Il “realismo esagerato” di Andreotti. Appunti per un primo giudizio storico

La “vocazione” al potere imparata da De Gasperi, la lontananza da Gedda e Dossetti, la firma sulla Legge 194. Poi Tangentopoli e la lotta coi Robespierre nostrani

La morte di Giulio Andreotti conclude in qualche modo la Prima repubblica della storia dell’Italia moderna, quella cominciata con la fine del regime fascista e conclusasi nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino.
Di questa fase Andreotti è stato un protagonista assoluto, avendo guidato il governo per sette volte e accompagnato dall’interno il partito di maggioranza relativa, dall’inizio alla fine, dal 1944 al 1989, da De Gasperi a Tangentopoli.
Delle tante correnti e anime ideologiche che hanno costituito la Democrazia Cristiana, Andreotti ha rappresentato quella originaria, legata al suo maestro, Alcide De Gasperi (1881-1954). Fu infatti quest’ultimo a chiedergli di collaborare con la Dc mentre entrambi si trovavano a Roma, prima del 1945. Andreotti era un giovane cattolico che militava nella Fuci, la Federazione degli universitari cattolici. Giovanissimo democristiano, entrò fin dal 1947 nel governo come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e cominciò una carriera politica fuori dall’ordinario, sempre al vertice dello Stato.

Proprio da De Gasperi ereditò questa “vocazione” al potere, inteso non soltanto nel senso dispregiativo che gli hanno affibbiato i suoi nemici, anche in questi giorni, ma nel senso di non sapersi concepire come forza politica capace di indicare un progetto ideale, che si servisse della politica per costruire un “mondo migliore”, come desiderava papa Pio XII (1939-1958), che peraltro Andreotti sempre difese e ammirò. Un “realismo esagerato” potremmo dire prendendo a prestito questo termine dalla filosofia, che portava lui come altri democristiani a temere come massima tragedia sempre e soltanto la perdita del potere. Fu questo il motivo per cui firmerà come ministro la legge 194 che introdurrà nel 1978 la legalizzazione dell’omicidio-aborto, firma sulla quale continuerà a interrogarsi, dubbioso e dispiaciuto, ma convinto infine dal fatto di avere impedito che il governo passasse in mani peggiori.
Questo attaccamento al potere lo porterà a fare il Presidente del Consiglio per la prima volta nel 1972, a capo di un governo di centro-destra dopo la vittoria elettorale del Msi-Dn alle elezioni politiche di quell’anno e poi, soltanto quattro anni dopo, a capo di un governo monocolore dc, detto della non-sfiducia, che si reggeva grazie all’astensione del partito comunista.

Il “realismo esagerato” portò Andreotti lontano da due altri protagonisti della vita ecclesiale e politica d’Italia, Luigi Gedda (1902-2000) e Giuseppe Dossetti (1913-1996). Dal primo, il fondatore dei Comitati civici, lo differenziava il fatto che Gedda voleva controllare, tramite i Comitati civici, l’operato della Dc e in fondo voleva costruire una civiltà ispirata al Vangelo e al diritto naturale, mentre Dossetti serviva un progetto, certamente discutibile, ma che andava al di là del puro esercizio del potere.

Questo attaccamento al potere accompagnò Andreotti fino al 1989 e alla crisi detta Tangentopoli, che negli anni Novanta contribuì alla scomparsa della Dc, e anche del Pci e del Psi, ponendo fine alla Prima repubblica. Ma il “divo Giulio”, come è intitolato un film a lui dedicato, rimase al centro della scena perché soprattutto contro di lui si scagliarono i giacobini della Seconda repubblica, in particolare quei magistrati che lo accusarono di essere colluso con la mafia. Un lungo decennio vedrà così il non più onnipotente senatore a vita (dal 1991) combattere con il vigore di un ragazzino contro i Robespierre che giudicavano dai Tribunali, vogliosi di mettere in galera tutta la Prima repubblica nella speranza di farne una Seconda, pura come era la Francia durante il periodo del Terrore.

Si consumò così un ventennio in cui si poté assistere a un profondo scontro di poteri, che non aveva i contorni ideali e ideologici della Guerra Fredda, uno scontro che continua ancora oggi, senza vincitori né vinti. Con Andreotti uscito abbastanza indenne dai processi subiti, che ogni tanto, in interviste sempre più rare, emetteva pillole di “realismo esagerato”. Come aveva fatto per tutta la lunga vita, essendo nato all’indomani della Grande Guerra.