In Francia gli islamisti conquistano indisturbati i gangli dello Stato

Inquietante inchiesta del Figaro sulla «crociata» dei fondamentalisti dentro le istituzioni repubblicane. «Non stiamo facendo nulla per difenderle»

Musulmani in preghiera in una moschea in Francia

Negli ultimi anni Tempi ha sottolineato con allarme in molte occasioni la difficoltà della nostra società occidentale, Europa in primis, ad ammettere e dunque ad affrontare il fatto che esiste al suo interno un nemico – il fondamentalismo islamico, il terrorismo islamista – che ci odia per quel che siamo. Facciamo fatica perfino a pronunciare la parola guerra, e questo è del tutto evidente specialmente in Francia, dove pure di quella guerra antioccidentale ci sono state manifestazioni chiarissime, con attentati devastanti. Oltralpe è in corso una vera e propria «crociata» islamista all’interno dello Stato, ha spiegato ieri in un inquietante articolo il Figaro, una guerra santa ormai sotto gli occhi di tutti ma che nessuno sembra intenzionato a fermare.

Il tema è quello dell’islamizzazione della società francese (altro argomento di cui Tempi si è occupato ripetutamente), un processo che secondo il quotidiano interessa ormai in profondità anche pubblici servizi e istituzioni della laicissima République: l’infiltrazione degli islamisti nei gangli dello Stato, denuncia il Figaro nella titolazione del servizio, ormai è talmente pervasiva da «indebolire il principio di neutralità». Tuttavia lo Stato sembra non avere armi per reagire.

QUANTI ALTRI CASI HARPON?

Emblematico il caso di Mickaël Harpon, l’impiegato statale originario della Martinica che il 3 ottobre 2019 ha ucciso quattro agenti nella prefettura della polizia di Parigi: subito gli inquirenti che hanno condotto le indagini su di lui si sono concentrati sull’ipotesi della «frustrazione professionale» dell’uomo. Poco importa che Harpon che si fosse convertito all’islam, radicalizzandosi nella moschea di Gonesse, o che, prima dell’attentato, avesse scambiato con la sua compagna dei messaggi in cui spiegava che era Allah a spingerlo al folle gesto, o ancora che all’epoca della strage jihadista nella redazione di Charlie Hebdo avesse esultato perché i vignettisti di quel giornale «si erano meritati quella fine».

L’inchiesta del Figaro esce quando in Francia si è appena aperto il processo contro i fratelli Kouachi e i loro complici in quel massacro del 2015, e l’articolo parte proprio dal caso Harpon, precisamente dalle dichiarazioni di un poliziotto «particolarmente segnato dall’attentato alla prefettura di Parigi». Alain – nome di fantasia – racconta di essere stato a lungo bersaglio diretto dell’odio di un collega con alle spalle una storia analoga a quella di Harpon. Conversione all’islam, improvviso cambio di atteggiamento verso tutto e tutti, strane idee complottiste e giustificazioniste verso i jihadisti, autoisolamento sociale. Alain ha iniziato a trovare nel suo armadietto minacce di morte scritte da qualcuno che tutti sospettavano essere il collega radicalizzato. Quest’ultimo fu infine trasferito, non licenziato né tanto meno arrestato, ma per lo meno le minacce finirono.

La vicenda rappresenta molto bene uno di quei «segnali deboli» che secondo il Figaro le istituzioni devono imparare al più presto a captare e a gestire al meglio, se vogliono evitare nuovi casi Harpon. Anche perché ormai non si tratta più di episodi isolati: «In Francia, sono segnalate per radicalizzazione quasi 8.000 persone e, dall’attacco alla prefettura di Parigi, sono stati denunciati 110 casi all’interno della polizia». Il punto è che è difficile resistere a questa infiltrazione di massa finché l’unico intoccabile mantra universale resta quello della non discriminazione.

SCUOLA ALLA DERIVA

L’avanzata islamista all’interno dello Stato procede anche in ambito scolastico. Il Figaro raccoglie lo sfogo di Samba – ancora un nome di fantasia –, insegnante nella scuola superiore Hauts-de-Seine, nella regione di Parigi. Anche qui tornano i «segnali deboli» che tutti vedono e fingendo di non coglierli:

«In tema di radicalizzazione, ci viene chiesto di prestare attenzione ai segnali deboli e di riportare tutte le informazioni, ma non si fa nulla. Di fronte a questi fenomeni, siamo lasciati a noi stessi. Lavoro in uno istituto dalla pessima reputazione, completamente ghettizzato, con studenti provenienti da quartieri molto difficili. Qui la violenza è la nostra vita quotidiana, come pure la radicalizzazione».

Samba è musulmana ma si dichiara fedelissima ai valori repubblicani e alla laicità del paese. La sua battaglia contro il jihad silenzioso in atto nel suo mondo è però impari:

«Negli ultimi anni sono cambiati i volti delle classi e dei professori. La scuola è diventata un nido di fondamentalisti. Troppi insegnanti oggi fanno sfoggio della loro religione. Dieci anni fa questo non sarebbe esistito. Portano la barba folta e la zebiba, il segno lasciato sulla fronte da un’intensa attività di preghiera».

Certi prof, continua la testimonianza, non guardano negli occhi i colleghi del sesso opposto, si rifiutano di stringere loro la mano, a pranzo si isolano per non mescolarsi agli altri.

«La cosa più grave è sentirli fare discorsi anti-repubblicani. Uno di loro, dimenticando il suo status, mi disse di non considerarsi francese pur essendo un dipendente pubblico. Altri avanzano teorie complottiste, negazioniste e antisemite».

Che cosa insegneranno mai questi individui ai loro alunni? La docente intervistata dal Figaro è preoccupata:

«Le autorità e il governo esitano ad agire. Ma su questi temi dobbiamo essere fermi, senza temere cause per discriminazione. Oggi il pericolo è in casa nostra».

MEDICINA SALAFITA

Insomma, qualcuno comincia a sospettare che una laicità “neutrale” non solo sia impossibile, ma che possa addirittura risultare controproducente: se non si può “discriminare”, sembra dire la professoressa musulmana, come ci si difende dall’islamismo dilagante? Lo stesso fenomeno si verifica negli ospedali, testimonia al Figaro Mohamed, «medico d’urgenza da molti anni», secondo il quale i fondamentalisti islamici «si sono chiaramente infiltrati nella sanità».

«Trent’anni fa non c’era una sola studentessa velata alla facoltà di medicina. Oggi sono molto numerose. In ospedale ho assistito a un cambiamento da quattro o cinque anni a questa parte. Stiamo affrontando una vera ondata di marea che sconvolge tutti i nostri princìpi fondanti. I capi servizio, per vigliaccheria, preferiscono eludere il problema piuttosto che combattere».

IL CORANO ALL’ASILO

Eppure si tratta di un fenomeno che ha il potenziale di sconvolgere un mondo nel lungo periodo. “Lungo” nemmeno tanto, a dire il vero. Impressionante la vicenda di Evry-Courcouronnes, a Essonne, raccontata sempre dal Figaro. Qui prefettura e Comune «hanno recentemente chiuso quattro scuole islamiche, di cui una sotterranea».

«È stato segnalato un funzionario cittadino che ha preso l’iniziativa, durante il periodo del Ramadan, di spiegare i contenuti del Corano durante le attività extracurriculari frequentate dai bambini [dell’asilo]. “Questo dipendente è stato richiamato all’ordine”, insiste Najwa El Haïté [consigliera comunale di origine marocchina e musulmana]. “Ma è molto complicato risolvere il contratto di un dipendente pubblico per questo tipo di infrazione”».

RAMADAN SUI MEZZI PUBBLICI

Non meno impressionante la situazione all’interno della Ratp, Régie autonome des transports parisiens, l’azienda dei trasporti pubblici di Parigi. Il Figaro fa parlare anonimamente un insider, ribattezzato Jean-Marc.

«I nuovi assunti sono impeccabili durante il primo anno di servizio. “Sono ben rasati, l’uniforme è prefetta, ma appena si sono sistemati, i pantaloni si accorciano alla maniera salafita e le barbe si allungano”. Secondo Jean-Marc, il settarismo religioso si è radicato circa vent’anni fa a causa della scelta di reclutare dei “fratelli maggiori” che facessero da mediatori in alcuni quartieri sensibili, dove i conducenti erano divenuti bersagli di violenze. “Hanno preso piede, sono stati assunti come autisti e hanno creato un vero canale di reclutamento. Hanno messo insieme così un piccolo esercito e si organizzano per imporre le loro regole e la loro religione e per metterle davanti ai princìpi del servizio pubblico”.

Preghiere nelle rimesse degli autobus, rifiuto di entrare in servizio dopo una donna, guanti durante il lavoro per non entrare in contatto con i passeggeri che pagano il biglietto, disorganizzazione durante il Ramadan per “grave stanchezza”: gli esempi sono numerosi. Ma Jean-Marc ora si interroga sull’ingresso dei fondamentalisti nei sindacati. “Assumendo il controllo di alcuni sindacati, vogliono influenzare l’azienda e imporre le loro regole, o addirittura mettere in discussione la carta della laicità nei luoghi di lavoro”».

«NON STIAMO FACENDO NULLA»

Le parole più allarmate, comunque, sono quelle di un anonimo «ex capo dell’intelligence interna» che dice al quotidiano francese quanto segue:

«Sono molto preoccupato. Non solo perché [i terroristi islamici] sono capaci di decimare, nel cuore di Parigi, una redazione peraltro sotto protezione, o di commettere stragi su terrazze affollate o in un locale per concerti. Sono preoccupato soprattutto per il nostro ritardo su questo tema. Il nostro paese sta affrontando questa crociata condotta dall’interno da quasi trent’anni e noi non stiamo facendo nulla».

L’ANGOLO CIECO DELLA LEGGE

Una delle debolezze principali dello Stato francese è, come detto, il divieto di “discriminare” sulla base della radicalizzazione. Interpellato dal Figaro, il deputato Éric Diard, autore l’anno scorso di un rapporto parlamentare sulla permeabilità dei pubblici servizi ai fondamentalisti islamici, lo chiama «angolo morto legale». Dice il politico repubblicano:

«La radicalizzazione non è motivo di licenziamento. A tutti i pubblici funzionari dovrebbe essere richiesto di prestare giuramento e firmare un documento che li impegni a rispettare i princìpi repubblicani. In tal modo, in caso di violazioni, l’amministrazione avrebbe gli strumenti per agire. Sarebbe anche un filtro per escludere chi ad esempio si rifiuta di attenersi a tali princìpi, ponendo la sharia al di sopra di tutte le regole».

Foto Ansa