In Italia ci sono 180 comuni con i conti disastrati. Se fossero aziende private, 63 sarebbero già falliti

Devastante il quadro tracciato da Repubblica. Alessandria e Caserta, con debiti per 200 milioni e neanche 100 mila abitanti, sono costrette a tagli drastici. Roma è messa anche peggio, eppure ha “diritto” a un piano di rientro più soft

In Italia ci sono 180 comuni con i conti fuori controllo. Lo scrive oggi Federico Fubini in un inquietante articolo su Repubblica, dividendo gli enti in crisi in due categorie: quelli ufficialmente in dissesto e quelli in pre-dissesto. Lo scenario è devastante.

CASAL DI PRINCIPE. Quanto ai «comuni ufficialmente in dissesto», informa in giornalista, «nel 2009 erano due, l’anno dopo erano otto, a metà di quest’anno erano saliti a 63. Fra questi si contano casi di parziali, pilotati e concordati default verso i creditori per molte centinaia di milioni di euro». Un esempio è Casal di Principe, in provincia di Caserta, che ha 20 mila abitanti e «debiti per 16 milioni» che «costringono l’amministrazione a comportarsi come un’impresa in procedura fallimentare». Il sindaco infatti, dopo avero portato i bilanci al ministero dell’Interno «come si fa con i libri d’impresa in tribunale», si trova a dover «tagliare le spese all’osso, alzare le entrate e vendere i beni in fretta per liquidare i creditori a una frazione del valore teorico dei debiti».

TUTTO FERMO, NIENTE SOLDI. C’è però una differenza rispetto al destino delle aziende in crisi: «Un’impresa fallita – ricorda Fubini – di solito smette di esistere, mentre un Comune deve continuare a garantire la sicurezza nelle strade, il servizio idrico o gli aiuti alle famiglie in difficoltà». Risultato? «700 domande di assegni familiari restano in un cassetto perché in Comune non ci sono più assistenti sociali in grado di leggerle, e il sindaco non può assumerne altri. A oltre metà della popolazione non arriva l’acqua corrente e nessuna scuola ottiene il certificato di agibilità sanitaria, ma mancano i soldi e gli uomini per fare le bonifiche. (…) Nel frattempo, un commissario del ministero dell’Interno paga i creditori e aiuta a fare chiarezza in un bilancio in cui figuravano come poste all’attivo delle bollette dell’acqua neppure mai emesse».

ALESSANDRIA E CASERTA. Altro esempio è Alessandria, 93 mila abitanti e «debiti per 200 milioni di euro su un bilancio di 90», obbligata dalla Corte dei Conti a dichiarare il dissesto. Debiti per 200 milioni (più «un deficit annuale di altri 24») anche a Caserta, che di abitanti ne ha 77 mila. «Questi e altri Comuni come Terracina, Latina, Velletri e decine di altri – aggiunge Repubblica – stanno liquidando i fornitori con somme fra il 40% e il 60% di quanto scritto nelle fatture». Cosa che tra l’altro, stando non Non che fare default sui creditori degli enti locali sia sempre un’ingiustizia: i dati del Tesoro mostrano che le forniture di beni e servizi in molti casi si sono fatte a prezzi più che doppi rispetto alla norma.

LA FORTUNA DI ESSERE ROMA. Poi ci sono i circa 120 comuni in “pre-dissesto”. Per questi i piani di rientro sono meno sanguinosi, anche se in alcuni casi hanno «miliardi di debiti e milioni di elettori»: nella categoria infatti sono comprese grandi città come «Napoli, Catania, Messina, Reggio Calabria, Frosinone».
In questo enorme disastro, infine, c’è anche un’altra ingiustizia oltre a quella “contabile”, e cioè la disparità del trattamento subìto dai diversi municipi. Mentre «Alessandria, Caserta, Casal di Principe e decine di altri enti più piccoli sono stati costretti ad alzare le tariffe e le tasse comunali al massimo, consolidare i debiti delle società partecipate, mettere in cassa integrazione molti dipendenti, bloccare gli investimenti», scrive Repubblica riprendendo le rivendicazioni di Maria Rita Rossa, sindaco Pd di Alessandria, «i debiti del comune di Roma sono stati spostati in “una bad company” e Roma Capitale è potuta ripartire senza dissesto». Insomma «a Napoli e soprattutto a Roma, grandi fonti di debiti e di voti, non vengono richiesti pari sacrifici. Il piano per Roma non prevede gli stessi interventi drastici sulle partecipate del Comune, come l’Ama o l’Acea».