In Iran non si può dire la parola «vino»

Il ministero della Cultura ha annunciato che dai libri verranno cancellate alcune parole per «contrastare l’invasione culturale occidentale»

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Sabato 16 gennaio l’Iran è uscito dalla sua condizione di paria. Dopo la conferma dell’Aiea che la Repubblica islamica ha adempiuto ai suoi obblighi previsti dall’accordo sul nucleare, è cominciata la progressiva fine delle sanzioni che porterà nelle casse del paese circa 100 miliardi dollari all’anno tra beni scongelati e nuove partnership economiche. L’Iran tornerà in tutti i salotti della comunità internazionale, ma non per questo ha smesso di essere un regime.

CENSURA SUI LIBRI. Il ministro della Cultura ha infatti appena annunciato che per evitare «i violenti attacchi culturali da parte dell’Occidente», farà calare la scure della censura su alcune parole pericolose che potrebbero essere contenute nei libri. I termini vanno da una delle bevande più proibite (e nonostante questo bevute) nel paese, come il «vino», ai «nomi di animali stranieri» fino a quelli dei «alcuni presidenti stranieri».
Come riportato dal Telegraph, Mohammad Selgi, a capo della sezione editoria del Ministero, ha dichiarato: «Quando vengono registrati nuovi libri, il nostro staff prima li deve leggere pagina per pagina e assicurarsi che non richiedano modifiche editoriali in linea con i principi della rivoluzione islamica. Anche ogni insulto ai profeti deve essere censurato».

L’ORDINE DI KHAMENEI. In questo modo l’Iran conta di obbedire all’ordine dell’ayatollah Ali Khamenei, che ha chiesto al ministero della Cultura di «concentrarsi sulla produzione di libri, film e videogame attraenti, e anche sullo sviluppo di giochi istruttivi per contrastare l’invasione culturale occidentale che cerca di distruggere l’identità islamica dell’Iran».
Il prossimo mese inoltre si terranno delle importanti elezioni per nominare il nuovo Parlamento e l’Assemblea degli Esperti, l’organo che in caso di morte di Khamenei eleggerà la prossima Guida suprema. Si sono presentati 12 mila candidati ma il Consiglio dei guardiani, formato da sei giudici eletti dal Parlamento e da sei imam nominati da Khamenei, ne ha respinti circa 8 mila. L’Iran non è cambiato.

Foto Ansa/Ap


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