Immaginate di fare con le tasse inique quel che si fa tranquillamente con le “eque” nozze gay

Se un imprenditore non versa l’Irap finisce nei guai, giusta o sbagliata che sia l’imposta. Succede la stessa cosa per i “diritti” Lgbt? Succede la stessa cosa ai sindaci che “riconoscono” i matrimoni fra persone dello stesso in barba alla legge?

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Non c’è nulla di scandaloso (eccetto che per la ragione) nel chiedere lo status di “matrimonio” per unioni tra persone dello stesso sesso. Non c’è nulla di antidemocratico nel descrivere due uomini come “mamma e papà”. Non c’è alcun “diritto” rispettoso dell’umano – tanto meno del bambino – nel procacciamento di embrioni umani al mercato dell’eugenetica, dell’utero in affitto o del comodato gratuito di un commesso spermatore. Se i legislatori nordamericani e nordeuropei hanno scritto nelle loro leggi che i bambini possono chiamare mamma e papà due barbuti o due signorine e questo e altro ancora diventasse legislazione anche in Italia, noi non avremmo dubbi a rispettare tali leggi (fermo restando il diritto di provare a cambiarle per via democratica).

Ora si dà il caso che in Italia viga una singolare “terza via”: anche se una legge non c’è, si può fare come se vi fosse. Ovviamente non stiamo parlando delle leggi sul fisco (vi immaginate se in nome dei diritti violati dalle leggi fiscali gli italiani pagassero le tasse nella misura fissata dal loro “diritto” ad avere un fisco giusto?). Ecco, se un imprenditore non versa l’Irap, l’imprenditore finisce nei guai. A prescindere dal fatto che l’Irap sia una legge giusta o sbagliata. Succede la stessa cosa per i “diritti” gay?

Nello Stato italiano, come nella Fattoria degli animali di Orwell, “siamo tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri”. Prendete il giudice di Grosseto che ha imposto al Comune di iscrivere all’anagrafe i matrimoni omosessuali. Prendete i sindaci che anche senza una sentenza del giudice stanno procedendo allo stesso modo. Prendete il ministro dell’Interno, Renzi e Napolitano che fanno i pesci in barile. Avete presente gli otto-nove milioni di famiglie in povertà? Avete presente papà e mamme che pagano due volte le tasse allo Stato per essere liberi di educare i propri figli? E il “piano famiglia” pieno di allarmi e promesse di interventi “urgenti”? Niente. Tutto in cavalleria. Tutti paria. Mentre l’agenda gay è oggetto di un’attenzione diuturna.

Tant’è che mentre i paria sono tenuti a rispettare le ingiuste leggi fiscali, le ingiuste leggi sul monopolio statale dell’istruzione, le ingiuste leggi che penalizzano la famiglia, i tenutari dell’agenda Elton John & partner si possono permettere quel che vogliono. Di conseguenza è normale che le coppie gay siano riconosciute all’anagrafe come “sposati”.

Ma se la legge lo vieta, come si fa? Se perfino i supremi giudici lo vietano (vedi sentenza Corte di Cassazione n. 4184, 15 marzo 2012), come si fa? Se addirittura il super gay friendly sindaco di Milano dice che lo vieta anche una circolare del ministero degli Interni, come si fa? Semplice. Si fa. E perché “si fa”? Mistero di uno Stato delle banane governato da una classe dirigente di mezzetacche, giornalisti che hanno smesso di fare il loro mestiere, gruppi sociali in fuga con la coda tra la gambe dal loro diritto-dovere di esercitare una funzione anche di critica al potere e di giudizio e responsabilità in seno al popolo.

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