Il segreto di Andreotti è che non aveva segreti (a parte il gelato)

«La sua scatola nera è stato il suo senso religioso. Desiderio continuo, meticoloso, di dialogare con il Mistero». Farina svela un Andreotti inedito

In questa occasione, in nome del sentimento universale dell’amicizia e della pietà, ospitiamo, nonostante il procedimento in corso presso l’Ordine dei giornalisti, questo articolo di Renato Farina.

Nella camera ardente il volto di Andreotti era roseo, riposato. Non è mai stato così bello. Il profilo è quello di un capo Sioux addormentato. Vi ho scorto l’impronta di una luce che gli è stato consentito di vedere gli ultimi istanti, per poter dire comunque grazie per quello che ha vissuto. Aveva parlato spesso di Paradiso negli ultimi anni, confidando che le prove cui era sottoposto purificassero le colpe e alleggerissero i ciondoli delle onorificenze terrene della gloria, che portano lontano dal vero bene.

Sono consapevole che sono così tanti gli articoli a lui dedicati in questi giorni, le frasi famose, gli aneddoti pittoreschi, che il troppo stroppia, e uno vorrebbe essere lasciato in pace. Non dico del lettore, ma proprio di lui, di Andreotti. Ma anch’io lo tormenterò. E vorrei comunicare agli amici di Tempi quel tormento che mi dà ora, contagiare questa inquietudine calma che non mi molla. Un fuoco che non abbandona mai, neanche in vecchiaia. Ho notato che la famosa gobba non c’era più, o forse era nascosta nella seta. Non ridete, per favore, anche se Giulio riderebbe. In una lontana edizione del Meeting, Angelo Rinaldi (eravamo ancora al Sabato) dedicò una vignetta al Divo Giulio. Si vedeva la sua immensa gobba, quasi una rotonda collina del Ruanda. E vi scrisse accanto questa frase: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle». L’Infinito di Leopardi. Il senso religioso incorporato in forma di gobba, una cosa sola con lui, i suoi misteri. La famosa scatola nera che tutti volevano smontare e che Giannelli sul Corriere ha immaginato che Andreotti consegnasse a san Pietro davanti a “quella” porta.

La scatola nera di Andreotti è stata il suo senso religioso. Non posto accanto alla sua azione, ma come desiderio continuo, meticoloso, dentro ogni istante, di dialogare con il Mistero. Anzi, lui direbbe «con il buon Dio». In questo è stato esempio di politico cristiano. Ricordo il comunicato scritto da don Giussani quando fu incriminato. Disse proprio che veniva messa sotto accusa la maniera cristiana di intendere la politica. Brandì le sue difese, mentre altri movimenti, dove pure Andreotti era cresciuto e aveva rivestito cariche nazionali, prudenti tacevano. Don Gius espose il proprio fianco senza esitazioni, perché Andreotti era Andreotti, ma anche perché Giulio era la concretezza della Chiesa cattolica, apostolica, romana. Avevano due temperamenti diversissimi. Don Giussani lo conoscete tutti meglio di me, era travolgente, aveva nelle sue espressioni, anche quelle di tenerezza, una violenta concisione romantica. Andreotti era il minimalismo spirituale, nelle forme. La Messa vissuta senza tremori di abbandono. Gesù e i santi trattati nelle sue parole come fanno i bambini (di una volta…) con le figurine dei calciatori. Cose da album. Guai a chi gliele tocca però. Gli ultimi quindici anni viveva un entusiasmo nuovo partecipando alle Messe e ai sacramenti di Battesimo e Cresima di don Giacomo Tantardini.

Siamo fatti di piccole cose e grandi incontri. Andreotti ha versato i grandi incontri della sua vita (la mamma, che forse però non ha mai baciato – mi disse –, De Gasperi, i papi, i santi, i potenti tutti del mondo, i barboni della Messa la domenica mattina con la busta con le diecimila lire e poi i dieci euro) nelle piccole cose quotidiane. Piccole anche se c’era da incontrare Bush padre o Arafat. Grandi anche se la porta del suo studio si apriva ed entrava un bidello ciociaro. Viveva il suo dovere immenso di statista con la dignità di una sartina o di una operaia di filanda. Conta se dentro c’è quell’offerta di sé «a Nostro Signore» (usava questa formula). Piccole cose perché le sminuzzava tutte, per rendersele digeribili. Piccole per modo di dire. Ci sono le trattative per la pace vera tra Est e Ovest. Il tentativo di riconciliare ebrei e palestinesi. La decisione su Moro, il no formale alle trattative e invece l’appoggio totale all’ultimo tentativo di Paolo VI. E anche lì una frase che lo rese ridicolo nella sua ingenuità. «Se si fosse salvato avevo fatto il fioretto di non mangiare più gelato». Fioretto-gelato! Abbastanza per meritarsi la tortura di una decina di stroncature delle anime belle e tragiche. Lo capii dopo. Il gelato era per lui il riposo del guerriero. Chiamare fioretto tutto questo dice la qualità della sua fede fanciulla. Non potendo dare la vita, offriva il gelato per sempre.

Ho passato gli undici anni del processo (anzi, dei processi) cui fu sottoposto accanto a lui. Ho girato l’Italia per seguirlo. Conservo nel cuore la sua gratitudine quando mi diede il merito di aver insistito con lui per sopportare anche le udienze più dure, quelle dove inventavano di tutto, e che lui smentì minutamente. Sorbì le requisitorie dei pm come fiele, ma non si mosse.

A Padova replicò alle dichiarazioni di Buscetta (il quale onestamente ammise che erano “deduzioni” le sue sulla colpevolezza di Andreotti) con la solita ironia. A questo punto l’avvocato Coppi, furibondo, si rivolse a me: «Lei che è suo amico gli dica che non può dedicarsi alle spiritosaggini. Rischia l’ergastolo!». Glielo dissi nei dovuti modi. Ma mi colpì questa definizione di Coppi: io ero suo amico. Ne avevo avuto un’altra prova. Per me sorprendente.

Il primo giorno del processo del secolo, a Palermo. Centinaia di giornalisti e televisioni. 26 settembre 1995. Era appena finita la prima udienza. Stavo ancora scrivendo la mia cronaca, ero in ritardo come sempre, non riuscivo a trasmettere dalla telefoneria antiquata dell’Hotel delle Palme. Mi cercò lui, e mi disse che ero invitato a cena nella sua camera. Mi aspettò. Aveva il cardigan blu, e le mani immense. Intorno c’erano gli avvocati. Discussero di strategia difensiva. Non ce n’era, salvo la sua volontà di partecipare al processo senza protestare. Condivisi i segreti dell’uomo più segreto nella riunione più segreta, e scoprii che non c’era alcun segreto. Salvo il suo dolore non ostentato. E la sua passione per la cassata gelato. Chiese ai camerieri la cortesia di andarne ad acquistare una enormità nella tal pasticceria a due passi da lì.

Dal 27 marzo 1993, allorché arrivò a Giovanni Spadolini, presidente del Senato, la richiesta di autorizzazione a procedere contro il sette volte presidente del Consiglio per “concorso esterno in associazione mafiosa”, fino alla definitiva sentenza della Corte di cassazione, il 15 ottobre 2004. Dai 74 agli 85 anni è durato il suo calvario visibile. Però vissuto senza rinunciare ai doveri di senatore e di amico.

Imparai il suo metodo durante la guerra di Serbia del 1999. Mi mandò in avanscoperta per vedere se intravedessi qualche via per le trattative. Mentre gli altri azzardavano proclami, lui mise se stesso nella ricerca di procedure, e si fece mandare la costituzione del Montenegro, allora federato alla Serbia, per spulciare e magari rinvenire una possibilità di trattativa internazionale separata. Il lavoro è questa umiltà. Portare grandi pesi, accettare di essere impiccato per i piedi, e lavorare. Come quando nell’autunno del 2002 giunse dalla Corte d’appello di Perugia la condanna per omicidio. Gli telefonai, quella domenica sera. Volevo dirgli vicinanza, portargli consolazione. Mi chiese di raggiungerlo. Pensavo dovesse dirmi chissà quale decisione. Invece mi propose di diventare direttore di un quotidiano romano. Nel momento abissale, aveva pensato a un amico.

A Rimini ogni anno conducevo un’intervista con lui. Due ore a fargli domande dinanzi al pubblico che più amava: quello del Meeting di Comunione e liberazione. Raccontò di sé così: «Non ho mai attraversato il buio della fede. Ho letto di certe notti tremende in alcune pagine di Madre Teresa di Calcutta e di Padre Pio. Io non ne ho avute, e devo per questo gratitudine a Dio. Ho sempre sentito una certa protezione. Sono un cattolico romano. Ho visto e frequentato le catacombe, i segni cristiani mi hanno colmato sin da bambino. Abito in corso Vittorio sul fiume e io dalla mia stanza da letto vedo le finestre del Papa, da un lato, e dall’altro Castel Sant’Angelo. So che il Papa alle 11 esatte dorme, perché si spegne la luce in Vaticano. Tutto questo finisce per essere un privilegio: mi rendo conto che sono stato formato alla memoria dei primi cristiani, a vedere come questo albero è nato su enormi sacrifici. Questo comporta grandissime responsabilità, però porta anche delle certezze. Come questo nel conto finale servirà non so. Ma ognuno di noi deve fare più affidamento sulla misericordia di Dio che sul proprio libretto di lavoro, almeno io penso così». E il processo, come entra in questo conto? «Io penso che non mi hanno fatto male».

Chi non gli ha fatto male? Loro. Gli accusatori, i pentiti, i probabili congiurati. Undici anni travolti, ma alla fine non gli hanno fatto male, entrano anch’essi nel libro mastro dove la voce decisiva è misericordia. Anche se alla fine, il 15 ottobre del 2004, il primo accusatore, Gian Carlo Caselli ha insistito: «Però è stato mafioso». Anche il giorno dopo la morte ha insistito: «Era colpevole. Reato prescritto». Non basta più neanche essere assolti per essere liberati dalla colpa. Eppure Andreotti insiste, mi dice ancora, con quella sua testa da capo Sioux: «Non mi hanno fatto male, è stato utile, forse necessario».