Ilaria Salis, cattiva maestrina dell’antifascismo ossessivo-compulsivo
Oh, Ilaria Salis, nostra It-girl Antifà in questi tempi a fascibus restitutis: un turbine di ideali resistenziali, capelli scompigliati dal vento di Strasburgo e un guardaroba che grida “rivoluzione low-cost”. Quando ha rischiato la revoca dell’immunità da europarlamentare, la spiegazione della salvezza è stata plastica e definitiva: «Siamo tutti antifasciste!».
Dopodiché ha celebrato il trionfo «per la democrazia, lo Stato di diritto e l’antifascismo» a pugno alzato, abbracciando Mimmo Lucano e ringraziando tutti gli antifascisti d’Europa che l’hanno sostenuta. Tipo il Ppe con i suoi franchi tiratori, gli assenti dei Patrioti e quelle «garanzie parlamentari che per anni la sinistra ha voluto abolire, considerate strumenti d’impunità», dice bene Il Foglio segnalando il simpatico epilogo della vicenda: «Lo scudo che serviva a Berlusconi oggi salva i figli dell’anti-berlusconismo».
306 a 305, Salis salva
La conta che l’ha vista sopravvivere per un soffio è esemplare della pantomima: 306 voti a favore (tra gli altri un “grazie sincero” a Picerno, Zan, Elly Schlein), 305 contrari (fascisti, evidentemente), 17 astenuti. «Salva per un solo voto di scarto, che paura. I nomi di chi mi ha aiutato? Non li farò mai», ha promesso Salis a Repubblica, mentre in tanti si affannavano a chiarire: non era un voto pro Salis ma contro Orbàn. L’essenziale, però, è che dopo tanto terrore Ilaria possa riprendere la sua Agenda Salis.

Agenda Salis: fermare il fascismo e i post-fascisti
Primo punto: fermare il fascismo. Dalle cronache della Flottilla, la deputata ricava la diagnosi definitiva: «stiamo assistendo a una tendenza globale, fascista, che sempre più trasforma l’avversario politico – gli attivisti, gli antifascisti, la sinistra – o quello sociale – migranti, poveri, persone razzializzate, minoranze, etc. – in “criminale”, addirittura in “terrorista”, da rinchiudere, deportare, togliere di mezzo, costi quel che costi». Quando non è impegnata in selfie istituzionali al Parlamento Ue per certificare il suo «Io, presenzialista» contro l’assenteismo dei colleghi (ovviamente fascisti, come Angelucci), la trovi su X o in piazza a «salvare i flottilleri», con quel piglio irenista che la accompagna da Budapest a Strasburgo: «Allo sciopero, alla lotta! Blocchiamo tutto!».
Secondo punto: fermare i post-fascisti. Per Salis «solo superando la guerra quotidiana che è il capitalismo – un sistema che ci mette in concorrenza permanente, individuo contro individuo, gruppo contro gruppo – potremo sradicare definitivamente la tendenza alla guerra». Pare incredibile che l’Unione non ci avesse pensato prima e che von der Leyen inviti ad armarci; nel dubbio, Salis esorta a scioperare «in difesa del Leoncavallo», «contro il governo Meloni» e, in generale, «contro la repressione voluta dai postfascisti al governo».
Stanare i post-fascisti e picchiare i neofascisti
Terzo: stanare i post-fascisti. «I postfascisti la attaccano in modo pretestuoso – e quanto si rendono ridicoli, visti i tanti scheletri neri che nemmeno troppo velatamente custodiscono nell’armadio!», dichiara Salis, che si schiera senza riserve con la professoressa Donatella Di Cesare e la sua candidatura a capolista per Avs in Calabria. Denuncia «becere campagne d’odio ad personam, costruite sul nulla o su episodi decontestualizzati e strumentalizzati, alimentate ad arte da media complici e da eserciti di troll e profili fittizi, con lo scopo di screditare l’avversario politico sul piano personale. Quando si tratta di contenuti, difendendo gli interessi di pochi contro quelli della maggioranza, lo sanno bene: più si espongono e più perdono consensi». Morale dell’endorsement: Avs si ferma al 3,85 per cento e non elegge alcun rappresentante al Consiglio regionale della Calabria – unico partito del centrosinistra a restare a mani vuote.
Quarto: picchiare i neofascisti. Racconta di essere stata «sbattuta in galera con l’accusa di “violenza contro membri di una comunità”», un reato in Ungheria pensato per contrastare i crimini d’odio razziali. «Quindi per tutelare le persone vittime di attacchi neofascisti, siamo al paradosso. Il gip ha applicato questo reato come se i nazisti fossero una minoranza da tutelare». Invitata a discutere in pantaloni da ginnastica e con Zerocalcare a Milano, sostiene in pratica che picchiare un neofascista non è reato e anzi dovrebbero farlo tutti: «L’antifascismo deve essere qualcosa di internazionalista, io sono andata a Budapest come sarei andata da qualunque altra parte».
Ilaria Salis contro tutti (e il fascismo, ovviamente)
Quinto: Salis contro tutti. Il manifesto programmatico è un post Instagram in otto slide che invita a lottare contro «la peste sovranista», «la guerra di posizione a tutto campo, di gramsciana memoria» della destra, il «suprematismo etno-razziale», lo «sdoganamento e l’incitamento del razzismo contro i migranti e il proletariato non bianco», il «sovranismo», gli «sponsor capitalistici», il «populismo di destra», la «nuova egemonia», il «negazionismo climatico e delle questioni di genere». Soluzione proposta: una «nuova forma internazionalista dell’antifascismo».
“Un manifesto di resistenza e speranza”
Vaste programme per questa “cattiva maestra” cresciuta a Monza – insegnante di professione, studiosa di storia, filologia, gladiatori e papiri, che invece di darsi al latino ha scelto di combattere i fascisti moderni. Di ritorno dalle carceri ungheresi, o meglio dai domiciliari ottenuti dal governo di fascisti che sottotraccia ha lavorato per lei e arrivata in Italia grazie all’elezione al Parlamento europeo con Alleanza Verdi e Sinistra, Salis si dedica alla scrittura. Quasi anno fa è uscita la sua autobiografia, Vipera – titolo che non si riferisce al rettile quanto al «bastone telescopico» che, a suo dire, la polizia le avrebbe infilato in borsetta per incastrarla. «Un processo ingiusto, con una sentenza già scritta», recita la quarta di copertina Feltrinelli: «La storia di Ilaria Salis è un manifesto di resistenza e speranza, un grido di libertà contro ogni oppressione».
Il master in occupazioni abusive di Silvia Salis
Contemporaneamente, in quanto esperta di «pericoli insiti nelle politiche che imprigionano le persone senza un giusto processo» scrive “editoriali” come questo per Euobserver, “Meloni’s Albania deportation experiment has failed”. Tesi: chiunque viene dal mare viene da un luogo non sicuro quindi Meloni non può deportarlo per propaganda e ingrassare «profittatori aziendali che spennano lo Stato per gestire i campi, e forse gli agenti di polizia pagati per oziare sulla spiaggia». Concetto esteso su X: «Liberi tutti! Migrants welcome! #Meloni go home!».
Fuori Meloni dentro i migranti, purché non in galera: all’ormai famigerato evento con Zerocalcare, l’europarlamentare denuncia il «carattere razzista del carcere. Per esempio a San Vittore il 75 per cento dei detenuti sono stranieri». Dopodiché dall’alto del suo master in occupazioni abusive (costretta dai fascisti di Libero e il Giornale a fare outing come militante del movimento di lotta per la casa e spiegare che Aler che parla di 90 mila euro di credito «cerca solo di monetizzare») spiega a elettori e lettori dei suoi social che «chi entra in un alloggio occupato prende senza togliere a nessuno se non al degrado, al racket o ai palazzinari. Ed è un’azione legittima, anche se in base alle leggi attuali è illegale». Affermare il contrario è per Salis «bassa retorica politica»
La sua lucida analisi sulla guerriglia a Los Angeles – dove a suo dire la ministra trumpiana Kristi Noem «associa le persone razzializzate alla delinquenza, al fine di isolarle e renderle bersaglio d’odio», discorso che «l’estrema destra italiana ed europea ripropone ogni giorno» –, culmina nel celebre e pacato giudizio politico: «Fuck ICE, fanculo la bianchezza!».
Antifascismo come stato d’animo
Anche il decreto sicurezza del governo Meloni è, per Salis, un «coacervo di norme repressive e liberticide» che piegano lo Stato di diritto verso uno «Stato di polizia». Lo dice lei, signora con quattro condanne e ventinove denunce alle spalle, che prima annuncia la partecipazione al Gay Pride di Budapest (vietato da Orbàn), poi fa marcia indietro per «timore di ritorsioni». Infine, rilancia la lotta di classe contro l’élite capitalista – insomma, contro le nozze di Jeff Bezos a Venezia.
Dalla frequentazione di centri sociali e presidi no-Tav alle sue visite da europarlamentare ad Askatasuna e al Presidio di San Didero, fino all’evento “Police abolition – Corso base sull’abolizione della polizia”, promosso dal Foa Boccaccio questa estate (quello che Repubblica dice «Non è vero che Ilaria lo ha fondato, ma è vero che con quel gruppetto ha imparato la politica»), il percorso di Salis è coerente: lotta radicale, slogan assoluti, nemici certi, vestirsi da squatter.
In mezzo gli attacchi al «paese bigotto e oscurantista» dove una collega maestra «viene licenziata perché ha un profilo OnlyFans». Ora sta stalkerando Nordio per essere processata in Italia e per non sbagliare ricorda: «I leghisti sono fascisti». Antifascismo come stato d’animo, professione e brand. Nel dubbio, selfie col pugno chiuso. In caso qualche alunno non avesse preso appunti.
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