di bambini e si verificò invece la peggiore depressione demografica, dalla quale si è in parte risollevata solo grazie all’immigrazione, che non a caso ha trovato qui più che altrove gli spazi fisici ed economici per insediarsi e prosperare.

È un problema di qualità
Pensare di curare l’economia per poi passare alla famiglia, per vedere di toglierla dalla sua depressione, è dunque un calcolo sbagliato. Le cose vanno di pari passo o non vanno affatto. In Finlandia, Svezia, Danimarca, tanto per citare paesi post-moderni, società assai secolarizzate ed economie con alto livello di crescita, si hanno tassi di nuzialità del 50 per cento e tassi di fecondità del 30 per cento più alti di quelli italiani. In questi paesi c’è molta più famiglia tradizionale di quanta non ce ne sia in Italia. È il paradosso italiano: il nostro è forse l’unico paese al mondo dove crescono le famiglie che non sono famiglie – quelle di una sola persona – e diminuiscono le vere famiglie formate dalle coppie più i figli, unite o meno in matrimonio che siano.

Né ci si deve illudere che questa delle famiglie, dei figli, non sia che una questione di demografia – e che dunque resti confinata in questa terra a un tempo astratta e lontana. Non c’è soltanto che se non si raddrizza a cominciare da oggi la baracca demografica, non ci sarà modo di farlo domani – e sarà declino certo e duraturo per l’Italia. C’è anche che quella demografica è una questione di qualità della società. Credere che una popolazione possa impunemente non sposarsi, non fare figli, avere quote di bambini e ragazzi nella popolazione talmente marginali da fare degli uni e degli altri a un tempo i più sorvegliati e dispotici tra i soggetti sociali, invecchiare senza limiti (e invecchia una popolazione dove si vive di più e si nasce di meno), fondarsi su famiglie di dimensioni ridotte al lumicino, atomi più che cellule della società, credere che una popolazione possa essere così e al tempo stesso dar luogo a una società coesa e solidale, ricca di relazioni, aperta agli altri e preparata al domani, e un po’ come credere che si possa continuare a fare la bella vita spacciando soldi falsi. Non può durare.

Ecco perché, caro Renzi, l’esclusione della demografia non è buona cosa. Dodici figli tra te e Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, sono una cifra, non c’è che dire, ma non nascondono una spinta alla famiglia che negli italiani, che pure le giurano amore eterno un giorno sì e l’altro pure, s’è letteralmente fermata venti e passa anni fa. E che se non riprende ci seppellisce tutti.

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